domenica 9 marzo 2008

La città della tremenda notte

La città della tremenda notte
di Rudyard Kipling
Queste storie sono state raccolte in ogni luogo, da ogni sorta di persone, dai preti del Chubára, da Ala Yar l'intagliatore, da Jiwun Singh il falegname, da sconosciuti su piroscafi e treni in giro per il mondo, da donne che cicalavano fuori dal loro cottage al crepuscolo, da ufficiali ora morti e sepolti, più alcune, sono poche ma le migliori, che ho ricevuto da mio padre. [...]
I racconti più straordinari, neanche a dirlo, sono quelli che non compaiono... per ovvie ragioni.
dalla prefazione (romanzata) dell'autore

Ancora una volta il bel titolo, la bella copertina e la bella edizione non mi hanno tradito. Il contenuto si è confermato altrettanto interessante. I racconti di questa raccolta hanno il filo conduttore del rapporto fra i coloni britannici e la cultura indigena dell'India. Un rapporto forzato che raramente ha portato a delle conseguenze desiderabili, sia per gli inglesi che per gli indiani.
Sono spesso storie d'amore interculturale che vanno a finire disgraziatamente, per colpa della diversa mentalità (o per colpa degli Dei...): gli inglesi sono destinati a tornare nella loro patria, prima o poi, e nonostante ciò con passione viscerale giovani donne indiane si innamorano e si legano agli aitanti soldati dell'Impero.
Ma non solo storie d'amore. Ai funzionari britannici l'India ha spesso dato alla testa, e alcuni di questi racconti narrano proprio la loro perdita di senno, dovuta in alcuni casi a malattie, ma forse la vera causa è l'ambiente ostile di cui con arroganza gli inglesi hanno preso possesso. Suscitano molta pena questi conquistatori, uccisi non dai loro servi ma dalla terra di questi, che ha preso i loro corpi e li ha restituiti sotto forma di storie, che l'anima sensibile dell'Artista solo ha saputo cogliere.
Due di questi racconti sono narrati in prima persona da Kipling, o meglio uno è autobiografico e narrato in prima persona dal personaggio che identifica l'autore. "Bee Bee, pecora nera" è la storia dell'infanzia di Kipling, nato a Bombey ma mandato a vivere e a studiare in Inghilterra separato dai genitori rimasti in India. Viene maltrattato dalla sua madre adottiva, che lo accusa di ogni sorta di malefatte arrivando a considerarlo un piccolo demonio (da religiosa qual era...). Lui si chiude in sé divorando i libri d'avventura che suo padre gli spedisce periodicamente dall'India, finché un giorno, dopo anni di sofferenze, sua madre torna a riprenderlo, ma...
...quando giovani labbra si sono abbeverate alle amare acque dell'Odio, del Sospetto e della Disperazione, tutto l'Amore del mondo non cancellerà mai completamente quel sapere; anche se un po' potrà volgere alla luce occhi ottenebrati e insegnare ad avere Fede dove Fede non c'era.
L'altra storia narrata in prima persona è "L'ultima storia": Kipling viene condotto all'inferno da un Diavolo, con espliciti riferimenti danteschi. Questo inferno è il "limbo degli sforzi vani", dove vanno a finire le anime dei personaggi create superficialmente da scrittori incapaci o incuranti di creare una perfetta personalità ai protagonisti delle loro storie. Così in questo limbo Kipling trova i suoi personaggi, dei mostri che non vedono l'ora di sfogarsi con il loro distratto creatore, ma lui come Dante non è ancora morto, è lì solo in visita, al termine della quale è talmente scioccato da decidere di non scrivere più (da cui il titolo).

E' stata una interessante e esotica immersione in culture lontane geograficamente (quella indiana) e nel tempo (quella colonialista britannica), e come in ogni escursione esotica ti senti addosso gli odori, la polvere, il sudore di quei luoghi e di quelle avventure, la disperazione di due culture incompatibili che cercano di unirsi, senti il caldo asfissiante della Città, che rende tremenda persino la notte.

Nessun commento: