mercoledì 18 giugno 2008

Storie di viaggiatori

Svolgimento del saggio breve dell'esame di maturità 2008, argomento:
la percezione dello straniero nella letteratura e nell'arte
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Fra tutto ciò che deve essere narrato e conosciuto c'è l'Altro: l'Altro in quanto alcova di misteri finora non solo sconosciuti ma inconcepibili; l'Altro cercato, non trovato; l'Altro inatteso e, a volte, ostile; l'Altro dimenticato. Ha dignità di storia anche il sentimento che spinge l'Altro a venire presso di noi, volente o nolente; ha dignità anche la nostra storia, quando rinunciamo alla patria e diventiamo stranieri.

Scontro di civiltà
Lo straniero ostile è quello delle cronache di guerra. Queste lo descrivono come un immorale venuto a destabilizzare la nostra Storia millenaria (che lo sia o meno: la Storia, all'occasione, si riscrive) senza un perché ragionevole. Se lo scontro non ha mire meramente espansionistiche, allora è uno scontro di civiltà dove non è per difendere i miei interessi legittimi che ho il dovere di odiare lo straniero, ma per evitare l'annientamento della mia civilità, che è ciò che sono. Amare il prossimo più di me stesso, allora? "Mors tua, vita mea"? "Chi lascia la strada vecchia per la nuova..."? Si è eretta una cortina di saggezza popolare a difesa delle invasioni, e a giustificazione degli attacchi: a giustificazione della paura. Una saggezza popolare che è magari di formazione superficiale, ma che in fondo intuisce una realtà: ha capito che, finché c'è un Altro che sta male, questo è un pericolo per chi sta bene.
Questo orrore dell'Altro mi pare essere allora un retaggio bellico (in Italia lo sono anche i termini calcistici) al quale non si può rinunciare nemmeno in tempo di pace, anzi, soprattutto in tempo di pace, per il mantenimento dello status di benessere. Il paradosso di questo estremo istinto di conservazione è la negazione dei principi di solidarietà che pure sono principi fondanti di ogni periodo pacifico nella storia di un popolo.

Il mito del pellegrino
Le cronache di guerra servono solo alla vanagloria dei vincitori o al riscatto dei vinti, e raramente hanno dignità artistica. La letteratura ha abbracciato volentieri le storie di stranieri innocui: i pellegrini e gli emigranti.
La mitologia del pellegrino evoca allo stesso tempo paura e deferenza, magari un po' smorzate oggi, al tempo del Villaggio Globale. Ci fu un'epoca in cui uomini scorrevano un'intera vita senza viaggiare, quando quello del viaggiatore era un mestiere (e per niente facile). Pensare oggi alla sacralità dell'ospitalità ci porta alla mente immagini esotiche, ma grazie a questa sacralità i viaggiatori sopravvivevano: la Provvidenza protegge lo Straniero imponendo a chi è stanziale il dovere di ospitalità, che è presente in ogni cultura, "persino" la nostra.

L'opportunismo dell'emigrante
Non è raro però che chi è ramingo per necessità e non per scelta abbia tradito l'ospitalità offertagli. L'emigrante tira a campare giorno per giorno, non può soffermarsi a considerare quel gesto caritatevole come l'ingranaggio di un grande e complesso sistema: la complementarietà del nomade e del sedentario. Scardinato questo sistema il sedentario recinge con la paranoia il suo orticello, e il pellegrino, da esploratore al servizio dell'umanità, diventa eremita. Anche a questa alterata percezione dello Straniero la letteratura ha prestato la sua attenzione, palesando come la percezione di estraneità è relativa all'osservatore: così come lo Straniero può essere nemico per noi, noi possiamo sembrare nemici allo Straniero. Nessuno è più al sicuro nemmeno nel suo orticello.

"Cosa sono diventato..."
La letteratura sa andare anche oltre in questa spietata caccia allo Straniero e, con l'incentivo della psicanalisi freudiana all'inizio del '900, qualcuno ha cominciato a percepire dell'estraneità perfino dentro di sé. Nessuno è più al sicuro nemmeno da se stesso, allora, perché ognuno, con l'esperienza e con l'età, cambia e diventa cinico e disilluso; la lotta col fanciullino innocente che si ha dentro è feroce. Il poeta, come al solito, sa trovare la via per la salvezza:
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso
, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato...

1 commento:

Elikrotupos ha detto...

Per la prima volta ho provato a "fare un tema" senza che nessuno mi obbligasse. L'argomento mi interessava, certo, ma non così come è stato esposto nel testo d'esame, eppure ci ho provato, tanto per sperimentare cosa significa scrivere un articoletto o un saggio breve quattro anni dopo aver dato l'esame di maturità, quattro anni passati a fare tutt'altro poi :)
Perché quello che non si capisce quando si ha l'età da maturandi è che scrivere un tema non è un compitino fine a se stesso, ma l'unica maniera in cui si può esprimere per iscritto il proprio parere e la propria idea riguardo alle Cose Della Vita™.