domenica 15 giugno 2008

Sangue dalla spalla di Pallade Atena

Il testo seguente è tratto dal Giornale della Società Ornitologica Americana, autunno 1983.
SANGUE DELLA SPALLA DI PALLADE ATENA
di Daniel Draiberg
E' possibile, mi chiedo, studiare un uccello così da vicino, osservare e catalogare le sue particolarità così minuziosamente da renderlo invisibile? E' possibile che mentre misuriamo con pignoleria l'ampiezza della sua apertura alare o la lunghezza del suo tarso, perdiamo di vista la sua poesia? Quello che nelle nostre pedestri descrizioni di un piumaggio marmorizzato o vermicolato trascuriamo di intuire, le tavolozze viventi, le cascate di marroni e oro mirabilmente temperati che avrebbero fatto impallidire Kandinsky, le indistinte esplosioni di colore che rivaleggiano con quelle di Monet? Credo di sì. Credo che avvicinandosci al nostro oggetto con la sensibilità di uno statistico o di un anatomista, ciallontaniamo sempre più da quell'affascinante e incantato pianeta dell'immaginazione la cui gravità ci ha portati per la prima volta verso i nostri studi.
Questo non significa che dobbiamo smettere di stabilire dati e verificare le nostre informazioni, ma suggerisco semplicemente che questi dati, a meno che non riescano a essere imbevuti da un lampo di consapevolezza poetica, rimarranno gemme opache, pietre semi-preziose che non vale tanto la pena di collezionare.
Quando fissiamo il nero sguardo catatonico di un parrocchetto, dobbiamo anche imparare a cogliere la fredda follia aliena che Max Ernst ha percepito quando ha scelto di ricoprire le sue spose nude con piume scarlatte e teste mostruose di uccelli esotici. Quando una rondine marina o un nibbio vengono catturati dall'occhio azzurro delle nostre lenti Zeiss dobbiamo riuscire a vedere il volo al rallentatore dei gabbiani color seppia delle prime fotografie cinetiche di Muybridge, entre battono le ali bianche tracciando una lenta linea di un oscilloscopio nel tempo e nello spazio.
Guardando un falco, noi vediamo le minute differenze nell'ampiezza e nella forma delle piume laddove, invece, gli antichi egizi vedevano incarnati Horus e l'occhio bruciante della sua sacra vendetta. Fin quando non trasformeremo i nostri avvistamenti in vere visioni; finché il nostro orecchio non sarà abbastanza maturo da ricavare una sinfonia dal puro pandemonio di una voliera; fino ad allora avremo un hobby, ma non una passione.
Quand'ero bambino la mia passione erano i gufi. Durante le lunghe estati dei primi anni '50 mentre il resto del paese apparentemente osserava i cieli per avvistare dischi volanti o missili russi, io correvo per i campi del New England nel cuore della notte, strisciando nell'erba secca e le felci verso il mio osservatorio, dove sarei rimasto con lo sguardo puntato verso l'alto sperando in uno spettacolo differente, con le orecchie pronte a cogliere lo strano grido che avrebbe voluto dire che un vecchio uccello era lì fuori, a rastrellare il buio alla ricerca di cibo; uno stridio da eremita pazzo, palesemente dissimile dal sibilo emesso da un gufo più giovane, più simile al russare.
Indietro nel tempo, in un momento dell'abisso tra gli anni pieni di luce dopo una guerra vinta e questi nostri giorni, rannicchiati all'ombra incombente di una guerra che nessuno può vincere, in un punto qualsiasi la mia passione si perdette e, senza volerlo, si mutò dal metallo prezioso che era in un banale e squallido sistema di archiviazione. Questa graduale corruzione è passata senza farsi notare né controllare e alla fine si è calcificata in un'abitudine irriflessiva. Solo di recente sono riuscito a cogliere un bagliore nel filone principale attraverso la polvere accumulatasi in anni e anni di studi metodici e accademia: mentre mi trovavo nel Maine a fare visita, per conto di un comune amico, a un conoscente ricoverato in ospedale e tornavo alla macchina attraversando il parcheggio in ombra, con la mente svuotata dalle preoccupazioni della giornata sentii improvvisamente il grido di un gufo a caccia.
Era un uccello avanti negli anni. Il suo grido era simile a quello di un vecchio folle e girava come un matto nel buio e nel cielo gelido contro le nubi notturne. Quel suono mi fece fermare. E' sbagliato credere che il gufo gridi per far uscire le prede dai nascondigli, terrorizzandole, come qualcuno ha ipotizzato. Il grido di un gufo a caccia è una voce che viene dall'inferno. Tramuta i topi di campagna in statue e inchioda al suolo le donnole. Nel mio istante di paralisi, sull'asfalto lucido di rugiada tra le macchine a riposo, compresi lo scopo di quel grido con una chiarezza tagliente, la stessa che avevo da ragazzo, col ventre schiacciato contro la calda terra estiva. In quell'istante infinito privo di tempo avvertii la fratellanza di pura paura animalesca che mi legava a tutte le altre creature più piccole e più invulnerabili di me che avevano sentito il grido come me, restando immobili come me. Il gufo non stava cercando di spaventare il suo cibo perché si rivelasse. Appollaiato da ore con sconvolgente immobilità sul ramo, bevendo il buio con pupille dilatate e avide, il gufo aveva già avvistato la sua cena. Il grido serviva solo a fissare il boccone prescelto, inchiodandolo al suolo con un chiodo acuminato di cieco terrore. Non sapendo chi di noi fosse stato scelto, rimasi immobilizzato con gli altri roditori, il mio cuore batteva all'impazzata in attesa della presa improvvisa degli artigli di ferro, che sarebbe stato il primo e unico indizio che ero io la vittima prescelta. Le piume del gufo sono morbide e lanuginose; non fanno alcun rumore mentre piomva giù dalle nere profondità del cielo. Il silenzio prima che un gufo colpisca è il silenzio della bomba-V: non la senti prima che ti colpisca.
Da qualche parte remota, nel bagliore del crepuscolo, dietro le luci gialle dell'ospedale, pensai dia ver sentito qualcosa di piccolo emettere il suo ultimo squittio. L'istante era passato. Potevo muovermi di nuovo assieme agli altri invisibili e sollevati abitanti dell'erba. Eravamo salvi. Non stava gridando per noi, non questa volta. Potevamo continuare le nostre attività notturne, le nostre vite, cercando un pasto o un compagno. Non ci stavamo contorcendo nella soffocante e fetida oscurità, con la testa ingurgitata dall'esofago di quell'orrore che era sceso in picchiata, con le nostre code destinate a oscillare pateticamente fuori da quel crudele beccco a scimitarra per delle ore, prima che le nostre zampe posteriori e i fianchi venissero strappati via e la nostra pelle sanguinolenta svuotata e oscenamente rovesciata.
Anche se dopo il grido del gufo avevo recuperato le abilità motorie, scoprii che non avevo riconquistato pienamente il mio equilibrio psichico. Qualche aspetto della mia esperienza aveva colpito una corda dentro di me, forgiando un legame fra il mio Sé adulto, opaco e spento, e il bimbo che si sdraiava alla luce delle stelle, mentre i grandi cacciatori della notte inscenavano drammi di fame e morte nell'aria opaca sopra di me. Si era risvegliata con forza in me l'urgenza di sperimentare più che di limitarmi a registrare i dati, innescando i pensieri e l'autocritica che mi hanno spinto, alla fine, a scrivere quest'articolo.
Come ho sottolineato prima, non voglio dire di aver abbandonato gli sforzi accademici e la ricerca per correre via nudo e condurre un'esistenza primitiva nei boschi. Piuttosto, il contrario: mi gettai nello studio della mia disciplina con rinnovato fervore, capace ora di vedere i nudi fatti e le aride descrizioni, nella stessa luce magica che li aveva favoriti quando ero giovane. Una comprensione scientifica del movimento meravigliosamente sincronizzato e sutpendamente articolato delle piume di un gufo durante il volo non impedisce una comprensione poetica dello stesso fenomeno. Piuttosto, i due aspetti si potenziano a vicenda; un occhio più lirico fornisce al freddo dato una passione dalla quale è stato separato da troppo tempo.
Immergendomi in tomi polverosi, da lungo tempo non toccati, m'imbattei in passaggi che mi lasciarono quasi senza fiato. In volumi dall'aspetto squallido trovai tesori intrisi di iridescente meraviglia. Riscoprii gemme da lungo tempo dimenticate tra le ragnatele, antichi ed efficaci brani di prosa descrittiva che, però, riuscivano a rendere senza sforzo la violenta e terribile essenza del loro argomento.
M'imbattei di nuovo nel resoconto dell'incontro di T.A. Coward con un Gufo Reale: "In Norvegia vidi un uccello che era stato catturato quando era ancora nel nido, che però non solo assumeva il terrificante aspetto d'attacco, ma si gettava frequentemente contro la gabbia, colpendola con gli artigli. Gonfiava le piume, incassava la testa fra le ali e lanciava grida minacciose dal becco schioccante, ma quello che mi colpì di più furono i lampi che emetteva dai grandi occhi arancioni".
Poi chiaramente c'è la relazione di Hudson sul Gufo Reale di Magellano, da lui ferito in Patagonia: "Le iridi erano di un colore arancio brillante, ma tutte le volte che cercavo di avvicinarmi si tramutavano in enormi globi di fiamma gialla tremolante. Le pupille nere venivano circondate da scintillante luce cremisi, che gettava minuscole scintille gialle nell'aria". In queste parole a lungo sepolte avvertii qualcosa della stessa apocalittica, bruciante intensità da me sperimentata in quell'umido parcheggio d'ospedale nel Maine.
Oggi, quando osservo qualche esemplare di Carine Noctua cerco di guardare oltre il fine piumaggio grigio delle zampe, oltre le macchie argentee disposte in file ordinate, come fuochi d'artificio sulla sua fronte. Invece, cerco di vedere l'uccelllo la cui immagine i greci incisero sulle loro monete, assiso quietamente sulle spalle di Pallade Atena, con la qualed condivide pacatamente l'immortale saggezza.
Forse, invece di misurare i ciuffe di piume sopra le orecchie, dovremmo chiederci cosa possano aver mai udito quelle orecchie. Forse quando consideriamo come si ancorano al ramo con due artigli davanti e il dito esterno reversibile girato posteriormente, dovremmo fermarci un momento e pensare che quegli stessi artigli un tempo devono aver fatto uscire del sangue dalla spalla di Atena.

testo e immagine tratti da Watchmen (cap. VII), di Alan Moore

3 commenti:

Lorenzo Breda ha detto...

Ma... Ma... E' fantastico!


[dico, basta questo a far dire che Watchmen è bello...]

Elikrotupos ha detto...

No beh, non solo questo, anche alcuni capitoli dalla sceneggiatura geniale. Ma questo è veramente un bellissimo racconto, anche preso così fuori dal contesto.

lyxor ha detto...

bello bello bello

clap clap clap