venerdì 6 agosto 2010

Giffoneide /2: La sostanza

Come previsto, non ce l'ho fatta. Dovevo vedere molte cose, ma per un motivo o per un altro me ne sono perse parecchie. Certo sono altrettante quelle che sono riuscito a vedere, tante da non potermi permettere minimamente di lamentarmi. Anzi, mi hanno lasciato ben sazio.

Cominciamo con quello che mi sono perso.
I concerti, pur apprezzatissimi dai bambini e ragazzi, sono la cosa più noiosa e persino fastidiosa del festival. Non quando a farli sono però gente del calibro di Baustelle, Carmen Consoli e Elio e le storie tese. I Baustelle mi hanno avuto fra il loro pubblico. Ho avuto modo di rendermi conto che anche loro fanno canzoni più o meno simili l'una a l'altra, ma li ho comunque apprezzati, soprattutto la tastierista scatenata Rachele Bastreghi che compensa la flemma del frontman Bianconi.
Consoli invece l'ho perduta a causa di una triste realtà: non ero l'unico a volerla sentire. Uscito dal documentario su Carlo Rambaldi (spiego dopo) ho trovato una fila pazzesca all'entrata dell'Arena Sordi, dove si teneva il concerto. Non che la fila fosse un problema (io avevo il pass!), il problema era la scarsità di posti a sedere. Mi è dispiaciuto molto perdermela.
Così come mi è dispiaciuto perdermi Elio e le Storie Tese, a cui ho preferito il film italiano La pivellina (spiego dopo). Entrambi gli eventi sono però stati interrotti da una pioggia torrenziale che non sembrava voler mettere fine all'esistenza della specie umana, e ci stava riuscendo.

Altro evento che mi sono perso integralmente è stato Masterclass, il ciclo di incontri/lezioni con alcuni importanti nomi del cinema italiano: Giovanni Veronesi, Pupi Avati, Maccio Capatonda, Ligabue, Pippo Del Bono, Giuseppe Piccioni, Gianni Minà. La location delle masterclass erano le Antiche Ramiere, situate in culo alla luna rispetto al resto degli eventi festivalieri, il che mi ha costantemente scoraggiato dal raggiungerle (non tanto per pigrizia, quanto per il tempo necessario a spostarsi). Inoltre spesso le masterclass si sovrapponevano ad altri eventi, fra cui le proiezioni dei film in concorso. Insomma alla fine ho rinunciato a tutte.

Ho fatto un po' schifo anche sul fronte cortometraggi. Purtroppo il Piccolo Missionario non se ne occupa, quindi non abbiamo potuto dar loro la priorità, ma avrei voluto guardarli tutti, anche perché con gli orari non creavano problemi.
Dei corti in concorso abbiamo visto solo quelli proiettati in coppia con i lungometraggi, negli ultimi tre giorni di festival, per un totale di sei corti (tre della categoria +13 e tre della +16, ne parlerò poi). Altrettanti me ne sono persi.

Mi sono poi perso TUTTI i corti italiani della sezione "Verso sud", e TUTTI (tranne uno) i corti della categoria in concorso "Sguardi inquieti" (+18). Me tapino. Sono riuscito a vedere solo Echo, film polacco molto inquieto (adatto alla categoria...). Due ragazzi uccidono una ragazza, così. Poi piangono, molto forte. Fine. Per citare uno spettatore del film Paranoid Park: "ma che cazz'è?".

Delle sezioni fuori concorso ho visto tutti i tre corti della sezione "Diritto d'amore" (promossa da Amnesty International), e solo quattro degli otto cortometraggi d'animazione della sezione fuori concorso "Shorts of Love". Alcuni di questi li ho anche linkati via twitter durante il festival, essendo riuscito a trovarli online in versione integrale:
A parte l'ultimo, sono tutti ottimi corti.

Infine ho mancato anche alcuni film italiani che volevo vedere. C'era una rassegna di film italiani che si svolgeva parallelamente al concorso (li avevo elencati qui) al pittoresco Giardino degli Aranci, un cortile con proiezione all'aperto. Mi sono perso Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni (inizialmente per ignoranza, poi ho capito che era un regista da seguire, ma era troppo tardi...), Due vite per caso, film sul G8 di Genova con Isabella Ragonese, e Nati stanchi, primo film del duo comico Ficarra & Picone.

Gli altri italiani però li ho visti tutti.
Ho rivisto il bellissimo La prima cosa bella di Virzì, piaciuto anche alla cricca di amici, che invece ha disprezzato con sdegno misto a nausea La strategia degli affetti, di Dodo Fiori, un film sullo sbando della piccola borghesia cittadina, e sulle disturbate conseguenze che può generare (rapporti maniacali fra familiari e amici). A me il film non ha fatto schifo, l'ho trovato una storia interessante, e interessante è anche lo sguardo dell'autore (regista e sceneggiatore), la necessità di voler raccontare proprio questa storia, anche se il suo stile non riesce a distinguersi dal resto del cinema italiano giovane di questi ultimi anni. Infatti un film molto simile è quello che ho visto il giorno dopo, La fisica dell'acqua, di Felice Farina. Anche qui una torbida storia viene a galla dopo l'accumularsi di piccole situazioni esasperanti. Pare che l'andazzo del nuovo cinema italiano sia quello di andare a cercare l'orrore nella vita quotidiana, il marcio che si nasconde dietro (o che è la base di) l'apparente benessere dell'italiano medio (di mezza età, adolescente, o persino bambino, come in La fisica dell'acqua). E' una scelta che ha un senso, ma sembrano registi che non hanno qualcosa da dire, che con la messa in scena vogliono dire qualcosa, che si mettono semplicemente al servizio della storia. E' per questo che io comunque apprezzo questo tipo di film, perché guardo spesso più alla storia che alla forma, allo stile. Ma la storia da sola non può fare il film, e se ci accontentiamo di film monchi, difficilmente il cinema italiano tornerà agli antichi splendori. Per fortuna c'è chi non si accontenta. Alla visione di questi film io e il collega Luca abbiamo invocato i nomi di Sorrentino e Garrone, nostre ancore di salvezza.
Il giorno seguente toccava al tanto atteso La pivellina, titolo da film porno (cit. collega Luca) che per la larga distribuzione è stato sostituito con Non è ancora domani. Per niente atteso era invece la pioggia che ha decimato il già scarso pubblico del Giardino degli Aranci. L'ultimo spettatore rimasto (io) si alza pochi minuti prima del diluvio universale. Eravamo arrivati a circa metà film. Del film ho potuto capire solo che era molto interessante. Girato in digitale, con attori non professionisti (una famiglia circense) e una sceneggiatura che è più un canovaccio affidato all'improvvisazione e modellato sulla protagonista, la pivellina di quattro anni che dà il titolo al film. Peccato non averlo potuto vedere interamente, chissà quando ricapiterà l'occasione (distribuzione pessima).

Altri due film italiani li ho visti invece al cinema Valle, la seconda sala a disposizione del festival. Erano Il cuore altrove di Pupi Avati e Marpiccolo di Alessandro Di Robilant (che credevo essere un giovane, invece ci ha già la sua bella esperienza). Le storie in costume di Pupi Avati a me piacciono molto, ed è un regista al servizio degli attori, che dalle sue storie e dalla sua regia vengono tutti valorizzati (in questo caso Neri Marcoré al suo esordio da protagonista, Vanessa Incontrada [purtroppo ridoppiada], Nino D'Angelo).
Marpiccolo è un film sorprendentemente bello e l'unico fra questi "fuori concorso" ad essere vagamente in tema con il concorso: protagonista un ragazzino, proveniente da una famiglia disagiata ma che non ha perso/non vuole perdere la dignità, la dura realtà della strada e della malavita.

Concludo con i due documentari che hoi visto, molto deludenti: Carlo Rambaldi - L'occhio, la mano, il viaggio di Victor Rambaldi, e Zarema e le altre, di Giuseppe Carrisi.
Il primo è un documentario su Carlo Rambaldi, tre volte premio Oscar per gli effetti speciali di E.T., King Kong e Alien, realizzato da suo figlio Victor. Un documentario che oltre a celebrare il successo e l'autorevolezza internazionale di Rambaldi, ne racconta anche la genesi da umile artista/artigiano. Troppo autocelebrativo, dà la parola solo a Rambaldi, senza andare a cercare il parere dei suoi collaboratori più celebri (io aspettavo un'intervistina a Spielberg...) o un punto di vista meno italiano e più americano su questo artista.
Il documentario di Carrisi è invece sulle donne kamikaze in Cecenia, realizzato nella forma della docu-fiction, quindi orribile a vedersi. Persino i ragazzi della giuria, nel dibattito col regista, non si sono risparmiati una critica al montaggio. Si sono risparmiati la critica invece alla pessima "attrice", Marina Tuzikova, presente anche lei al dibattito. Presente e basta. Un ragazzo russo le ha chiesto di esprimersi in merito alla questione cecena, e lei: "io politica zero. eheh".

Uff... pensavo di cavarmela con due post, invece bisogna farne anche un terzo. La sostanza vera, stavolta: i film in concorso... →

[foto (non tutte): © PM - Piccolo Missionario]

5 commenti:

valentina ha detto...

La Incontrada ridoppiada in effetti non è un bel sentire!

Giuseppe Piccioni è uno che si può seguire, sì: a me piace abbastanza, e "Fuori dal mondo" è bello, penso sia il migliore tra i suoi film.

Sulla Pivellina ho già parlato anche troppo :)

Dei corti intanto ho visto "Yulia", molto carino!

Xalira ha detto...

Mah, a me il documentario su Rambaldi non era dispiaciuto... D'accordo sull'agiografia imbarazzante.

Francesco ha detto...

@Xa: non ti è sembrato un documentario "alla Superquark", nella forma? Cioè, non mi sembra che Victor Rambaldi sia destinato a diventare un grande nome del genere Documentario... Poi ovviamente nulla da eccepire sul contenuto: la storia degli esordi di Carlo Rambaldi è stata interessante e anche illuminante, la storia del suo successo pure (anche se era tutta roba più o meno già sentita, ma questo è irrilevante). Ma la confezione a me personalmente ha fatto cascare le braccia.

Dodovox ha detto...

Cosa aveva il montaggio di Zarema e le Altre che non andava?

Francesco ha detto...

Era il modo dei ragazzi per dire che non piaceva il formato del docu-film.