domenica 6 novembre 2011

Il mio amato Habibi

Non so voi, ma io ho tempo e voglia: la prenderò alla larga.

(to) hype, (to be) very excited for something.
Non ho ancora capito se in inglese sia un aggetivo o un verbo. In italiano è usato come sostantivo. L'hype sarebbe l'aspettativa, per un prodotto o per un evento, montata ad arte per ragioni commerciali dai produttori o dagli organizzatori dell'evento, oppure accumulatasi spontaneamente nel corso del tempo nella comunità destinataria del prodotto o dell'evento. E' diventata una tecnica commerciale perché, indipendentemente dalla ragionevolezza dell'aspettativa, un prodotto/evento forte di quell'aspettativa ha sempre indiscusso successo (quantitativo, più che qualitativo). Inutile dire che questa tecnica è inflazionata, perché nella maggioranza quasi totale dei cas l'hype è ingiustificato, forzato, e quindi alla conclusione dell'aspettativa la delusione dei destinatari/consumatori è inevitabile. Le maggiori vittime di questa piaga sono i nerd.
nerd, qualcuno dotato di notevoli capacità deduttive e/o produttive esclusivamente in ciò che non ha rilevanza e influenza nella società in cui vive (ad esempio arte, fantasia, tecnologia).
Questo piccolo prologo era necessario per caricare del giusto significato una locuzione che in merito ad Habibi sentirete usare spesso (non solo da me): "dopo sette anni".
Io sono un nerd. Sette anni è un hype.

In realtà io userò "dopo cinque anni", che è altrettanto hype, perché questa storia per me è iniziata nel 2006. Leggevo fumetti da qualche anno, principalmente di produzione italiana, principalmente a marchio Disney. Cattive compagnie mi hanno poi fatto conoscere "diversi" fumetti italiani, "diversi" fumetti umoristici, "diversi" fumetti. In particolare la cattivissima compagnia di Repubblica e L'Espresso è stata colpevole di numerose scoperte, fra le quali questa. Io divento nerd dei fumetti grazie a questa collana di graphic novel (e qui, se mi dovessi mettere a scrivere una definizione, l'Apocalisse ci sorprenderebbe ancora nel vivo della discussione). All'epoca l'ignoranza mi faceva storcere il naso di fronte a un buon 80% di quella collana in dieci volumi, e vi sono su internet testimonianze scritte e indelebili di quella mia ignoranza. Normalmente condivido pubblicamente le mie autocritiche, ma stavolta la vergogna è proprio troppa. Oggi invece quella collana è una delle presenze più preziose della mia modesta collezione di fumetti, e è ciò di cui vado più orgoglioso (insieme con la ristampa integrale di Corto Maltese, uscita con L'Espresso poco prima).
In quella collana c'era Maus, la graphic novel per antonomasia, quella che tutti prendono come esempio lampante (inascoltati) dell'equivalenza fra romanzi scritti e romanzi disegnati. C'erano soprattutto due romanzi che mi avrebbero sconvolto l'esistenza per sempre: Blankets di Craig Thompson e Città di vetro di David Mazzucchelli. Di entrambi questi autori sono usciti quest'anno, dopo molti anni, i nuovi romanzi. Di Mazzucchelli spero di parlare in un prossimo post. Oggi tocca a Craig Thompson.

Quando la nostra piccola fragile community di nerd (la vecchia e poi la nuova) scoprì e lesse Blankets lo shock fu considerevole. Poteva un fumetto sconvolgerci tanto? Sì, poteva, persino più di Maus. Maus era un tristissimo e devastante romanzo storico, Blankets era l'apologia del primo amore. Noi eravamo adolescenti. I conti tornano.
Blankets, semiautobiografico, è il racconto di una magica estate vissuta dal protagonista Craig a casa della prima ragazza che ha amato, Raina. A condire il racconto c'erano poi dei flashback sul passato di Craig che contribuivano a definire la sua famiglia e la sua comunità, un contesto tanto distorto e in un certo senso malato da far apparire quell'amore, quell'occasione fuggevole di felicità, come un miracolo inspiegabile, un'esperienza delicata e preziosa, da proteggere. Me ne sono ricordato oggi, leggendo quelle vecchie discussioni sui forum di Sbonk e del Sollazzo: dopo la lettura di Blankets andavo in giro a dire che quella storia era mia. Non il libro, ma il contenuto. Nessuno doveva più leggerlo. Ogni volta che un nuovo lettore lo avesse letto rischiava di rovinare quella storia, rischiava di non capirla, osare analizzarla, considerarla una cosa normale, terrena. Blankets per noi (per me, almeno) non era un bel libro: era un'entità metafisica.
Poi in realtà altri lo leggevano e, no, non lo rovinavano. Vivevano esattamente quella stessa esperienza. Questo faceva di Blankets il miglior romanzo a fumetti possibile, il Santo Graal del fumetto, ciò che ogni nerd dei fumetti nella sua vita spera di trovare. Era impossibile credere di averlo davvero trovato.
A quel punto un nerd, dopo aver vissuto un trip del genere, ne vorrà ancora. La buona notizia fu che Craig Thompson aveva già pubblicato altri libri (in particolare un libricino assolutamente non paragonabile a Blanktes né per dimensioni né per ambizioni, ma ugualmente pregiato: Addio, Chunky Rice, e trovarlo fu un'impresa) e che ne stava scrivendo un altro, chiamato Habibi. La cattiva notizia era che questo nuovo libro gli avrebbe richiesto anni e anni di lavoro. Pochi mesi fa quel lavoro è terminato, e a settembre 2011 Habibi è arrivato nelle librerie americane, suscitando meraviglia e compiacimento in tutti i più importanti critici letterari. Già un mese dopo era pronta anche l'edizione italiana, tradotta da Randa Ghazy (scrittrice italiana di origini egiziane, più giovane di me dio santo) per Rizzoli-Lizard (che un anno fa aveva ristampato in bella bella bella forma anche Blankets, per prepararci).

Ed eccoci a oggi, dopo cinque anni dall'esperienza lisergica di Blankets. Nemmeno una settimana fa mi arriva per posta Habibi. Il giorno dopo, mentre il nerdvana si manifestava come annuale tradizione in quel di Lucca, con lo stesso Craig Thompson presente, io mi sono chiuso in casa a leggere i suoi due romanzi. La rilettura di Blankets non ha evidenziato segni di invecchiamento. Stessa esperienza sovrumana. Con un po' di timore che non potesse leggere il confronto mi sono tuffato nella lettura di Habibi.

Ho iniziato questo post con la definizione di hype commerciale, inventato, forzato. Quante delusioni mi ha procurato, quell'hype. E ogni volta ci ricasco. Ci ricasco perché ingenuamente mi aspetto sempre l'hype spontaneo. Poi la rassegnazione ha avuto la meglio. Stavo per convincermi di non potermi più permettere nessuna aspettativa. E invece no, quel mito esiste ancora.
L'hype per Habibi ha ripagato l'attesa molto più di quanto chiunque osasse sperare.

Habibi va oltre Blankets, che al confronto è di una linearità disarmante, riesce ad arricchire la nostra lettura, spezza la storia con quei magnifici arabeschi che forse significano qualcosa forse no e che dilagano in ogni pagina, incontenibili. Non è un rebus, ma poco ci manca. La storia si svolge come un cubo di Rubik o un sudoku nelle mani di un solutore esperto. I simboli e il loro significato si accumulavano pagina dopo pagina, e quando venivano svelati un'ondata di consapevolezza mi riportava alla mente in un'istante tutta la storia letta fino a quel momento. Metafumettisticamente quello dei veli e di ciò che c'è dietro è un tema ricorrente nella storia stessa, un concetto che pervade la calligrafia araba, il Corano e la Bibbia (e in generale la storia della filosofia, ma a questo nel libro non si accenna).
Oltre questa confezione lussureggiante c'è poi una storia più assimilabile allo stile del precedente libro: lineare, coinvolgente, drammatica. A voler rispondere alla domanda "sì, va bene, ma di che parla?" si può dire che parla di due giovani arabi, una ragazza bianca, Dodola, e un ragazzo nero, Zam, in un contesto che è difficile inquadrare temporalmente e geograficamente ma che è sicuramente un mondo corrotto, violento, malsano e condannato ad andare sempre peggio. E' un mondo che cambia all'occorrenza: dal palazzo del Sultano alla metropoli invasa di auto e camion, dal deserto delle carovane alla diga gigantesca eppure segreta con cui imprenditori spietati controllano l'acqua. Le location e i loro abitanti si mescolano, e le situazioni che si creano sono strane, impossibili, eppure le conseguenze generate sono plausibili, perché sono ciò che la violenza e la sopraffazione dei deboli ha sempre e ovunque generato. Che importa allora definire dove e quando si svolge questa storia? Una sensazione di vertigine e di confusione che non è del testo ma nel testo. Non è un difetto: è voluta.
Dodola ha dodici anni ed è una schiava quando incontra Zam, che ha tre anni e nessuno che si curi di lui. Dodola lo prende con sé, riesce a fuggire dai suoi padroni, e si rifugiano su una vecchia nave incagliata nel bel mezzo del deserto, dove cresceranno insieme, lontano dal resto del mondo. Prima di diventare schiava Dodola venne venduta in moglie a uno scriba, che le insegnò a leggere e scrivere. Anzi, a raccontare: qui si gettano le basi per una citazione della Scheherazade delle Mille e una notte, colei che riuscì a sopravvivere grazie all'arte della narrazione prima di quella amatoria (che invece a Dodola sarà tutt'altro che risparmiata). Non solo, ma con questa celebrazione dell'arte del racconto Craig Thompson mi si va ad affiancare, nel mio personale pantheon di autori, a quel gran genio di Neil Gaiman, che del racconto e del metaracconto ha fatto il punto di forza della sua magnum opus Sandman.
Dodola e Zam vengono brutalmente allontanati l'uno dall'altro e non si ritroveranno più per anni. Anni turbolenti, nei quali raramente conoscono momenti di sollievo. Il caso li riavvicinerà, quando però sarà troppo tardi per recuperare la loro storia da dove si era interrotta. E poi...

Il Santo Graal del fumetto non era Blankets, ma Habibi. E non vedo l'ora di trovarne un altro, fra sette anni.

lunedì 10 ottobre 2011

Poesie e anagrammi

Tomas Tranströmer ha vinto il premio Nobel per la letteratura, primo poeta dopo un sacco di anni. Il che ci riporta a parlare di poesia. Nell'attesa che mi procuri un libro del Tranströmer, che staranno prontamente ristampando circa tutti quanti, ci deliziamo con questi poetici anagrammi che Stefano Bartezzaghi (appena approdato su Twitter, e con un nuovo libello in uscita) ha dedicato ai lavoratori in agitazione che occupano il Teatro Valle. Da qui:

L’arte, a  volte,
è trovatella.

Tra le tavole,
l’attore vale
Re o valletta
orla la vetta.

Vo’ allettare
alle trovate.
Love l’attrae.
È alto travel:
Elettra vola
(teatrale vol).


L’altero vate
volterà tela,
velerà l’atto.
Altrove tal è.


Alt al vetero!
Alt, e v’è altro
oltre al vate:
vòlte realtà,
torve lealtà.


O valle tetra!
Avrete l’alto
veto all’arte
Tollerate? Va?

È trovatella,
a volte, l’arte.
Vale lottare.
È lotta, larve!
È lotta, Ravel!

sabato 24 settembre 2011

Invece di Star Wars

Questa bella cosetta è uscita una decina di giorni fa, e in tale periodo ha venduto nel mondo un milione di esemplari, incassando 84 milioni di dollari. In Italia lo si trova a 80€ (su Amazon, dove sennò).

E' da parecchio tempo che non faccio liste dei miei acquisti e mi vergogno di aver speso così tanto spinto da un istinto che, fatico ad ammetterlo, sia compulsivo (oh, era pure il mio compleanno). Stavolta però devo fare un'eccezione.
Ecco le cose che ho comprato in questo mese invece di risparmiare per acquistare i nove blu-ray di Star Wars:

  • 2 giochi Wii
  • 1 gioco DS
  • 20€ credito Nintendo eShop
  • 5€ credito Playstation Network
  • 2 cofanetti CD (uno da 4 e uno da 8)
  • 5 film DVD
  • 7 film Blu-ray
  • 5 fumetti (di cui 3 edizioni deluxe)
  • 3 libri
Quattrocento euro. E settembre non è ancora finito.
Tutto questo per ribadire che George Lucas è morto per me.
E con questo festeggio il mio 300° post!

lunedì 22 agosto 2011

Quel mostro di Internet e il diritto d'autore

rassicurazione Il post inizia con una verbosa metafora, ma prometto che non andrà avanti per molto. Volendo si può anche saltare. Però potrebbe far ridere. Però anche no. Comunque non m'offendo. Però un po' sì.


take-away Siano i produttori stessi a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso. E nel primo caso ottengano fondi pubblici ma distribuiscano i loro prodotti culturali (anche) gratis.

In questa storia ci siamo io, c'è papà Legge Ordinaria, c'è mamma Direttiva Europea, c'è nonna Costituzione e c'è zia AGCOM. La zia è quella che ti fa divertire però poi davanti a mamma e papà non si può allargare più di tanto. Finché gli tiene il pupo il pomeriggio va bene, ma se lo comincia a viziare bisogna ricordarle chi è che comanda. La nonna è quella saggia, che una parola è poca e due sono troppe, che non sa una mazza di quello che le sta accadendo intorno però per qualche strano motivo se fai come dice lei vedi che non sbagli. Pare che quando era giovane fosse molto malata e tutto le andasse storto, finché fortunatamente un giorno conobbe nonno Diritti Umani (vecchio marpione che ancora tenta di sedurre qualche giovane nazione, ma quelle se la tirano...) e riuscì finalmente a farsi una famiglia. Mamma e papà sono quelli che dovrebbero prendere le decisioni per il mio bene, per proteggermi ma allo stesso tempo lasciarmi libero di crescere, però non riescono a star dietro ai tempi moderni, non hanno alcuna intenzione di dare ancora retta alla nonna (la vorrebbero mettere in ospizio e farle cedere parecchie proprietà prima che tiri le cuoia, ma la nonna è tosta e non si fa fregare. Porta i calzini turchesi ma non per questo è rincoglionita), e passano la gran parte del tempo a litigare fino a quando non è troppo tardi, e allora la mamma sbrocca e si fa come dice lei. Che poi quello che dice la mamma di solito non l'ha detto davvero lei ma gliel'hanno suggerito i suoi amanti, Leglislazione Inglese, Francese e Tedesca (cosa che papà ha sempre sospettato e non gli è mai andata giù), oppure l'ha letto su qualche rivista femminile piena di pubblicità tipo Ordinamento Statunitense.

La mia famiglia è in crisi per un sacco di problemi, fra i quali io, il pupetto. E' successo che un giorno, qualche anno fa, ho conosciuto questo tizio, Internet, che si appostava fuori dalla scuola e ci dava un sacco di roba gratis. Ce ne dava a fiumi - ma che dico a fiumi, a torrenti!, e poi noi ce la passavamo a vicenda. Roba che ci piaceva, che ci faceva sentire grandi, e che a sentire mamma e papà dovevamo pagarla e andarla a prendere dove dicevano loro, da un tizio vecchio e arcigno che si chiamava Catena di Distribuzione. Internet invece veniva direttamente da noi a portarci la roba. Noi pupetti eravamo tutti gasati, ma mica scemi. Per un po' ci siamo chiesti perché non si facesse pagare, ma lui sogghignava rassicurante e ci diceva di non preoccuparci. E non ci siamo preoccupati.
All'inizio papà non ne sapeva niente. Poi qualcuno ha cominciato a lamentarsi, diceva che io gli rubavo le sue cose tramite Internet, e che Internet era un mostro, e che se non potevano fare niente per contrastare Internet allora era meglio che cominciassero a prendere provvedimenti contro di me. "Era un bambino tanto carino" gli dicevano, "e adesso è diventato un tale scapestrato! Se non fai qualcosa questo qui ti diventa comunista!". A papà nominagli i comunisti e cominciano a fumargli le orecchie. E così papà s'è spaventato, e ha cominciato a dirmi che Internet era pericoloso, che dovevo starci attento, che nessuno ti regala mai niente per niente, che il figlio di un suo amico (Dittatura Cinese) aveva fatto una brutta fine (e io "ma non è comunista?", e lui "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose...").
Insomma, i rapporti con papà si stavano facendo insostenibili. La zia AGCOM non ce la faceva più a vederci litigare, e allora ci ha preso da parte, uno alla volta, per vedere cosa volevamo, e di cosa avevamo paura. Apriti cielo. Ci mancava poco che papà, il suo fratellone, le desse della zoccola. "Zitta tu, che ne vuoi capire di 'ste cose! Fammi parlare con tuo marito, TAR del Lazio". Povero zio TAR. Alla fine vanno tutti da lui. Fanno tutti come gli pare, però quando la frittata è fatta tornano da lui (di nascosto dalla mamma).
Ora è chiaro che quando papà ti risponde "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose" è perché è lui che non ne capisce di 'ste cose però non lo può dare a vedere. Lui deve sapere sempre tutto. Lui non ammette l'ignoranza. Le cose le devi sapere. Se non le sai, inventatele. Pure false ma le devi sapere. S'è visto come siamo andati a finire... se non ci fosse la mamma...
fine metafora

In soldoni: AGCOM si è messa in moto per contrastare la pirateria informatica. La delibera che ne è venuta fuori ha suscitato molto scalpore. Poi l'hanno aggiustata un po', consultando vari addetti ai lavori, e ne è venuto fuori un compromesso (ancora oggetto di consultazione per qualche settimana) lungi dall'essere accettabile, concretamente inattuabile, ma almeno ragionevole. Che è già qualcosa.

A forza di dare colpi alla botte e colpi al cerchio secondo me l'AGCOM è andata un po' fuori dal seminato, arrivando persino a contraddirsi. L'ultima delibera mira a contrastare la "pirateria industrializzata", ovvero quei siti che lucrano sulla distribuzione di opere dell'ingegno cui non sono stati corrisposti i diritti d'autore, mentre invece introduce il principio del fair use (ovvero le condizioni di eccezione ai diritti dell'autore sull'utilizzo della sua opera). "Introduce" non vuol dire che è legge. L'AGCOM è un'autorità che in pratica non ha alcun potere, non fa leggi e non le sanziona. Cioè, lo fa, però poi tutti si appellano all'autorità giudiziaria, dove contano le leggi, non le delibere dei Garanti, che dovrebbero servire invece solo a dirimere agilmente le controversie fra Gentiluomini. Peccato che questo istituto precorra i tempi, poiché l'era dei Gentiluomini è ancora di là da venire.
L'AGCOM ha ribadito che non intende minare la libertà di espressione degli utenti di internet, non prevede chiusure di blog, impedimenti all'accesso a siti internet italiani, limitazioni al P2P, e ha anzi specificato una serie di eccezioni all'infrazione di copyright che è bene elencare per esteso anche qui:
  1. i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro;
  2. l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione;
  3. l’uso didattico e scientifico;
  4. la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa
Ora, non vorrei dir niente, ma che io ricordi queste stesse eccezioni (no lucro, diritto di cronaca, uso didattico, riproduzione parziale, nonché altre eccezioni come quelle per i portatori di handicap) le garantiva anche la vigente legge sul diritto d'autore (l. 633/1941 capo V - Eccezioni e limitazioni come modificata nel 2003). E sono tutte eccezioni soggette a interpretazioni a causa delle quali blog, siti internet italiani, e reti P2P non potrebbero stare affatto tranquilli, nonostante le rassicurazioni. Insomma, per noi pupetti comunisti non cambierebbe niente.
Non è cambiato niente neanche per gli avidi capitalisti del Mercato, che però, nel dubbio, fanno terrorismo preventivo. Non si sa mai. Questa svolta populista di AGCOM ha fatto tremare l'"industria della cultura" (di questa bella creatura poi ne parleremo meglio). L'AGCOM ha previsto una serie di piccoli insignificanti doveri di cui l'industria non sembra intenzionata a farsi carico. Doveri quali l'attenzione alla qualità, la differenziazione fra offerte a accesso agevolato e offerte premium, codici di condotta. Inaccettabile affronto, ne converrete!
In questo allucinante illuminante intervento sul tema da parte del presidente della FIMI Enzo Mazza, si ravvisano i drammatici problemi in cui verserebbe l'industria italiana della cultura e in cui si condanna ogni singolo passo compromissorio fatto negli ultimi mesi dall'AGCOM per avvicinarsi al "popolo della Rete" (altra mitologica creatura degna di analisi). In tale intervento si scopre che ad aver decretato il successo di YouTube non sono stati gli UGC (User Generated Content, awanagana) come abbiamo sempre ingenuamente creduto noi, Popolo della Rete, e quelli di Time nel 2006 quando ci hanno dichiarato Person of the Year (e non è che non avessero alternative). No, il successo di YouTube l'avrebbero costruito Justin Bieber e Lady Gaga, perché i loro video sono gli unici due che hanno superato il miliardo di visualizzazioni. Da grande artista quale è Enzo Mazza rivendica l'esclusiva sulla qualità nelle produzioni, non lasciando scampo alla produzione amatoriale ("...apprezzabilissim[a], ma scarsamente significativ[a] (dal punto di vista della qualità)", citazione testuale). Si vede che anche lui, su Youtube, ha visto solo i video di Bieber e Lady Gaga, mentre noi poveri comunisti non abbiamo capito proprio niente di quello che è successo negli ultimi 10 anni... (fralaltro, cerchi qualche informazione su come è stato scoperto Justin Bieber, tanto per capire se è nato prima l'uovo o la gallina).
Il calo del fatturato dell'industria musicale viene addebitato alla concorrenza sleal-illegale della pirateria. Non è che magari è colpa pure della pessima musica che producete? Andiamo a guardare quanti ascolti fa Sanremo e quanti ne faceva dieci anni fa. Andiamo a guardare com'è fallito il Festivalbar e da cosa è stato sostituito. Andiamo a guardare le ragioni dei successi lampo dei "talent". Andiamo a guardare gli ascolti delle radio commerciali. Andiamo a vedere se i concerti più visti dell'anno sono di artisti che hanno esordito nell'ultimo decennio, e non di Vasco Rossi, Ligabue, Laura Pausini, Renato Zero, Biagio Antonacci, Jovanotti (che non penso lamentino un calo di vendite dei loro dischi, sempre al primo posto in classifica appena escono). Io non ho modo di accedere al volo ai dati statistici, ma non mi sembra che la situazione sia rosea. E non mi sembra che questi esempi possano in qualche modo risentire della concorrenza della pirateria. Allora se il fatturato dell'industria musicale ha perso il 73% negli ultimi dieci anni (come dice Mazza) forse non è solo colpa di internet. Sarà magari colpa della saturazione del mercato con dive e divetti interpreti di musica sempre uguale?
E poi, sempre nell'intervento sulla consultazione dell'AGCOM, il presidente della FIMI arriva a perdere ogni pudore paragonando la cultura ai giochi&scommesse online. Lo Stato si rivale sui siti stranieri di scommesse che fanno concorrenza ai Monopoli di Stato, mentre invece le ultime modifiche alla delibera AGCOM non permettono la stessa cosa contro i siti esteri di file sharing. Ci sarà un motivo per cui sui giochi c'è il monopolio pubblico e sulla cultura no? Il motivo è l'interesse dei cittadini. "Difendere il repertorio di De André o i film di Rossellini" (cit. testuale) non lede gli interessi dei cittadini, e nemmeno quelli di De André e Rossellini, pace all'anima loro. Notare come adesso Mazza non cita Lady Gaga e Justin Bieber, tanto per essere coerente con il suo appello a "non seguire logiche populistiche di basso profilo" (cit. testuale).
Mazza conclude il suo intervento ribadendo la necessità di protezione dei "consistenti investimenti" delle major da questi attacchi pirateschi. Mi affido alla saggezza di Totò e passo avanti.

Secondo me.
Secondo me la soluzione non è né il fair use all'americana o all'italiana, né tanto meno la regolamentazione di Internet sui trapassati modelli tradizionali a cui sono aggrappati gli irresponsabili papponi dell'Industria della Cultura che FIMI et similia rappresentano, che danno dei pirati, dei ladri, a noi Popolo della Rete e che non hanno la minima intenzione di guardare più in là del loro naso, o al massimo del loro portafoglio.
Come dice il presidente della FIMI in un breve e fortunoso momento di lucidità subito contraddetto da paragrafi e paragrafi di fuffa, bisognerebbe portare i contenuti al centro della discussione.
I contenuti di cui stiamo parlando, quelli per i quali gli autori hanno diritto al giusto compenso, sono contenuti di valore culturale. Sì, possiamo stare ore a parlare di quanto sia soggettivo il valore culturale di un'opera dell'ingegno. Eppure il nostro Stato il diritto di decretare quali opere hanno valore, anzi, interesse nazionale culturale se lo arroga eccome. C'è un dettagliatissimo decreto scritto apposta per determinare l'interesse culturale.
Allora se lo Stato riconosce l'esistenza di film di interesse culturale nazionale e non, lo Stato deve riconoscere anche se lo scopo di questo riconoscimento è un premio alla produzione del film o un certificato di qualità a uso e consumo dei cittadini. La cosiddetta legge Cinema del 2004 "riconosce il cinema quale fondamentale mezzo di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale" al primo comma del primo articolo, ma il cerchiobottistico secondo comma aggiunge "anche in considerazione della sua importanza economica e industriale". Quale comma sarà più importante? Il primo? Quello più lungo? Quello con meno vocali in proporzione alla lunghezza a patto che siano in numero dispari e che non sia giovedì? Boh. Comunque la commissione del Ministero dei Beni Culturali decide se assegnare il riconoscimento di interesse nazionale e, se è il caso e se la crisi lo permette, anche un contributo economico. Mi viene da pensare che quando assegna il contributo economico lo fa per l'industria, e quando riconosce solo l'interesse nazionale lo fa per i cittadini. Prendiamola così. E così è sbagliato. Se l'industria cinematografica è industria, chiedesse fondi ai ministeri per l'industria (Finanze, Sviluppo economico, Infrastrutture, Lavoro), non ai Beni Culturali. Se lo chiedi ai Beni Culturali allora ammetti che il tuo prodotto è qualcosa di diverso dalla normale produzione industriale.
In cosa sta la differenza fra il prodotto culturale e il prodotto industriale? Perché ci sono i ministeri che dialogano con le industrie e poi ci sono diversi ministeri per cose come l'Istruzione, la Sanità, le Politiche Agricole, l'Ambiente e i Beni Culturali? Perché questi ultimi sono servizio pubblico, dove i cittadini hanno diritti e gli operatori privati che hanno intenzione di sguazzarci hanno *doveri*.

E qui casca l'asino e cascano pure il cerchio e la botte, quella piena, e la moglie, quella ubriaca, e tutto il cucuzzaro.

Non c'è bisogno di una commissione ministeriale per decidere se un'azienda sta operando o meno nel servizio pubblico. Nel momento stesso in cui detta azienda si rivolge alle istituzioni statali poste a garanzia del servizio pubblico (tipo i suddetti ministeri) l'azienda accetta automaticamente i suoi doveri. E deve diligentemente adempiervi, se vuole un supporto economico dallo Stato.
Come già illustrato, i doveri di questi "soggetti culturali" comprendono non solo la copia privata e il fair use (che sono un compromesso sociale, contentini incompleti e insufficienti), ma soprattutto l'attenzione alla qualità (come fanno attualmente gli indipendenti: guadagnare per produrre, non produrre per guadagnare), il rispetto di codici di condotta e la distribuzione gratuita/agevolata rispetto a quella premium (vedasi ad esempio il manifesto di Don't Make Me Steal / Non fatemi rubare). E le licenze Creative Commons. Sì. L'obbligo, per le opere di interesse culturale nazionale, a essere diffuse in CC (il che renderebbe obsoleti i contentini di cui sopra, come è giusto che sia).

Che siano i produttori stessi, allora, a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso.
E solo nel primo caso e a fronte del rispetto dei suddetti doveri, otterrebbero anche il supporto economico dello Stato, automaticamente, senza commissioni che stiano arbitrariamente a fare il pelo su quanto e come un prodotto è di interesse culturale nazionale, valutazione che non può e non potrà mai essere oggettiva.
E allo stesso modo non sia lo Stato a decidere quanto un'opera d'arte sia adatta a una determinata fascia di età o altre fasce di cittadinanza bisognose di protezioni ulteriori. Diamo per scontato che l'arte e la cultura siano sconsigliate a chiunque non sia abbastanza maturo (per età, titolo di studi o condizione sociale), vietate ai minori. E se un produttore di opere d'arte ritiene che la sua opera invece sia utile anche per un pubblico non ancora maturo, chieda allo Stato di certificarglielo con un bollino che consigli, non vieti. [Perdonatemi questa piccola parentesi sull'abolizione della censura commissione di revisione cinematografica]

Quanto costerebbe, allo Stato e all'Industria della Cultura, una tale riforma? Più o meno niente. Parliamo della legalizzazione di una situazione già esistente (non in quanto compromesso sociale, ma in quanto riconoscimento di princìpi come quelli sacrosanti che ispirano il sistema bibliotecario, solo aggiornati alle potenzialità delle tecnologie attuali e future). Anzi. Porrebbe un freno a un sacco di sprechi come la produzione assistenzializzata di Merda di Stato, e soprattutto alla pirateria lucrativa (non quella dei blog e del p2p, che l'AGCOM non vuole toccare).
Se Aurelio De Laurentiis accetta di dichiarare un suo cinepanettone di interesse nazionale, e ne facesse quindi (obbligato per legge) una versione gratuita e una premium, chi è che pagherebbe per la premium? E chi pagherebbe per una versione premium di un film di Nanni Moretti? Secondo me la risposta a queste due domande è completamente differente. La differenza è esattamente la stessa che c'è fra lusso e cultura. E questa è una differenza che è chiara a qualunque cittadino italiano al momento di aprire il portafogli (indipendentemente dalla volontà/capacità di aprire anche la mente).
Se De Laurentiis non vuole regalare il suo cinepanettone ai cittadini, che non chieda finanziamenti pubblici ai Beni Culturali. Li chieda alle Attività produttive. E allora avrà ben diritto a guadagnare miliardi e a perseguire chi copia e diffonde indebitamente i suoi film "cosi audiovisivi" (per profitto o meno).
E se nemmeno Nanni Moretti volesse regalare i suoi film? Farebbe un film che valore culturale ne ha ma lo dichiarerebbe come un mero prodotto industriale di intrattenimento? Sarebbero timori giustificati, i suoi. Ma se ci provasse, almeno una volta, vedrebbe che non guadagnerebbe di meno. Se il giorno dell'uscita del suo film lo mettesse disponibile per il download in alta definizione sul suo sito e contemporaneamente uscisse al cinema in digitale (a pagamento, metà di adesso) e, sempre contemporaneamente, in Blu-ray (a pagamento, metà di adesso) con contenuti extra sfiziosi (ovvero non anch'essi di interesse culturale, come potrebbero esserlo interviste e commenti audio), qualche pazzo disposto comunque a pagare si trova. Si trovano tuttora, solo che pagano ingiustamente il doppio.

La parte retorica, che piace ai più.
Le Industrie della Cultura non devono guadagnare per forza. Sono necessarie allo sviluppo del Paese, è ovvio, ma non per inerzia. Sono necessarie se sono davvero utili, costruttive. Se invece si inviluppano su se stesse per tirare a campare, lo Stato non deve dar loro neanche un centesimo. Lo Stato incentiva chi campa per produrre, non chi produce per campare. E questa è l'unica similitudine fra l'industria privata e quella dei servizi pubblici, in un Paese civile e tendente al progresso.

Per la cronaca, io da ormai molti anni spendo circa 250 euro al mese per "opere dell'ingegno" (spesso confezionate in maniera inadeguata, al prezzo e in assoluto, ma senza alternative possibili) che potrei ottenere invece completamente gratis. E ne spendo 250 perché è il massimo che posso permettermi. E è una media, perché ci sono mesi in cui faccio follie. E se il massimo che potessi permettermi fosse 10 euro al mese, spenderei 10 euro al mese. In media, perché ci sarebbero mesi in cui farei follie.

E chi non è drogato di cultura come me, ma è invece quello che determina le tendenze a cui si devono affidare le Industrie per fare i loro conti e sopravvivere? Quelli spendevano poco prima e spenderanno poco ora. Magari se gli abbassi il prezzo spenderanno pure un po' di più.


La criminalità arriva dove lo Stato latita.
La cultura non è un lusso.
Pagare meno per pagare tutti.
L'etica conviene.
Quanto so' comunista.

update 27-08-11 Un'infografica della MPAA (l'associazione delle major cinematografiche americane) mostra i numeri della pirateria.

sabato 20 agosto 2011

E' tutto sotto controllo [Lucrezia #6]

Lucrezià numerò 6, le nuvò fumètt de Silvia Ziche.
Dal 1° novembre 2011, dicono.
Immagine courtesy of {L}.
Classe 1967, Silvia Ziche è probabilmente una delle più importanti autrici Disney viventi. Inconfondibile per tratto e umorismo fulminante, la Ziche ha affiancato ai suoi successi con protagonisti topi e paperi una brillante carriera da vignettista su riviste e quotidiani. Silvia, all'apice della creatività che la porta a essere oggi una delle firme più importanti di Donna Moderna, Smemoranda e Topolino, in È tutto sotto controllo ci racconta di come il suo personaggio Lucrezia riesca finalmente a trovare sia quella pace sentimentale che da sempre cercava sia l'antidoto a una pace che nei fatti si rivela meno interessante e più noiosa di quanto poteva prevedere.

Lucresià numerò prescedonts:

martedì 16 agosto 2011

Giffoni 2011 - I filmoni di Giffoni /2

Sul fronte dei film in concorso Giffoni non ha perso ai miei occhi il fascino che aveva rapidamente acquistato l'anno scorso. Nessun colpo di fulmine come l'anno scorso ma comunque quindici (quindici!) ottimi film.
Si può dire che se i drammoni hanno seguito la stessa linea dello scorso anno, le commedie invece sono state di più e migliori. Non abbastanza da venir premiate dai giovani giurati, ma abbastanza per essere adorate da me. Senza contare che commedie di questo tipo hanno molte più possibilità di essere più o meno largamente distribuite in Italia e uscire dal circuito dei festival. Ma anche no. Non ci sperate. Per esempio Bunny and the Bull, commedia folgorante e adulta presentata un paio d'anni fa al Festival di Roma, da noi ancora non ha visto la luce. E non a caso cito Bunny and the Bull, perché anche a Giffoni quest'anno c'era un film che ne condivideva vagamente il pedigree, ovvero la provenienza degli autori dallo show televisivo britannico The Mighty Boosh.

Quest'anno mi sono spalmato su quattro categorie in concorso: Elements +10 e Generator +13, +16 e +18 (che indicano le fasce di età, dai 10 anni in su, rispettivamente), per un totale di 15 film, contro gli 11 dell'anno scorso. E al contrario dell'anno scorso non li segnalerò tutti. E' un mese che sto preparando questo post. C'è un limite a tutto.

Lista degli attori (e non) famosi presenti in questi film (per farvi venire voglia di leggere il resto del post):

  • John Cleese
  • Ben Stiller (produttore)
  • Alex Turner (canzoni)
  • Noah Taylor
  • Sally Hawkins
  • Freddie Highmore
  • Helena Bohnam Carter
  • Johan Soderqvist (compositore)
  • Stellan Skarsgård
  • Michael Sheen


Film abbastanza leggeri

I rymden finns inga känslor [Simple Simon] (Svezia)
A dispetto della locandina orrenda e del titolo originale illeggibile (il cui significato è però una gustosa variazione di una celebre citazione: "Nello spazio nessuno può sentire i tuoi sentimenti") il film tocca vette di genialità, merito soprattuto del protagonista (quello che nella locandina è nascosto nel boiler). Simon, colui che agogna lo spazio perché lì nessuno sente i tuoi sentimenti, soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo che mina la capacità di relazionarsi con gli altri. Simon non ride mai e non ama farsi toccare. Spoiler: verrà toccato e riderà (i due eventi non sono necessariamente in conseguenza diretta).
L'attore che interpreta Simon è favoloso. E, scopro ora, è figlio di Stellan Skarsgård (protagonista di alcuni film di Von Trier, ma sdoganato anche in vari blockbuster americani recenti, e protagonista anche di un altro film in concorso a Giffoni, di cui parlerò più avanti).
Film quasifinalista agli Oscar per il miglior film straniero, quindi dovrebbe essere agevole da recuperare. Quindi.

Spud (Sudafrica)
Spud non è un bel film. E' tratto da una serie di libri di grande successo in Sudafrica e vanta la guest star John Cleese. Insomma è un baraccone commerciale di cui sono in forno anche dei sequel. Però c'è quel fascino delle storie del collegio (L'attimo fuggente anyone?) a cui io non ho mai saputo resistere. Più che fascino possiamo liberamente parlare di plagio/stereotipo, ma vabè.
Per di più, a un certo punto... si mettono a cantare e ballare. Sul serio. Diventa High School Musical/Glee.
Insomma, una roba che non va per niente bene. E allora perché la consiglio? Oh, è simpatico e leggero. Così qualcuno non può più dire che sono snob...

Submarine (Regno Unito)
Ancora scuola (come in Spud), ancora colpi di genio, ancora un regista giovane/esordiente (come in Simple Simon). Il regista è Richard Ayoade, comico inglese del cast di The Mighty Boosh (come dicevo a inizio post) e anche autore di videoclip per gli Arctic Monkey. E il frontman degli Arctic Monkey, Alex Turner, ha composto da solista le canzoni originali per questo film, uscite in un apposito EP che caldamente consiglio.
Il giovane protagonista Oliver Tate ha le idee chiare: deve immediatamente 1) perdere la verginità, e 2) riportare la serenità fra il padre depresso e la madre nevrotica. Per il primo punto ha già pronta la sua preda, Jordana. Il problema è che Jordana è una stronza, cinica, bastarda, e Oliver sarà il suo zerbino. Spoiler: no però poi si innamorano veramente.

Toast (Regno Unito)
Film che a priori mi sembrava totalmente insensato. Trattasi della biografia di Nigel Slater, celeberrimo (in patria) cuoco/critico/conduttore tv inglese. Ora, seriamente, di che interesse può essere la biografia di un cuoco inglese? Nessuno, posso confermare anche postvisione. Ma al di là del cuoco in sé, il film è un gioiellino degno di nota. Intanto è ambientato negli anni '60. Come si può resistere a una ricostruzione in costume degli anni '60 prodotta dalla BBC? Bravi, non si può.
E poi ha dei bravissimi attori, fra cui l'immensa inarrivabile inarrestabile impromulgabile inorbitabile indeterrubile Helena Bohnam Carter. Come si può resistere a dei bravissimi attori inglesi? Come si puòà resistere a HBC? Accidenti, imparate in fretta!
Si può invece resistere a Freddie Highmore. Il bambino tanto carino di Neverland, La fabbrica di cioccolato e August Rush è diventato un vecchio teenager brufoloso (19 anni) che con la recitazione non ha più molto da spartire (potete vederlo con le vostre orecchie anche al cinema in questi giorni nel film L'arte di cavaresela, anch'esso in concorso a Giffoni ma che, complice il destino benevolo, non ho avuto modo di vedere). Fortuna che nel film Highmore non è molto presente, nonostante la locandina truffaldina lo esponga a mo' di protagonista. Per gran parte della durata infatti il protagonista è un altro bambino, mentre Highmore interverrà "X anni dopo...".

Film alquanto pesanti

Kongen av Bastøy [The King of Devil's Island] (Norvegia)
Questo era il film che più mi interessava, in partenza. Lo davo anche per vincitore (alla fine è arrivato secondo). Una grossa produzione norvegese basata su una storia vera degli inizi del secolo. Bastoy è un'isoletta nel fiordo di Oslo adibita a rigidissimo carcere/campo di lavoro minorile. I giovani detenuti si sono già piegati alle regole e integrati nel sistema gerarchico del campo, ma all'arrivo del nuovo recluso, il diciassettenne Erling, le cose cambiano. Erling scopre che il capo delle guardie violenta uno dei reclusi, il più debole, e decide che la misura è colma. Guiderà una rivolta sanguinosa e spietata contro il personale del carcere. Il direttore del collegio è Stellan Skarsgård, come anticipavo prima.
Sono rimasto un po' (molto) sorpreso (scandalizzato) dalla reazione dei ragazzi di Giffoni alla visione di questo film. La giuria giffoniana è nota per... la sua estrema sensibilità alla caratterizzazione eroica dei protagonisti dei film in concorso, alle loro occasioni di riscatto e persino di vendetta, come in questo caso (traduzione: applaudono ogni cinque minuti). Stavolta l'ho trovato esagerato. I protagonisti del film sono sì ragazzini sfruttati e in alcuni casi vittime di abusi, e la loro rivolta può essere certamente motivo di esultanza. Ma la vendetta illustrata in questo film è cieca e barbaramente violenta. Non mi ha messo molto a mio agio vedere dei sedicenni esultare di fronte a un simile spettacolo. Ci mancava solo che si mettessero a urlare "Ispanico! Ispanico! Ispanico!"...
Voglio sperare che fosse un'esultanza superficiale e non una vera solidarietà con i mostri in cui si erano trasformati i reclusi di Bastoy. Durante il dibattito seguito al film una ragazza ha addirittura confuso il carcere con un orfanotrofio, il che mi pare indicativo di quanto avesse capito del film: niente. Il film è straordinario, ma gli organizzatori di Giffoni stavolta potevano evitare e esercitare se non un minimo di filtro morale nella selezione dei film, almeno una moderazione più consapevole nel dibattito post-film. E sicuramente fare qualcosa per la piaga degli applausi.

Beautiful Boy (Stati Uniti)
Unico film della categoria per maggiorenni che sono riuscito a vedere, per colpa di sciagurati ritardi e conflitti d'orario. E sono riuscito a vederlo solo dopo l'annuncio della vittoria nella sua categoria, l'ultimo giorno.
Un film dallo spunto molto interessante che però non riesce a sconvolgere quanto un tale tema dovrebbe. Beautiful Boy è la storia di un ragazzo che fa una strage nella sua scuola e si toglie la vita, storia vista dal punto di vista dei suoi genitori (Michael "Ognicosachefaccioèstraordinaria" Sheen e Maria Bello). Una sorta di La stanza del figlio dove però il figlio è una figura un pochettino più problematica. E un po' più problematici sono anche i genitori, gente in carriera che non ha saputo capire (e forse ha contribuito a creare) i disturbi del figlio. L'elaborazione del lutto è la croce e la delizia di molti cineasti. Le stragi nelle scuole sono invece la croce e basta degli Stati Uniti. Un regista che tenta di muoversi in questo campo rischia parecchio. Il regista di questo film, Shawn Ku, è al suo debutto cinematografico, e era in precedenza un attore e coreografo a Broadway. Un film del genere parrebbe lontano dalle sue corde, ma pare che Ku abbia parecchio risentito della strage del Virginia Tech (non ha perso qualcuno in quell'evento, ma i suoi genitori si erano conosciuti lì, e l'autore della strage era asiatico, come lui), e abbia sentito l'impulso di girare questo film, tanto da terminare le riprese in soli 19 giorni. Non è un film perfetto, ma viste le condizioni al contorno devo dire che ha fatto un lavoro egregio e molto intenso.

Hermano [Brother] (Venezuela)
Saran stati gli attori, sarà stata la regia, saranno state particolari scene, ma questo film è davvero forte. Due fratelli, promesse del calcio, si ritrovano idealmente divisi dopo l'assassinio della madre. Il primo, Daniel, trovatello, pronto a seguire il suo sogno per onorare la madre. Il secondo, Julio, figlio biologico, accecato dalla vendetta, e per di più risucchiato dal vortice della malavita delle baraccopoli.
Daniel e Julio sono legatissimi, e per gran parte del film questo legame pare indissolubile. Pian piano però diventano veri e propri nemici, e c'è una scena climatica che illustra benissimo e intensamente il loro scontro. Un duello, fra fratelli. A colpi di pallone sì, ma non meno fatale di uno scontro con armi da fuoco. E una regia, un montaggio e un commento sonoro violenti, dove ogni calcio e ogni urto diventa un'esplosione, un taglio, dove ogni azione che nelle partite precedenti significava complicità adesso è una vigliaccata, un colpo basso. E poi, come sempre in questi film, va a finire male. Parecchio male. Lacrimevolmente male. Ma non è mai patetico, e ciò fa di questo film uno splendido film.

Mabul [The Flood] (Israele) 
Come scrissi su Twitter subito dopo la visione di questo film, ho avuto voglia di diventare ebreo. A dirla tutta, già la sola esistenza di Woody Allen mi fa invidiare gli ebrei. Ma in questo film parliamo di ebrei veri, che vivono in Israele e che fanno tutte le cose a modino. Per esempio c'è questo ragazzino che per il bar mitzvah deve imparare a *interpretare* un brano sul diluvio universale (the flood, appunto) e sull'arca di Noè, e non è per niente facile. Contemporaneamente deve badare al fratellone autistico dimesso prematuramente dall'istituto di cura per problemi economici. Il fratello gli causerà non pochi problemi con la gente del paese e soprattutto con la preparazione del bar mitzvah. Tutti gli attori sono fantastici e, come sempre a Giffoni, soprattutto gli interpreti più giovani. In questo caso il bambino, Yoav Rotman, è spettacolare. Ne ho avuto conferma parlando con una giornalista israeliana che mi ha beccato mentre restituivo il dvd del film e ha attaccato bottone (in inglese, #panico). In patria gli attori di questo film pare siano famosissimi e molto apprezzati. E ne hanno ben donde.
Al contrario di tanti altri film, questo finisce abbastanza bene, e con una bellissima scena, a mio modesto parere. E quindi anche 'sto film, dopo ulteriori riflessioni, si becca il cuoricino rosso.

Sala samobójców [Suicide Room] (Polonia)
E questo qui, signori, è stato il vincitore del festival (ovvero della sua categoria ammiraglia, Generator +16). Ha battuto Bastoy solo perché è stato l'ultimo film in gara poco prima delle votazioni, imho.
Un film molto particolare e molto riuscito, nonostante scelte che in partenza parevano discutibili (inserti in computer graphic per le scene di realtà virtuale) e nonostante il pesante pesante pesante pesante tema trattato. Questa è la storia di un ragazzo abbastanza confuso che dopo una serie di esperienze umilianti passa il punto di rottura e si chiude in camera sua per giorni interi. Oltre a chiudersi in camera si apre a internet, in una realtà virtuale simil-Second Life, dove una ragazza lo attrae nella "stanza del suicidio". Lui non vuole davvero suicidarsi, sembra, ma è solo lì che trova finalmente interlocutori che riescono a capirlo (con l'unica peculiarità di essere messi molto peggio di lui, cosa di cui non s'accorge). La vita sua e dei suoi indaffaratissimi e ricchissimi genitori viene completamente stravolta. L'aiuto degli psicologi è quasi inutile, addirittura dannoso. Le crisi di nervi sono frequenti e sempre più pericolose. In tutto questo gli attori sono fenomenali, più di tutti (manco a dirlo) il ragazzo protagonista.
Il tema è simile a quello degli hikikomori giapponesi, dei quali mi interessai secoli fa e mi azzardai anche a scrivere un racconto al riguardo (ah, l'epoca in cui scrivevo racconti... tornerà mai?). Allora mi chiedevo, e si chiedevano tutti, che fine attendeva questi giovanotti confusi che rifiutano di stare nella società reale preferendole quella virtuale, essendo un fenomeno recente di cui non si conoscevano ancora gli sviluppi. Beh, qualche anno è passato, e questo film mostra uno dei possibili finali per questo tipo di storie. Il finale che mi inventai per il racconto (sei anni fa) andava un po' peggio. Era più simile all'idea di Beautiful Boy [all'epoca avevo uno stomaco più forte di adesso.... cos'è che mi ha rammollito così? oO].

Pare che i post su Giffoni per quest'anno siano finiti. Ho lasciato fuori almeno altri sei bei film, compresi quelli delle categorie per bambini, sennò non la finivo più.
Passo e chiudo.

giovedì 28 luglio 2011

Giffoni 2011 - Le illusioni infrante /1

Secondo anno del sottoscritto al Giffoni Film Festival, quello che François Truffaut definì "fra tutti i festival il più necessario". Lui probabilmente intendeva dire che un luogo dove dei giovincelli ricevevano un'iniezione di cinema così concentrata era un luogo molto auspicabile. Nei fatti però c'è qualche incrinatura in questa visione ideale del Giffoni. Lo si nota stando in sala a guardare i film insieme ai ragazzi delle varie giurie (divise per fasce di età), e ancor di più lo si nota alla luce delle votazioni finali.

Quest'anno abbiamo corso e faticato come dannati per riuscire a vedere più film possibile, col risultato che in un modo o nell'altro ne ho visti meno dell'anno scorso. Non so se è perché l'anno scorso ero io più entusiasta o quest'anno loro più disorganizzati, ma tant'è. Quest'anno mi sono fermato a quota 18 film, contro i 19 dell'anno scorso (se includiamo le varie sessioni di cortometraggi però forse quest'anno batte lo scorso). E se invece della quantità vogliamo analizzare la qualità, l'anno scorso mi ero innamorato (con tanto di ♥ ♥ ) di ben tre film in concorso, quest'anno nessuno in particolare. L'anno scorso poi ebbi modo di guardare anche film fuori concorso (recuperando qualche bel film italiano degli ultimi anni), quest'anno invece sono stato risucchiato dalla voragine senza fondo del concorso senza potermi dedicare neanche alla pregiatissima sezione dedicata al Risorgimento con grandi classici del cinema italiano (oltre al recentissimo Noi credevamo che ancora non riesco a vedere!). Sono invece riuscito a vedere tre delle tante anteprime nazionali presenti al festival: Kung Fu Panda 2 (e per entrarci dio solo sa cos'è successo), I pinguini di Mr. Popper, e la versione restaurata, in digitale, e con sing-a-long di Grease - Brillantina.
Ci è scappato anche qualche evento extracinematografico come la breve operetta di Nino Rota e Eduardo De Filippo Lo scoiattolo in gamba, e la presentazione del libro della giornalista Laura Maggiore Fellini e Manara (che appena lo leggo lo verrò a dire sul blog).
Anche quest'anno, come l'anno scorso, ho visto un film a metà. L'anno scorso era La pivellina, interrotto causa pioggia torrenziale improvvisa; quest'anno era il documentario di Speciale TG1 sulla morte (e la vita) di Dino De Laurentiis, interrotto a causa del fatto che si stava facendo tardissimo e rischiavo di non cenare (evento cataclismico paragonabile a una pioggia torrenziale improvvisa).
Quanto agli ospiti, ho assistito con piacere agli incontri con Wilwoosh e il cast di Freaks, Aldo, Giovanni e Giacomo, Paola Cortellesi, Ascanio Celestini e l'ultimo giorno la mitica Lorella Cuccarini (e io che me ne volevo andare!). 'sì tanta bella gente che non posso esimermi dal mettere qualche foto (dell'infaticabile Elena Dante per la rivista Il piccolo missionario - qui tutto il set giffoniano):

 

Sarà il caso ora di passare a giudicare i film visti? Sì, che s'è fatta 'na cert'ora...

Cortometraggi
Quest'anno sono riuscito a vederne qualcuno in più dell'anno scorso, ma in categorie completamente diverse: l'anno scorso quelli delle categorie +13 e +16 e quelli promossi da Amnesty International (una decina in tutto), quest'anno invece quelli delle categorie +16, +18, e la categoria d'animazione "Short Links" (venticinque in tutto!).
Fra i corti c'è spesso tanta cacca, ma anche tante perle. Mi limiterò a segnalare quest'ultime.
I corti più sorprendenti li ho trovati nella categoria +18:
  • Cose naturali (Italia)

    trailer · sorprendente corto italiano su un anziano in fin di vita (Roberto Herlitzka ♥) che costringe il nipote ad accompagnarlo quotidianamente presso una prostituta (Angela Baraldi ♥), finché non gli prende un coccolone per il troppo viagra. Molto divertente, e la sintonia fra gli attori la fa da padrone. Purtroppo non ha vinto. I maggiorenni gli hanno preferito un altro corto italiano, fatto molto bene ma meno originale, con Gianmarco Tognazzi.

  • Shéhérazade et le Délice Casher (Francia)

    Da segnalare più per la performance di Fanny Ardant nei panni di una ristoratrice ebrea in Francia riluttante ad assumere una giovane assistente araba, avendo appena perso il figlio in un attentato. Ma insomma, sono in Francia, conoscendosi un po' si può tornare a riavere rapporti civili...

  • Świteź (Polonia)

    trailer · ambizioso cortometraggio animato in computer grafica, dalla storia che ho faticato a comprendere. E' tratto da un poemetto di Adam Mickiewicz (scrittore polacco del XVIII secolo) su questa cittatina di Switez che fu massacrata nel medioevo e leggenda vuole che giaccia oggi sul fondo dell'omonimo lago. Da segnalare per la strepitosa colonna sonora orchestrale della quasi esordiente Irina Bogdanovich, che ovviamente non si riesce a recuperare da nessuna parte, per ora...

  • Paths of Hate (Polonia)

    trailer · sempre dalla Polonia arriva un altro film d'animazione straordinario (più nei temi che nell'animazione in senso stretto, anche se vanta disegni spettacolari). Due aviatori cercano di massacrarsi a vicenda utilizzando ogni mezzo a loro disposizione, anche dopo morti. Un ritratto del puro odio generato dalla guerra, che trasforma letteralmente gli uomini in belve di cieca ferocia. Ovviamente tanto è bastato a qualche sapientino per accostarlo a Tarantino. Tarantino = violenza, violenza = Tarantino. Andiamo bene...
C'era poi una sezione appositamente per cortometraggi di animazione, chiamata "Short Links" che pure ci ha regalato un po' di stupore, ma niente di trascendentale.
  • Things You'd Better Not Mix Up (Olanda)

    video integrale · è stato il corto che ha strappato più risate. Non ha una storia, è una sequela di gag su cosa succede quando si scambiano cose che non dovrebbero essere scambiate.

  • Bricks (Olanda)

    clip · L'Olanda si distingue per queste animazioni stilizzate, anche se in questo corto sono molto più sofisticate che nel precedente. In questo mondo surreale degli infaticabili omini stanno costruendo una torre, ma si accorgono che facendo cadere giù qualche mattone succedono cose strane... Alla fine si dovrebbe capire cosa succede, ma io non ho capito.

  • Evermore (Svizzera)

    Una storia d'amore in un altro mondo surreale. Un uomo e una donna (credo attori ripresi in live-action) si cercano all'interno della loro città/prigione somigliante a un meccanismo a orologeria. Sono su cerchi diversi che girano e li allontanano l'uno dall'altro.

Sono tre giorni che sto scrivendo 'sto post. E' ora di chiuderlo. Per i lungometraggi rimando a un prossimo post.