sabato 30 aprile 2011

Cinecittà si mostra

Ieri, 29 aprile, ha aperto al pubblico quel paradiso nascosto (e un po' perduto) di Cinecittà. Rimarrà aperto fino a novembre, e per la prima volta offre la possibilità di visitare le due più grandiose scenografie realizzate in studio negli ultimi anni, quella di Dante Ferretti per Gangs of New York (2002) e quella di Joseph Bennett e Anthony Pratt (e vari altri scenografi italiani) della serie tv della HBO Roma (2005-2007).
Prima della visita guidata in bus in giro per questi set maestosi, il percorso prevede altre due esposizioni: quella dedicata al dietro le quinte, per appassionati di cinema artigianale, a base di costumi, oggetti di scena, bozzetti ma anche montaggio e post-produzione dei film girati a Cinecittà, e quella dedicata alla storia degli Studios e dei leggendari produttori che ci hanno lavorato dentro per tutta la vita.

La mostra è aperta tutti i giorni tranne il martedì, dalle 10:00 alle 18:30. Il giro dura un paio d'ore e l'ingresso costa 10 Euro, con riduzioni previste per convenzionati, gruppi, scuole, famiglie, anziani.

Tutte le informazioni sul sito ufficiale cinecittasimostra.it.

sabato 23 aprile 2011

Indignerìe, su Rieduchescional Ciannel

E' uscito in italiano questo libello (Indignatevi!, di Stéphan Hessel) che ha spopolato in Francia qualche mese fa. Ho fatto il radical chic e me lo sono comprato in francese e in digitale. Ero parecchio indignato di mio (a parole, ovviamente) e volevo indignarmi ancora di più.
Ma questo pamphlet non faceva davvero per me. Hessel è un comunista tout court, e gli ideali in nome dei quali fa appello a noi ggiovani perché ci indigniamo come si è indignato lui ai tempi del nazismo io ggiovane non li condivido pienamente. Sarò troppo ggiovane per poter capire? E allora perché ti appelli a me? O ti appelli solo a certi ggiovani? Mica giusto, allora... sono indignato!

In realtà quello che dice è talmente retorico che non si può non condividere. Come si può non essere d'accordo nell'opporsi allo strapotere delle banche, al crescente divario fra poveri e ricchi, al cieco sopruso colonizzatorio? Non si può, ma nel mio piccolo non credo che siano problemi che si risolvono imponendo ai singoli cittadini di dedicarsi all'interesse generale INVECE de (non ulteriormente a) l'interesse personale (che è pure sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, alla cui costituzione Hessel ha partecipato).

Altri aspetti di questo atto di indignazione li posso condividere con maggiore sicurezza, quali l'efficacia della non violenza in risposta alla violenza, l'impegno per lo sviluppo sostenibile, la libertà d'espressione, la repulsione verso l'indifferenza, l'ignoranza di alcune nazioni verso i diritti dell'uomo.

Poi, sarà che l'ho letto in francese e potrei non aver capito bene... ma non ho capito bene la posizione di Hessel sul terrorismo. Comprensibile? Giustificabile? Lasciamo stare?

Insomma, che fare? Nel dubbio, io personalmente, non lo chiederei a Stéphan Hessel. Mi convince a indignarmi di più Antonio Di Pietro. Non avrà sconfitto i nazisti e non avrà l'armadio privo di scheletri, ma qualcosa per la legalità l'ha fatto pure lui.

lunedì 11 aprile 2011

Report contro i social network (finalmente!)

Ieri sera Report ha portato alla pubblica attenzione quello che circa un anno fa sapevano in pochi, e persino derisi (Seppukoo, Quit Facebook Day), cioè che Facebook sputtana i dati dei suoi iscritti in maniera incontrollabile e inaccettabile, e non ci sono impostazioni di privacy che tengano.
E gli entusiasti di Facebook invece di congratularsi per l'ennesima volta con Milena Gabanelli hanno deciso che questa doveva essere l'Eccezione, che stavolta Report ha toppato, che non si è informato abbastanza, che si è comportato conservativamente.

L'inchiesta di Report (a firma di Stefania Rimini, qui la trascrizione, in replica integrale su Rai.tv, e alle 17:00 l'autrice parteciperà a una videochat con gli spettatori) non ha toppato, non ha riportato falsità e, soprattutto, non è stata parziale.

Nel servizio si è fatto notare, con una precisione tecnica che non mi sarei aspettato (nonostante adesso sull'Unità la Gabanelli si sia dovuta giustificare dalle accuse di superficialità dicendo che stavano parlando a un pubblico generalista), come Facebook riesca a profilare i suoi utenti più di quanto essi stessi non vogliano/credano/possano decidere, tramite il famoso pulsante "Mi piace", e di come questi profili/dossier siano ghiottonerie per gli inserzionisti, nonchè palesi violazioni della privacy.
Ce n'è anche per Google, che opererebbe una profilazione simile dei suoi utenti e sempre per gli stessi scopi pubblicitari.

E tutto questo è verità, checché se ne dica oggi in giro. Ed è stato spiegato in maniera non solo chiara, ma persino molto approfondita, e senza errori. E, soprattutto, non è stata parziale. A fronte di questo "allarmismo" infatti, dal servizio di Report ne escono positivamente servizi come Wikipedia e Twitter. Quindi c'è stato anche spazio per gli aspetti positivi dell'"interconnessione e condivisione". E' stato soltanto rimarcato che, in nome di questi principi che sono progressisti e positivi, qualcuno si sta approfittando (lecitamente sì, ma perché c'è un vuoto legislativo) dei dati personali che gli utenti, per interconnettersi e condividere, devono per forza pubblicare.

Con quel servizio Report ha fatto molto meglio dell'entusiasmo tecnologico di Wired, per esempio, perché Wired parla a una nicchia, Report parla al pubblico di Rai 3 (che sarebbe pure quello una nicchia, ma molto più ampia).

I social network sono l'invenzione del secolo e definiranno il futuro, io ci credo. Ma fra questi, oggi come oggi, Facebook è Il Male. Finché non si conciliano le necessità di condivisione con il diritto alla riservatezza, da Facebook ci si deve tenere alla larga.

venerdì 8 aprile 2011

Sui poster l'ardua sentenza

Ho una teoria. Secondo me c'è un "cartello di ricchioni" (per dirla con il Vate Elio) che si impegna strenuamente perché le locandine dei film e le copertine dei DVD stranieri distribuiti in Italia siano sensibilmente più brutte delle originali in patria. Non solo diverse. Ma proprio brutte. Per forza. Cioè se non sono brutte non possono essere efficaci. Se fossero belle, poi si comincerebbe a diffondere l'idea che il cinema possa avere qualche collegamento con l'arte e si possa emancipare dalla sua natura industriale e commerciale. E noi questo non lo vogliamo.
E ora mi produrrò in una serie di esempi a sostegno di questa mia teoria. Comincio con i film candidati agli Oscar negli ultimi due anni, così, tanto per avere una base. Poi magari ogni volta che trovo qualche nuovo esempio lo segnalo. Magari un giorno ci aprirò un blog apposito...

Per onestà segnalo tutto. Magari fra questi c'è qualche eccezione. Ognuno si faccia la sua idea.
Per ora mi limito alle locandine. Un giorno passerò ai DVD.












Quello di La principessa e il ranocchio è il più subdolo di tutti: