giovedì 28 luglio 2011

Giffoni 2011 - Le illusioni infrante /1

Secondo anno del sottoscritto al Giffoni Film Festival, quello che François Truffaut definì "fra tutti i festival il più necessario". Lui probabilmente intendeva dire che un luogo dove dei giovincelli ricevevano un'iniezione di cinema così concentrata era un luogo molto auspicabile. Nei fatti però c'è qualche incrinatura in questa visione ideale del Giffoni. Lo si nota stando in sala a guardare i film insieme ai ragazzi delle varie giurie (divise per fasce di età), e ancor di più lo si nota alla luce delle votazioni finali.

Quest'anno abbiamo corso e faticato come dannati per riuscire a vedere più film possibile, col risultato che in un modo o nell'altro ne ho visti meno dell'anno scorso. Non so se è perché l'anno scorso ero io più entusiasta o quest'anno loro più disorganizzati, ma tant'è. Quest'anno mi sono fermato a quota 18 film, contro i 19 dell'anno scorso (se includiamo le varie sessioni di cortometraggi però forse quest'anno batte lo scorso). E se invece della quantità vogliamo analizzare la qualità, l'anno scorso mi ero innamorato (con tanto di ♥ ♥ ) di ben tre film in concorso, quest'anno nessuno in particolare. L'anno scorso poi ebbi modo di guardare anche film fuori concorso (recuperando qualche bel film italiano degli ultimi anni), quest'anno invece sono stato risucchiato dalla voragine senza fondo del concorso senza potermi dedicare neanche alla pregiatissima sezione dedicata al Risorgimento con grandi classici del cinema italiano (oltre al recentissimo Noi credevamo che ancora non riesco a vedere!). Sono invece riuscito a vedere tre delle tante anteprime nazionali presenti al festival: Kung Fu Panda 2 (e per entrarci dio solo sa cos'è successo), I pinguini di Mr. Popper, e la versione restaurata, in digitale, e con sing-a-long di Grease - Brillantina.
Ci è scappato anche qualche evento extracinematografico come la breve operetta di Nino Rota e Eduardo De Filippo Lo scoiattolo in gamba, e la presentazione del libro della giornalista Laura Maggiore Fellini e Manara (che appena lo leggo lo verrò a dire sul blog).
Anche quest'anno, come l'anno scorso, ho visto un film a metà. L'anno scorso era La pivellina, interrotto causa pioggia torrenziale improvvisa; quest'anno era il documentario di Speciale TG1 sulla morte (e la vita) di Dino De Laurentiis, interrotto a causa del fatto che si stava facendo tardissimo e rischiavo di non cenare (evento cataclismico paragonabile a una pioggia torrenziale improvvisa).
Quanto agli ospiti, ho assistito con piacere agli incontri con Wilwoosh e il cast di Freaks, Aldo, Giovanni e Giacomo, Paola Cortellesi, Ascanio Celestini e l'ultimo giorno la mitica Lorella Cuccarini (e io che me ne volevo andare!). 'sì tanta bella gente che non posso esimermi dal mettere qualche foto (dell'infaticabile Elena Dante per la rivista Il piccolo missionario - qui tutto il set giffoniano):

 

Sarà il caso ora di passare a giudicare i film visti? Sì, che s'è fatta 'na cert'ora...

Cortometraggi
Quest'anno sono riuscito a vederne qualcuno in più dell'anno scorso, ma in categorie completamente diverse: l'anno scorso quelli delle categorie +13 e +16 e quelli promossi da Amnesty International (una decina in tutto), quest'anno invece quelli delle categorie +16, +18, e la categoria d'animazione "Short Links" (venticinque in tutto!).
Fra i corti c'è spesso tanta cacca, ma anche tante perle. Mi limiterò a segnalare quest'ultime.
I corti più sorprendenti li ho trovati nella categoria +18:
  • Cose naturali (Italia)

    trailer · sorprendente corto italiano su un anziano in fin di vita (Roberto Herlitzka ♥) che costringe il nipote ad accompagnarlo quotidianamente presso una prostituta (Angela Baraldi ♥), finché non gli prende un coccolone per il troppo viagra. Molto divertente, e la sintonia fra gli attori la fa da padrone. Purtroppo non ha vinto. I maggiorenni gli hanno preferito un altro corto italiano, fatto molto bene ma meno originale, con Gianmarco Tognazzi.

  • Shéhérazade et le Délice Casher (Francia)

    Da segnalare più per la performance di Fanny Ardant nei panni di una ristoratrice ebrea in Francia riluttante ad assumere una giovane assistente araba, avendo appena perso il figlio in un attentato. Ma insomma, sono in Francia, conoscendosi un po' si può tornare a riavere rapporti civili...

  • Świteź (Polonia)

    trailer · ambizioso cortometraggio animato in computer grafica, dalla storia che ho faticato a comprendere. E' tratto da un poemetto di Adam Mickiewicz (scrittore polacco del XVIII secolo) su questa cittatina di Switez che fu massacrata nel medioevo e leggenda vuole che giaccia oggi sul fondo dell'omonimo lago. Da segnalare per la strepitosa colonna sonora orchestrale della quasi esordiente Irina Bogdanovich, che ovviamente non si riesce a recuperare da nessuna parte, per ora...

  • Paths of Hate (Polonia)

    trailer · sempre dalla Polonia arriva un altro film d'animazione straordinario (più nei temi che nell'animazione in senso stretto, anche se vanta disegni spettacolari). Due aviatori cercano di massacrarsi a vicenda utilizzando ogni mezzo a loro disposizione, anche dopo morti. Un ritratto del puro odio generato dalla guerra, che trasforma letteralmente gli uomini in belve di cieca ferocia. Ovviamente tanto è bastato a qualche sapientino per accostarlo a Tarantino. Tarantino = violenza, violenza = Tarantino. Andiamo bene...
C'era poi una sezione appositamente per cortometraggi di animazione, chiamata "Short Links" che pure ci ha regalato un po' di stupore, ma niente di trascendentale.
  • Things You'd Better Not Mix Up (Olanda)

    video integrale · è stato il corto che ha strappato più risate. Non ha una storia, è una sequela di gag su cosa succede quando si scambiano cose che non dovrebbero essere scambiate.

  • Bricks (Olanda)

    clip · L'Olanda si distingue per queste animazioni stilizzate, anche se in questo corto sono molto più sofisticate che nel precedente. In questo mondo surreale degli infaticabili omini stanno costruendo una torre, ma si accorgono che facendo cadere giù qualche mattone succedono cose strane... Alla fine si dovrebbe capire cosa succede, ma io non ho capito.

  • Evermore (Svizzera)

    Una storia d'amore in un altro mondo surreale. Un uomo e una donna (credo attori ripresi in live-action) si cercano all'interno della loro città/prigione somigliante a un meccanismo a orologeria. Sono su cerchi diversi che girano e li allontanano l'uno dall'altro.

Sono tre giorni che sto scrivendo 'sto post. E' ora di chiuderlo. Per i lungometraggi rimando a un prossimo post.

sabato 23 luglio 2011

Amy Winehouse (1983-20... no, non ci riesco)


Dire che sono sconvolto non rende l'idea. Dire che in questi anni mi ha fatto rabbia vedere che le sue condizioni non accennavano a migliorare, e che il suo nuovo album si faceva sempre più improbabile, non rende l'idea. Poi qualche settimana fa quel video disarmante del concerto di Belgrado e l'annullamento del tour. Pensare che fosse una morte evitabile, e invece per molti solo questione di tempo, è insopportabile.
Dicono che sia già accaduto per molti artisti che oggi sono leggende. Una leggenda è molto più rassicurante quando appartiene al passato. Il vuoto del presente non è colmato dalla promessa dell'eterno ricordo. Il mito oggi è una magra consolazione.
Non trovo pace, stasera. Cerco commenti, ricordi, articoli, video che riesumino tutto il buono di Winehouse artista, nella speranza di trovare ogni volta qualcosa di nuovo, indizi che la sua vita non è ancora finita. La speranza di un bis, che quel "buona notte" sia una finta, che c'è dell'altro, perché non è possibile che sia finita. Lo spettacolo deve continuare, e senza di lei non può. Qualcuno la chiami, le dica che è di scena. Il pubblico rumoreggia, è troppo tempo che aspettano. Qualcuno la salvi, presto.

Riguardo questi vecchi live. Sono tutti troppo corti. Trovo questi altri, e altri ancora, ma sempre corti. Cerco ciò che ne scrissi io, ma è un'inezia vergognosa. Cerco foto e articoli, ma non sono mai abbastanza
Mi dicono che devo lasciarla riposare in pace... quando mai un artista ha riposato in pace? Qual è l'artista il cui pubblico è sazio? No, che canti ancora. Forza e coraggio.

edit i tributi di Adele e Russell Brand.

lunedì 11 luglio 2011

Tre ombre, di Cyril Pedrosa

Due paroline su questo fumettino, Tre ombre, di Cyril Pedrosa, che ci ha i suoi bei perché.
Il primo perché è perché Cyril Pedrosa è un animatore che ha lavorato a un paio di capolavoroni Disney della bell'epoca quali Il gobbo di Notre Dame e Hercules.
Il secondo perché è perché oltre a essere un animatore, a quanto pare, è pure uno scrittore, essendo questa graphic novel opera completamente sua, nei testi e nei disegni.
Il terzo perché è più personale, trattasi di mero passaparola [prendere nota: nome per un futuro personaggio: Mero Passaparola. Casty mi fa un baffo]. Il buon Eddy (che non vi posso linkare perché non è aduso alla virtual socialità) ebbe a consigliarmi questo tomo, in una vecchia e amabile discussione fumettistica avuta mesi addietro. E siccome i consigli di Eddy si sono sempre dimostrati ottimi consigli (Epic Mickey a parte :P ma quella la considero una sconfitta comune), appena l'ha nominato io sono andato su Amazon e l'ho comprato. Poi leggerlo era un altro paio di maniche. Infatti l'ho letto solo ieri.

E questi erano i perché.

Ora passiamo ai percome. Percome è 'sto fumetto? No, parliamone, perché (e percome) a me è balzata in testa un'idea che forse così malata non è.
Essendo questo fumetto la storia di un bambino, ed essendo detta storia non una storia violenta o trasgressiva in alcun aspetto, forse che forse sarebbe un bel soggetto per un film d'animazione Disney. Se non Pixar. Ma meglio Disney. Non è che le belle storie devono essere per forza appannaggio della Pixar. Quindi, perché no? Se non ora, quando? Yes, we can?

Sarà un effetto indiretto della traduzione (dallo spagnolo o dal francese? non so, non capisco), ma a mio modesto avviso la sceneggiatura arranca in più punti, con delle conseguenze temporali o dialogiche non molto ben giustificate. Poi la storia si fa un po' più surreale, e allora magari gli arrancamenti riescono a camuffarsi bene fra le pieghe del nonsense, perché col proseguire della storia questa fastidiosa sensazione di vignette mescolate e posate a random gradualmente svanisce. Comunque, son dettagli. Alla fine dei conti è una gran bella storia, un gran bel viaggio.

I disegni sono molto particolari, senza ricalco a china (credo, o quantomeno l'effetto è quello... se non vi fidate di me, cosa che mai dovreste fare, potete giudicare queste splendide tavole coi vostri occhi), ma spesso il tratto impressionistico diventa un po' troppo vago, un po' troppo scarabocchio per non impedire una scorrevole lettura delle tavole. Un bello stile, ma forse troppo spesso buttato lì senza troppa riflessione o costruzione. Verso il finale però il minimalismo delle forme si fonde funzionalmente alla storia (che in quel punto raggiunge il suo climax drammatico) e l'effetto è quello di una bomba che, dopo tanto ticchettare, finalmente è esplosa in tutta la sua potenza allegorica.

Una lettura imprescindibile, in ogni caso, un pezzo che non può mancare nelle nostre sature sature sature ma mai sazie librerie. E non è né il primo né l'ultimo lavoro del buon Pedrosa che, mi dicono dalla regia, si è cimentato, fra le tante cose, anche in un autobiografia (come già suoi illustri colleghi come Craig Thompson, Gipi, Mike Dawson) che in Italia non è ancora uscita e che in Francia è in corso d'opera (ne sono usciti due volumi, si intitola Autobio).

sabato 2 luglio 2011

In una stanza sconosciuta, di Damon Galgut

Se escludiamo i fumetti.
Se escludiamo i racconti.
Se escludiamo le poesie.
Se escludiamo i pamphlet da trenta pagine.
In una stanza sconosciuta di Damon Galgut è il primo libro che leggo da capo a piede in versione elettronica.
L'occasione me l'ha fornita l'editore, Edizioni e/o, che ha pensato bene di mostrare a chi fosse interessato (come me) la cura che ha riposto nei suoi primi ebook (ne hanno una quarantina, al momento). Gli interessati li ha raccattati su Twitter, e gli ebook glieli ha dati aggràtise. Io che amo Twitter, amo gli ebook, e passionalmente amo l'aggràtise, mi sono tuffato a pesce in questo vortice di amori inarrestabile.

Il libro l'ho scelto affidandomi solo alla trama. Nemmeno. Alla prima riga della trama. Cioè, alle sole parole "giovane viaggiatore solitario". E "giovane" non era nemmeno necessaria. Per queste tre parole ho rinnegato Jean Claude Izzo, Eric-Emmanuel Schmitt e Laurence Cossé, che avevo in lista d'attesa da moooolto tempo.
Insomma, avevo voglia di riprendere dopo tanto un bel libro di viaggi. Ma quello che mi sono trovato in mano è qualcosa di un po' diverso.
Sul sito di Backpacker.it, che seguo con invidia da un bel po', solo oggi a lettura finita ho trovato questo libro fra quelli consigliati, e mi ha colpito questo commento: "La strada è fatta di incontri e di persone soprattutto". Sacrosante parole, però...
Il racconto di Galgut parla di persone soprattutto, tendendo a sacrificare (non completamente, sia chiaro) il fascino della descrizione, il rapporto del viaggiatore con il posto nuovo e sconosciuto.
Il libro contiene tre racconti indipendenti, cronache di tre particolari incontri avuti dal protagonista/autore Damon durante tre diversi viaggi. Sul perché i tre incontri siano particolari non sto neanche a perdere tempo a spiegarlo, sennò non c'è gusto.
Perderò tempo invece a sottolineare quanto siano stati difficili, per il protagonista. La magia del viaggio è sotterrata dalle difficoltà non tanto logistiche dello spostamento da una nazione all'altra, quanto caratteriali di questi tre personaggi particolari e impenetrabili. Tanto impenetrabili eppure tanto sconvolgenti per il povero Damon, letteralmente in balìa di questi nuovi compagni. Lo si intuisce anche dai titoli dei tre racconti: "Il seguace", "L'amante", "Il custode". [edit no, in realtà non si capisce... si capisce dopo...]

Nella scrittura del libro si nascondono perle di saggezza inaspettate. Viaggiare probabilmente aiuta a capire come va il mondo, come funzionano le persone, e Galgut deve aver imparato molto a riguardo, perché gli aforismi che spesso chiosano i paragrafi del suo racconto sono potenti e illuminanti. Confonde invece la scelta del narratore, che è a volte in prima persona al passato e altre in terza persona all'indicativo. La causa di questa miscela di narratori sta nell'intento "memoriale" del racconto. Queste storie sono ricordi dell'autore stesso, e spesso e volentieri l'autore ritiene opportuno ricordare in prima persona le sensazioni di quel momento, soprattutto quelle più sfocate, o quelle più dolorose. Altre volte indica il suo personaggio con un semplice, ma dalle implicazioni complesse, "lui". Assurdo. Commovente, a volte.

Due parole sull'aspetto tecnico dell'ebook. Non avevo avuto esperienze fortunate con i primi ePub, e nella maggior parte dei casi, quando valevo la pena, mi sono messo a rifarli io, aggiustando i font, i titoli dei capitoli, gli indici, prefazioni, postfazioni, colophon, frontespizi e robe tipografiche varie. Non so se è finalmente diventata una cosa standard, ma questo ebook delle Edizioni e/o è un bijoux, perfetto, come un ebook deve essere per non farti rimpiangere i libri di carta. Anzi, sono andato a sbirciare il codice per vedere le ragioni di tanto ordine e bellezza calma e voluttà.
Qualche minimo problema di compatibilità si è verificato con l'app che uso, Aldiko per Android, che non mi faceva vedere le pagine che dividevano i tre racconti, quelle con solo i titoli. Ma, voglio dire, non mi attacco a problemi di compatibilità, ché siamo ancora in fasi pionieristiche di standardizzazione e si guarda già a EPUB 3, inutile farsi troppe pippe sulla compatibilità di formati già obsoleti.

Se ci vogliamo lamentare di qualcosa, questo qualcosa è per forza il prezzo. Io sono di quelli che più di 3 euro per un ebook non li vuole pagare. Questo in particolare viene 12,99 €, e siamo sulle 200 pagine. Stesso prezzo anche per l'altro libro che volevo comprare subito dopo, La libreria del buon romanzo, di Cossé. Così non va. Certo sono libri "nuovi" (Galgut è uscito tre mesi fa, Cossé un anno prima), e costano meno della loro versione cartacea (18 euro). Se poteva avere senso in passato aspettare un anno o due per un'edizione economica sotto i dieci euro, con gli ebook la cosa avrebbe del ridicolo. E' ovvio che il prezzo non dipende dal formato. Sia chiaro che il "problema" è questione generale, non solo di e/o. E ci sono anche solide ragioni a giustificare il prezzo alto degli ebook. Ma l'omino nel cervello poi mi dice "Allora a che pro comprare l'ebook? Compra il libro di carta, tanto costa praticamente uguale!". E che gli rispondo.
Gli rispondo di googlare "ebook price", e farsi un'idea da sé.

Per non parlare dei DRM. Non ne parliamo va, che potrei dire cose compromettenti.

Nell'attesa che i prezzi calino e che i DRM diventino leggenda, mi sa che l'estate la passerò a leggere grandi classici della letteratura occidentale in inglese, disponibili gratis un po' ovunque.

Intanto rimetto a caricare il Tab, che con due ore di lettura si beve mezza batteria...