lunedì 11 luglio 2011

Tre ombre, di Cyril Pedrosa

Due paroline su questo fumettino, Tre ombre, di Cyril Pedrosa, che ci ha i suoi bei perché.
Il primo perché è perché Cyril Pedrosa è un animatore che ha lavorato a un paio di capolavoroni Disney della bell'epoca quali Il gobbo di Notre Dame e Hercules.
Il secondo perché è perché oltre a essere un animatore, a quanto pare, è pure uno scrittore, essendo questa graphic novel opera completamente sua, nei testi e nei disegni.
Il terzo perché è più personale, trattasi di mero passaparola [prendere nota: nome per un futuro personaggio: Mero Passaparola. Casty mi fa un baffo]. Il buon Eddy (che non vi posso linkare perché non è aduso alla virtual socialità) ebbe a consigliarmi questo tomo, in una vecchia e amabile discussione fumettistica avuta mesi addietro. E siccome i consigli di Eddy si sono sempre dimostrati ottimi consigli (Epic Mickey a parte :P ma quella la considero una sconfitta comune), appena l'ha nominato io sono andato su Amazon e l'ho comprato. Poi leggerlo era un altro paio di maniche. Infatti l'ho letto solo ieri.

E questi erano i perché.

Ora passiamo ai percome. Percome è 'sto fumetto? No, parliamone, perché (e percome) a me è balzata in testa un'idea che forse così malata non è.
Essendo questo fumetto la storia di un bambino, ed essendo detta storia non una storia violenta o trasgressiva in alcun aspetto, forse che forse sarebbe un bel soggetto per un film d'animazione Disney. Se non Pixar. Ma meglio Disney. Non è che le belle storie devono essere per forza appannaggio della Pixar. Quindi, perché no? Se non ora, quando? Yes, we can?

Sarà un effetto indiretto della traduzione (dallo spagnolo o dal francese? non so, non capisco), ma a mio modesto avviso la sceneggiatura arranca in più punti, con delle conseguenze temporali o dialogiche non molto ben giustificate. Poi la storia si fa un po' più surreale, e allora magari gli arrancamenti riescono a camuffarsi bene fra le pieghe del nonsense, perché col proseguire della storia questa fastidiosa sensazione di vignette mescolate e posate a random gradualmente svanisce. Comunque, son dettagli. Alla fine dei conti è una gran bella storia, un gran bel viaggio.

I disegni sono molto particolari, senza ricalco a china (credo, o quantomeno l'effetto è quello... se non vi fidate di me, cosa che mai dovreste fare, potete giudicare queste splendide tavole coi vostri occhi), ma spesso il tratto impressionistico diventa un po' troppo vago, un po' troppo scarabocchio per non impedire una scorrevole lettura delle tavole. Un bello stile, ma forse troppo spesso buttato lì senza troppa riflessione o costruzione. Verso il finale però il minimalismo delle forme si fonde funzionalmente alla storia (che in quel punto raggiunge il suo climax drammatico) e l'effetto è quello di una bomba che, dopo tanto ticchettare, finalmente è esplosa in tutta la sua potenza allegorica.

Una lettura imprescindibile, in ogni caso, un pezzo che non può mancare nelle nostre sature sature sature ma mai sazie librerie. E non è né il primo né l'ultimo lavoro del buon Pedrosa che, mi dicono dalla regia, si è cimentato, fra le tante cose, anche in un autobiografia (come già suoi illustri colleghi come Craig Thompson, Gipi, Mike Dawson) che in Italia non è ancora uscita e che in Francia è in corso d'opera (ne sono usciti due volumi, si intitola Autobio).

Nessun commento: