lunedì 22 agosto 2011

Quel mostro di Internet e il diritto d'autore

rassicurazione Il post inizia con una verbosa metafora, ma prometto che non andrà avanti per molto. Volendo si può anche saltare. Però potrebbe far ridere. Però anche no. Comunque non m'offendo. Però un po' sì.


take-away Siano i produttori stessi a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso. E nel primo caso ottengano fondi pubblici ma distribuiscano i loro prodotti culturali (anche) gratis.

In questa storia ci siamo io, c'è papà Legge Ordinaria, c'è mamma Direttiva Europea, c'è nonna Costituzione e c'è zia AGCOM. La zia è quella che ti fa divertire però poi davanti a mamma e papà non si può allargare più di tanto. Finché gli tiene il pupo il pomeriggio va bene, ma se lo comincia a viziare bisogna ricordarle chi è che comanda. La nonna è quella saggia, che una parola è poca e due sono troppe, che non sa una mazza di quello che le sta accadendo intorno però per qualche strano motivo se fai come dice lei vedi che non sbagli. Pare che quando era giovane fosse molto malata e tutto le andasse storto, finché fortunatamente un giorno conobbe nonno Diritti Umani (vecchio marpione che ancora tenta di sedurre qualche giovane nazione, ma quelle se la tirano...) e riuscì finalmente a farsi una famiglia. Mamma e papà sono quelli che dovrebbero prendere le decisioni per il mio bene, per proteggermi ma allo stesso tempo lasciarmi libero di crescere, però non riescono a star dietro ai tempi moderni, non hanno alcuna intenzione di dare ancora retta alla nonna (la vorrebbero mettere in ospizio e farle cedere parecchie proprietà prima che tiri le cuoia, ma la nonna è tosta e non si fa fregare. Porta i calzini turchesi ma non per questo è rincoglionita), e passano la gran parte del tempo a litigare fino a quando non è troppo tardi, e allora la mamma sbrocca e si fa come dice lei. Che poi quello che dice la mamma di solito non l'ha detto davvero lei ma gliel'hanno suggerito i suoi amanti, Leglislazione Inglese, Francese e Tedesca (cosa che papà ha sempre sospettato e non gli è mai andata giù), oppure l'ha letto su qualche rivista femminile piena di pubblicità tipo Ordinamento Statunitense.

La mia famiglia è in crisi per un sacco di problemi, fra i quali io, il pupetto. E' successo che un giorno, qualche anno fa, ho conosciuto questo tizio, Internet, che si appostava fuori dalla scuola e ci dava un sacco di roba gratis. Ce ne dava a fiumi - ma che dico a fiumi, a torrenti!, e poi noi ce la passavamo a vicenda. Roba che ci piaceva, che ci faceva sentire grandi, e che a sentire mamma e papà dovevamo pagarla e andarla a prendere dove dicevano loro, da un tizio vecchio e arcigno che si chiamava Catena di Distribuzione. Internet invece veniva direttamente da noi a portarci la roba. Noi pupetti eravamo tutti gasati, ma mica scemi. Per un po' ci siamo chiesti perché non si facesse pagare, ma lui sogghignava rassicurante e ci diceva di non preoccuparci. E non ci siamo preoccupati.
All'inizio papà non ne sapeva niente. Poi qualcuno ha cominciato a lamentarsi, diceva che io gli rubavo le sue cose tramite Internet, e che Internet era un mostro, e che se non potevano fare niente per contrastare Internet allora era meglio che cominciassero a prendere provvedimenti contro di me. "Era un bambino tanto carino" gli dicevano, "e adesso è diventato un tale scapestrato! Se non fai qualcosa questo qui ti diventa comunista!". A papà nominagli i comunisti e cominciano a fumargli le orecchie. E così papà s'è spaventato, e ha cominciato a dirmi che Internet era pericoloso, che dovevo starci attento, che nessuno ti regala mai niente per niente, che il figlio di un suo amico (Dittatura Cinese) aveva fatto una brutta fine (e io "ma non è comunista?", e lui "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose...").
Insomma, i rapporti con papà si stavano facendo insostenibili. La zia AGCOM non ce la faceva più a vederci litigare, e allora ci ha preso da parte, uno alla volta, per vedere cosa volevamo, e di cosa avevamo paura. Apriti cielo. Ci mancava poco che papà, il suo fratellone, le desse della zoccola. "Zitta tu, che ne vuoi capire di 'ste cose! Fammi parlare con tuo marito, TAR del Lazio". Povero zio TAR. Alla fine vanno tutti da lui. Fanno tutti come gli pare, però quando la frittata è fatta tornano da lui (di nascosto dalla mamma).
Ora è chiaro che quando papà ti risponde "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose" è perché è lui che non ne capisce di 'ste cose però non lo può dare a vedere. Lui deve sapere sempre tutto. Lui non ammette l'ignoranza. Le cose le devi sapere. Se non le sai, inventatele. Pure false ma le devi sapere. S'è visto come siamo andati a finire... se non ci fosse la mamma...
fine metafora

In soldoni: AGCOM si è messa in moto per contrastare la pirateria informatica. La delibera che ne è venuta fuori ha suscitato molto scalpore. Poi l'hanno aggiustata un po', consultando vari addetti ai lavori, e ne è venuto fuori un compromesso (ancora oggetto di consultazione per qualche settimana) lungi dall'essere accettabile, concretamente inattuabile, ma almeno ragionevole. Che è già qualcosa.

A forza di dare colpi alla botte e colpi al cerchio secondo me l'AGCOM è andata un po' fuori dal seminato, arrivando persino a contraddirsi. L'ultima delibera mira a contrastare la "pirateria industrializzata", ovvero quei siti che lucrano sulla distribuzione di opere dell'ingegno cui non sono stati corrisposti i diritti d'autore, mentre invece introduce il principio del fair use (ovvero le condizioni di eccezione ai diritti dell'autore sull'utilizzo della sua opera). "Introduce" non vuol dire che è legge. L'AGCOM è un'autorità che in pratica non ha alcun potere, non fa leggi e non le sanziona. Cioè, lo fa, però poi tutti si appellano all'autorità giudiziaria, dove contano le leggi, non le delibere dei Garanti, che dovrebbero servire invece solo a dirimere agilmente le controversie fra Gentiluomini. Peccato che questo istituto precorra i tempi, poiché l'era dei Gentiluomini è ancora di là da venire.
L'AGCOM ha ribadito che non intende minare la libertà di espressione degli utenti di internet, non prevede chiusure di blog, impedimenti all'accesso a siti internet italiani, limitazioni al P2P, e ha anzi specificato una serie di eccezioni all'infrazione di copyright che è bene elencare per esteso anche qui:
  1. i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro;
  2. l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione;
  3. l’uso didattico e scientifico;
  4. la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa
Ora, non vorrei dir niente, ma che io ricordi queste stesse eccezioni (no lucro, diritto di cronaca, uso didattico, riproduzione parziale, nonché altre eccezioni come quelle per i portatori di handicap) le garantiva anche la vigente legge sul diritto d'autore (l. 633/1941 capo V - Eccezioni e limitazioni come modificata nel 2003). E sono tutte eccezioni soggette a interpretazioni a causa delle quali blog, siti internet italiani, e reti P2P non potrebbero stare affatto tranquilli, nonostante le rassicurazioni. Insomma, per noi pupetti comunisti non cambierebbe niente.
Non è cambiato niente neanche per gli avidi capitalisti del Mercato, che però, nel dubbio, fanno terrorismo preventivo. Non si sa mai. Questa svolta populista di AGCOM ha fatto tremare l'"industria della cultura" (di questa bella creatura poi ne parleremo meglio). L'AGCOM ha previsto una serie di piccoli insignificanti doveri di cui l'industria non sembra intenzionata a farsi carico. Doveri quali l'attenzione alla qualità, la differenziazione fra offerte a accesso agevolato e offerte premium, codici di condotta. Inaccettabile affronto, ne converrete!
In questo allucinante illuminante intervento sul tema da parte del presidente della FIMI Enzo Mazza, si ravvisano i drammatici problemi in cui verserebbe l'industria italiana della cultura e in cui si condanna ogni singolo passo compromissorio fatto negli ultimi mesi dall'AGCOM per avvicinarsi al "popolo della Rete" (altra mitologica creatura degna di analisi). In tale intervento si scopre che ad aver decretato il successo di YouTube non sono stati gli UGC (User Generated Content, awanagana) come abbiamo sempre ingenuamente creduto noi, Popolo della Rete, e quelli di Time nel 2006 quando ci hanno dichiarato Person of the Year (e non è che non avessero alternative). No, il successo di YouTube l'avrebbero costruito Justin Bieber e Lady Gaga, perché i loro video sono gli unici due che hanno superato il miliardo di visualizzazioni. Da grande artista quale è Enzo Mazza rivendica l'esclusiva sulla qualità nelle produzioni, non lasciando scampo alla produzione amatoriale ("...apprezzabilissim[a], ma scarsamente significativ[a] (dal punto di vista della qualità)", citazione testuale). Si vede che anche lui, su Youtube, ha visto solo i video di Bieber e Lady Gaga, mentre noi poveri comunisti non abbiamo capito proprio niente di quello che è successo negli ultimi 10 anni... (fralaltro, cerchi qualche informazione su come è stato scoperto Justin Bieber, tanto per capire se è nato prima l'uovo o la gallina).
Il calo del fatturato dell'industria musicale viene addebitato alla concorrenza sleal-illegale della pirateria. Non è che magari è colpa pure della pessima musica che producete? Andiamo a guardare quanti ascolti fa Sanremo e quanti ne faceva dieci anni fa. Andiamo a guardare com'è fallito il Festivalbar e da cosa è stato sostituito. Andiamo a guardare le ragioni dei successi lampo dei "talent". Andiamo a guardare gli ascolti delle radio commerciali. Andiamo a vedere se i concerti più visti dell'anno sono di artisti che hanno esordito nell'ultimo decennio, e non di Vasco Rossi, Ligabue, Laura Pausini, Renato Zero, Biagio Antonacci, Jovanotti (che non penso lamentino un calo di vendite dei loro dischi, sempre al primo posto in classifica appena escono). Io non ho modo di accedere al volo ai dati statistici, ma non mi sembra che la situazione sia rosea. E non mi sembra che questi esempi possano in qualche modo risentire della concorrenza della pirateria. Allora se il fatturato dell'industria musicale ha perso il 73% negli ultimi dieci anni (come dice Mazza) forse non è solo colpa di internet. Sarà magari colpa della saturazione del mercato con dive e divetti interpreti di musica sempre uguale?
E poi, sempre nell'intervento sulla consultazione dell'AGCOM, il presidente della FIMI arriva a perdere ogni pudore paragonando la cultura ai giochi&scommesse online. Lo Stato si rivale sui siti stranieri di scommesse che fanno concorrenza ai Monopoli di Stato, mentre invece le ultime modifiche alla delibera AGCOM non permettono la stessa cosa contro i siti esteri di file sharing. Ci sarà un motivo per cui sui giochi c'è il monopolio pubblico e sulla cultura no? Il motivo è l'interesse dei cittadini. "Difendere il repertorio di De André o i film di Rossellini" (cit. testuale) non lede gli interessi dei cittadini, e nemmeno quelli di De André e Rossellini, pace all'anima loro. Notare come adesso Mazza non cita Lady Gaga e Justin Bieber, tanto per essere coerente con il suo appello a "non seguire logiche populistiche di basso profilo" (cit. testuale).
Mazza conclude il suo intervento ribadendo la necessità di protezione dei "consistenti investimenti" delle major da questi attacchi pirateschi. Mi affido alla saggezza di Totò e passo avanti.

Secondo me.
Secondo me la soluzione non è né il fair use all'americana o all'italiana, né tanto meno la regolamentazione di Internet sui trapassati modelli tradizionali a cui sono aggrappati gli irresponsabili papponi dell'Industria della Cultura che FIMI et similia rappresentano, che danno dei pirati, dei ladri, a noi Popolo della Rete e che non hanno la minima intenzione di guardare più in là del loro naso, o al massimo del loro portafoglio.
Come dice il presidente della FIMI in un breve e fortunoso momento di lucidità subito contraddetto da paragrafi e paragrafi di fuffa, bisognerebbe portare i contenuti al centro della discussione.
I contenuti di cui stiamo parlando, quelli per i quali gli autori hanno diritto al giusto compenso, sono contenuti di valore culturale. Sì, possiamo stare ore a parlare di quanto sia soggettivo il valore culturale di un'opera dell'ingegno. Eppure il nostro Stato il diritto di decretare quali opere hanno valore, anzi, interesse nazionale culturale se lo arroga eccome. C'è un dettagliatissimo decreto scritto apposta per determinare l'interesse culturale.
Allora se lo Stato riconosce l'esistenza di film di interesse culturale nazionale e non, lo Stato deve riconoscere anche se lo scopo di questo riconoscimento è un premio alla produzione del film o un certificato di qualità a uso e consumo dei cittadini. La cosiddetta legge Cinema del 2004 "riconosce il cinema quale fondamentale mezzo di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale" al primo comma del primo articolo, ma il cerchiobottistico secondo comma aggiunge "anche in considerazione della sua importanza economica e industriale". Quale comma sarà più importante? Il primo? Quello più lungo? Quello con meno vocali in proporzione alla lunghezza a patto che siano in numero dispari e che non sia giovedì? Boh. Comunque la commissione del Ministero dei Beni Culturali decide se assegnare il riconoscimento di interesse nazionale e, se è il caso e se la crisi lo permette, anche un contributo economico. Mi viene da pensare che quando assegna il contributo economico lo fa per l'industria, e quando riconosce solo l'interesse nazionale lo fa per i cittadini. Prendiamola così. E così è sbagliato. Se l'industria cinematografica è industria, chiedesse fondi ai ministeri per l'industria (Finanze, Sviluppo economico, Infrastrutture, Lavoro), non ai Beni Culturali. Se lo chiedi ai Beni Culturali allora ammetti che il tuo prodotto è qualcosa di diverso dalla normale produzione industriale.
In cosa sta la differenza fra il prodotto culturale e il prodotto industriale? Perché ci sono i ministeri che dialogano con le industrie e poi ci sono diversi ministeri per cose come l'Istruzione, la Sanità, le Politiche Agricole, l'Ambiente e i Beni Culturali? Perché questi ultimi sono servizio pubblico, dove i cittadini hanno diritti e gli operatori privati che hanno intenzione di sguazzarci hanno *doveri*.

E qui casca l'asino e cascano pure il cerchio e la botte, quella piena, e la moglie, quella ubriaca, e tutto il cucuzzaro.

Non c'è bisogno di una commissione ministeriale per decidere se un'azienda sta operando o meno nel servizio pubblico. Nel momento stesso in cui detta azienda si rivolge alle istituzioni statali poste a garanzia del servizio pubblico (tipo i suddetti ministeri) l'azienda accetta automaticamente i suoi doveri. E deve diligentemente adempiervi, se vuole un supporto economico dallo Stato.
Come già illustrato, i doveri di questi "soggetti culturali" comprendono non solo la copia privata e il fair use (che sono un compromesso sociale, contentini incompleti e insufficienti), ma soprattutto l'attenzione alla qualità (come fanno attualmente gli indipendenti: guadagnare per produrre, non produrre per guadagnare), il rispetto di codici di condotta e la distribuzione gratuita/agevolata rispetto a quella premium (vedasi ad esempio il manifesto di Don't Make Me Steal / Non fatemi rubare). E le licenze Creative Commons. Sì. L'obbligo, per le opere di interesse culturale nazionale, a essere diffuse in CC (il che renderebbe obsoleti i contentini di cui sopra, come è giusto che sia).

Che siano i produttori stessi, allora, a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso.
E solo nel primo caso e a fronte del rispetto dei suddetti doveri, otterrebbero anche il supporto economico dello Stato, automaticamente, senza commissioni che stiano arbitrariamente a fare il pelo su quanto e come un prodotto è di interesse culturale nazionale, valutazione che non può e non potrà mai essere oggettiva.
E allo stesso modo non sia lo Stato a decidere quanto un'opera d'arte sia adatta a una determinata fascia di età o altre fasce di cittadinanza bisognose di protezioni ulteriori. Diamo per scontato che l'arte e la cultura siano sconsigliate a chiunque non sia abbastanza maturo (per età, titolo di studi o condizione sociale), vietate ai minori. E se un produttore di opere d'arte ritiene che la sua opera invece sia utile anche per un pubblico non ancora maturo, chieda allo Stato di certificarglielo con un bollino che consigli, non vieti. [Perdonatemi questa piccola parentesi sull'abolizione della censura commissione di revisione cinematografica]

Quanto costerebbe, allo Stato e all'Industria della Cultura, una tale riforma? Più o meno niente. Parliamo della legalizzazione di una situazione già esistente (non in quanto compromesso sociale, ma in quanto riconoscimento di princìpi come quelli sacrosanti che ispirano il sistema bibliotecario, solo aggiornati alle potenzialità delle tecnologie attuali e future). Anzi. Porrebbe un freno a un sacco di sprechi come la produzione assistenzializzata di Merda di Stato, e soprattutto alla pirateria lucrativa (non quella dei blog e del p2p, che l'AGCOM non vuole toccare).
Se Aurelio De Laurentiis accetta di dichiarare un suo cinepanettone di interesse nazionale, e ne facesse quindi (obbligato per legge) una versione gratuita e una premium, chi è che pagherebbe per la premium? E chi pagherebbe per una versione premium di un film di Nanni Moretti? Secondo me la risposta a queste due domande è completamente differente. La differenza è esattamente la stessa che c'è fra lusso e cultura. E questa è una differenza che è chiara a qualunque cittadino italiano al momento di aprire il portafogli (indipendentemente dalla volontà/capacità di aprire anche la mente).
Se De Laurentiis non vuole regalare il suo cinepanettone ai cittadini, che non chieda finanziamenti pubblici ai Beni Culturali. Li chieda alle Attività produttive. E allora avrà ben diritto a guadagnare miliardi e a perseguire chi copia e diffonde indebitamente i suoi film "cosi audiovisivi" (per profitto o meno).
E se nemmeno Nanni Moretti volesse regalare i suoi film? Farebbe un film che valore culturale ne ha ma lo dichiarerebbe come un mero prodotto industriale di intrattenimento? Sarebbero timori giustificati, i suoi. Ma se ci provasse, almeno una volta, vedrebbe che non guadagnerebbe di meno. Se il giorno dell'uscita del suo film lo mettesse disponibile per il download in alta definizione sul suo sito e contemporaneamente uscisse al cinema in digitale (a pagamento, metà di adesso) e, sempre contemporaneamente, in Blu-ray (a pagamento, metà di adesso) con contenuti extra sfiziosi (ovvero non anch'essi di interesse culturale, come potrebbero esserlo interviste e commenti audio), qualche pazzo disposto comunque a pagare si trova. Si trovano tuttora, solo che pagano ingiustamente il doppio.

La parte retorica, che piace ai più.
Le Industrie della Cultura non devono guadagnare per forza. Sono necessarie allo sviluppo del Paese, è ovvio, ma non per inerzia. Sono necessarie se sono davvero utili, costruttive. Se invece si inviluppano su se stesse per tirare a campare, lo Stato non deve dar loro neanche un centesimo. Lo Stato incentiva chi campa per produrre, non chi produce per campare. E questa è l'unica similitudine fra l'industria privata e quella dei servizi pubblici, in un Paese civile e tendente al progresso.

Per la cronaca, io da ormai molti anni spendo circa 250 euro al mese per "opere dell'ingegno" (spesso confezionate in maniera inadeguata, al prezzo e in assoluto, ma senza alternative possibili) che potrei ottenere invece completamente gratis. E ne spendo 250 perché è il massimo che posso permettermi. E è una media, perché ci sono mesi in cui faccio follie. E se il massimo che potessi permettermi fosse 10 euro al mese, spenderei 10 euro al mese. In media, perché ci sarebbero mesi in cui farei follie.

E chi non è drogato di cultura come me, ma è invece quello che determina le tendenze a cui si devono affidare le Industrie per fare i loro conti e sopravvivere? Quelli spendevano poco prima e spenderanno poco ora. Magari se gli abbassi il prezzo spenderanno pure un po' di più.


La criminalità arriva dove lo Stato latita.
La cultura non è un lusso.
Pagare meno per pagare tutti.
L'etica conviene.
Quanto so' comunista.

update 27-08-11 Un'infografica della MPAA (l'associazione delle major cinematografiche americane) mostra i numeri della pirateria.

3 commenti:

MaxBrody ha detto...

Con un lievissimo ritardo, noto questo post divertente e molto, molto (molto) condivisibile.

Mi piacerebbe sapere la tua riguardo alla legge sull'editoria in vigore da sette giorni. :)

p.s.: Molto condivisibile, eh.

Francesco ha detto...

Piacerebbe anche a me sapere cosa ne penso, ma non lo so. Proviamo a ragionarci: per me i libri dovrebbero essere gratis, come si dovrebbe capire dal post :P Però quelli di carta sono complessi da realizzare, e sono belli, quindi qualcosa possono costare. Sul "quanto" debbano costare... boh, dipende. Un libro appena uscito, in generale, non dovrebbe costare 20 euro. Gli ebook, se non uccidono il libro definitivamente sicuramente dovrebbero uccidere l'idea di "tascabile", cioè di un'edizione successiva, di minore qualità e più economica. Quindi i libi dovrebbero costare meno in partenza. Poi la politica degli sconti è questione di concorrenza, e lo Stato ci può mettere bocca solo se ravvisa qualche rischio mono/oligopolistico. Sicuramente le piccole librerie sono in difficoltà. Ora la questione è: ci interessa o no salvarle? Se sì, allora è giusto che i ricchi non si mettano a fare sconti pazzi solo perché se lo possono permettere. Se no, allora non è giusto che per salvare le piccole librerie ci rimettano i consumatori. Se i consumatori ci devono rimettere gli deve convenire in qualche modo. Le piccole librerie dovrebbero ingegnarsi a trovare un ruolo diverso nella comunità, un ruolo esclusivo e non emulabile dai negozi online.
Io ovviamente mi trovo meglio con le librerie online, non tanto per la facilità di accesso ma per la disponibilità certa praticamente di TUTTO, cosa con cui le librerie non possono competere. Però non nego che passare il tempo in libreria come fosse un "locale" di svago è un'esperienza a cui non rinuncerei mai.

MaxBrody ha detto...

Anche questo tuo commento è molto (x4) condivisibile.
Idealmente l'ebook dovrebbe uccidere l'edizione rilegata, ma si andrà nella direzione che hai scritto tu. (Purtroppo non mi rassegno all'idea che i lettori medi preferiscano il digitale alla carta, ma questo è una mia idiosincrasia personale dovuta al mio essere "piùcchemiopie" :|).
Onestamente, da semplice e squattrinato lettore, dovrei fregarmene della sorte dei venditori, grandi, piccoli, digitali o analogici che siano. Purtroppo non è così: leggo sì qualcosina in digitale, ma da amante del vecchiume, amo anche la carta vecchia. E difatti i miei acquisti cartacei avvengono solo ed esclusivamente tramite l'usato.
Dico questo perché può ricollegarsi al tuo dubbio riguardo le piccole librerie: come potrebbero evolversi per sopravvivere (Darwin docet)? Una risposta potrebbe essere: diventando remainders. Sull'usato, inoltre, la legge in questione non si applica.
Al nord Italia c'é una catena di reaminders, il Libraccio, che è praticamente un Amazon dell'usato: ha il sito e-commerce, ma ha anche i negozietti con librerie enormi stipate di libri vecchi e nuovi. Vendono libri, cd, dvd, vhs, fumetti e hanno un settore scolastico affollatissimo. Secondo me hanno un fatturato invidiabile.
Non so se al centro e al sud ci sia qualcosa di analogo, mi ricordo giusto la libreria di via Nazionale a Roma, che ha un settore usato.
Insomma, l'usato è La Via. :)