domenica 6 novembre 2011

Il mio amato Habibi

Non so voi, ma io ho tempo e voglia: la prenderò alla larga.

(to) hype, (to be) very excited for something.
Non ho ancora capito se in inglese sia un aggetivo o un verbo. In italiano è usato come sostantivo. L'hype sarebbe l'aspettativa, per un prodotto o per un evento, montata ad arte per ragioni commerciali dai produttori o dagli organizzatori dell'evento, oppure accumulatasi spontaneamente nel corso del tempo nella comunità destinataria del prodotto o dell'evento. E' diventata una tecnica commerciale perché, indipendentemente dalla ragionevolezza dell'aspettativa, un prodotto/evento forte di quell'aspettativa ha sempre indiscusso successo (quantitativo, più che qualitativo). Inutile dire che questa tecnica è inflazionata, perché nella maggioranza quasi totale dei cas l'hype è ingiustificato, forzato, e quindi alla conclusione dell'aspettativa la delusione dei destinatari/consumatori è inevitabile. Le maggiori vittime di questa piaga sono i nerd.
nerd, qualcuno dotato di notevoli capacità deduttive e/o produttive esclusivamente in ciò che non ha rilevanza e influenza nella società in cui vive (ad esempio arte, fantasia, tecnologia).
Questo piccolo prologo era necessario per caricare del giusto significato una locuzione che in merito ad Habibi sentirete usare spesso (non solo da me): "dopo sette anni".
Io sono un nerd. Sette anni è un hype.

In realtà io userò "dopo cinque anni", che è altrettanto hype, perché questa storia per me è iniziata nel 2006. Leggevo fumetti da qualche anno, principalmente di produzione italiana, principalmente a marchio Disney. Cattive compagnie mi hanno poi fatto conoscere "diversi" fumetti italiani, "diversi" fumetti umoristici, "diversi" fumetti. In particolare la cattivissima compagnia di Repubblica e L'Espresso è stata colpevole di numerose scoperte, fra le quali questa. Io divento nerd dei fumetti grazie a questa collana di graphic novel (e qui, se mi dovessi mettere a scrivere una definizione, l'Apocalisse ci sorprenderebbe ancora nel vivo della discussione). All'epoca l'ignoranza mi faceva storcere il naso di fronte a un buon 80% di quella collana in dieci volumi, e vi sono su internet testimonianze scritte e indelebili di quella mia ignoranza. Normalmente condivido pubblicamente le mie autocritiche, ma stavolta la vergogna è proprio troppa. Oggi invece quella collana è una delle presenze più preziose della mia modesta collezione di fumetti, e è ciò di cui vado più orgoglioso (insieme con la ristampa integrale di Corto Maltese, uscita con L'Espresso poco prima).
In quella collana c'era Maus, la graphic novel per antonomasia, quella che tutti prendono come esempio lampante (inascoltati) dell'equivalenza fra romanzi scritti e romanzi disegnati. C'erano soprattutto due romanzi che mi avrebbero sconvolto l'esistenza per sempre: Blankets di Craig Thompson e Città di vetro di David Mazzucchelli. Di entrambi questi autori sono usciti quest'anno, dopo molti anni, i nuovi romanzi. Di Mazzucchelli spero di parlare in un prossimo post. Oggi tocca a Craig Thompson.

Quando la nostra piccola fragile community di nerd (la vecchia e poi la nuova) scoprì e lesse Blankets lo shock fu considerevole. Poteva un fumetto sconvolgerci tanto? Sì, poteva, persino più di Maus. Maus era un tristissimo e devastante romanzo storico, Blankets era l'apologia del primo amore. Noi eravamo adolescenti. I conti tornano.
Blankets, semiautobiografico, è il racconto di una magica estate vissuta dal protagonista Craig a casa della prima ragazza che ha amato, Raina. A condire il racconto c'erano poi dei flashback sul passato di Craig che contribuivano a definire la sua famiglia e la sua comunità, un contesto tanto distorto e in un certo senso malato da far apparire quell'amore, quell'occasione fuggevole di felicità, come un miracolo inspiegabile, un'esperienza delicata e preziosa, da proteggere. Me ne sono ricordato oggi, leggendo quelle vecchie discussioni sui forum di Sbonk e del Sollazzo: dopo la lettura di Blankets andavo in giro a dire che quella storia era mia. Non il libro, ma il contenuto. Nessuno doveva più leggerlo. Ogni volta che un nuovo lettore lo avesse letto rischiava di rovinare quella storia, rischiava di non capirla, osare analizzarla, considerarla una cosa normale, terrena. Blankets per noi (per me, almeno) non era un bel libro: era un'entità metafisica.
Poi in realtà altri lo leggevano e, no, non lo rovinavano. Vivevano esattamente quella stessa esperienza. Questo faceva di Blankets il miglior romanzo a fumetti possibile, il Santo Graal del fumetto, ciò che ogni nerd dei fumetti nella sua vita spera di trovare. Era impossibile credere di averlo davvero trovato.
A quel punto un nerd, dopo aver vissuto un trip del genere, ne vorrà ancora. La buona notizia fu che Craig Thompson aveva già pubblicato altri libri (in particolare un libricino assolutamente non paragonabile a Blanktes né per dimensioni né per ambizioni, ma ugualmente pregiato: Addio, Chunky Rice, e trovarlo fu un'impresa) e che ne stava scrivendo un altro, chiamato Habibi. La cattiva notizia era che questo nuovo libro gli avrebbe richiesto anni e anni di lavoro. Pochi mesi fa quel lavoro è terminato, e a settembre 2011 Habibi è arrivato nelle librerie americane, suscitando meraviglia e compiacimento in tutti i più importanti critici letterari. Già un mese dopo era pronta anche l'edizione italiana, tradotta da Randa Ghazy (scrittrice italiana di origini egiziane, più giovane di me dio santo) per Rizzoli-Lizard (che un anno fa aveva ristampato in bella bella bella forma anche Blankets, per prepararci).

Ed eccoci a oggi, dopo cinque anni dall'esperienza lisergica di Blankets. Nemmeno una settimana fa mi arriva per posta Habibi. Il giorno dopo, mentre il nerdvana si manifestava come annuale tradizione in quel di Lucca, con lo stesso Craig Thompson presente, io mi sono chiuso in casa a leggere i suoi due romanzi. La rilettura di Blankets non ha evidenziato segni di invecchiamento. Stessa esperienza sovrumana. Con un po' di timore che non potesse leggere il confronto mi sono tuffato nella lettura di Habibi.

Ho iniziato questo post con la definizione di hype commerciale, inventato, forzato. Quante delusioni mi ha procurato, quell'hype. E ogni volta ci ricasco. Ci ricasco perché ingenuamente mi aspetto sempre l'hype spontaneo. Poi la rassegnazione ha avuto la meglio. Stavo per convincermi di non potermi più permettere nessuna aspettativa. E invece no, quel mito esiste ancora.
L'hype per Habibi ha ripagato l'attesa molto più di quanto chiunque osasse sperare.

Habibi va oltre Blankets, che al confronto è di una linearità disarmante, riesce ad arricchire la nostra lettura, spezza la storia con quei magnifici arabeschi che forse significano qualcosa forse no e che dilagano in ogni pagina, incontenibili. Non è un rebus, ma poco ci manca. La storia si svolge come un cubo di Rubik o un sudoku nelle mani di un solutore esperto. I simboli e il loro significato si accumulavano pagina dopo pagina, e quando venivano svelati un'ondata di consapevolezza mi riportava alla mente in un'istante tutta la storia letta fino a quel momento. Metafumettisticamente quello dei veli e di ciò che c'è dietro è un tema ricorrente nella storia stessa, un concetto che pervade la calligrafia araba, il Corano e la Bibbia (e in generale la storia della filosofia, ma a questo nel libro non si accenna).
Oltre questa confezione lussureggiante c'è poi una storia più assimilabile allo stile del precedente libro: lineare, coinvolgente, drammatica. A voler rispondere alla domanda "sì, va bene, ma di che parla?" si può dire che parla di due giovani arabi, una ragazza bianca, Dodola, e un ragazzo nero, Zam, in un contesto che è difficile inquadrare temporalmente e geograficamente ma che è sicuramente un mondo corrotto, violento, malsano e condannato ad andare sempre peggio. E' un mondo che cambia all'occorrenza: dal palazzo del Sultano alla metropoli invasa di auto e camion, dal deserto delle carovane alla diga gigantesca eppure segreta con cui imprenditori spietati controllano l'acqua. Le location e i loro abitanti si mescolano, e le situazioni che si creano sono strane, impossibili, eppure le conseguenze generate sono plausibili, perché sono ciò che la violenza e la sopraffazione dei deboli ha sempre e ovunque generato. Che importa allora definire dove e quando si svolge questa storia? Una sensazione di vertigine e di confusione che non è del testo ma nel testo. Non è un difetto: è voluta.
Dodola ha dodici anni ed è una schiava quando incontra Zam, che ha tre anni e nessuno che si curi di lui. Dodola lo prende con sé, riesce a fuggire dai suoi padroni, e si rifugiano su una vecchia nave incagliata nel bel mezzo del deserto, dove cresceranno insieme, lontano dal resto del mondo. Prima di diventare schiava Dodola venne venduta in moglie a uno scriba, che le insegnò a leggere e scrivere. Anzi, a raccontare: qui si gettano le basi per una citazione della Scheherazade delle Mille e una notte, colei che riuscì a sopravvivere grazie all'arte della narrazione prima di quella amatoria (che invece a Dodola sarà tutt'altro che risparmiata). Non solo, ma con questa celebrazione dell'arte del racconto Craig Thompson mi si va ad affiancare, nel mio personale pantheon di autori, a quel gran genio di Neil Gaiman, che del racconto e del metaracconto ha fatto il punto di forza della sua magnum opus Sandman.
Dodola e Zam vengono brutalmente allontanati l'uno dall'altro e non si ritroveranno più per anni. Anni turbolenti, nei quali raramente conoscono momenti di sollievo. Il caso li riavvicinerà, quando però sarà troppo tardi per recuperare la loro storia da dove si era interrotta. E poi...

Il Santo Graal del fumetto non era Blankets, ma Habibi. E non vedo l'ora di trovarne un altro, fra sette anni.