mercoledì 12 settembre 2012

The Something Something

The Something Something. Secondo questo schema Robert Ludlum, o meglio i suoi editori, intitolavano i suoi romanzetti thriller. Da questo template è cicciato fuori The Bourne Identity. Lo so, non perché abbia letto i romanzi del Ludlum, dio me ne scampi e liberi, ma perché ho visto i contenuti extra del film che Doug Liman ne ha tratto nel 2001.
Dio non scampò né liberò Doug Liman dal leggere i romanzi di Ludlum, che ne fruì amabilmente al college e peraltro era figlio di un funzionario dell'NSA, quindi nei complottoni ci sguazzava (o avrebbe voluto sguazzarci).
Una delle tante conseguenze di questa sciagurata mancanza del suddetto dio è che io da qualche anno mi sono messo in testo di guardare il film The Bourne Identity, e i suoi sequel The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello Sciacallo. Da qualche anno avevo anche dimenticato questa mia intenzione, se non fosse che questa settimana è uscito al cinema un altro sequel, The Bourne Legacy. E quindi adesso sto guardando la saga di Jason Bourne, finalmente.

Il popolo francese deve essere cancellato.
Jason Bourne è un agente speciale della CIA che è stato ripescato nel bel mezzo del Mar Ligure da Orso Maria Guerrini, aka il baffone della birra Moretti #truestory. Bourne ha perso la memoria, non sa neanche di chiamarsi Bourne. In realtà Bourne non è nemmeno il suo nome ma la cosa non credo che abbia mai avuto molta rilevanza. Bourne corre alla ricerca di indizi. E ogni volta che trova indizi corre perché c'è qualcuno della CIA che lo vuole morto. Svelo il finale: non muore mica lui, muore la CIA.

Nel secondo film (Supremacy) la CIA in realtà non è morta e gli dà ancora la caccia. Proprio non può farne a meno. Bourne allora riprende a correre, cercando indizi del perché la CIA lo cerca. E la CIA lo rincorre cercando indizi del perché Bourne abbia ripreso a correre. Svelo il finale: anche stavolta Bourne campa e anche stavolta muore la CIA.

Nel terzo film (Ultimatum) non so cosa succeda perché non l'ho ancora visto. In ogni caso svelo il finale: Bourne campa e muore la CIA #risateregistrate. No, dai, stavolta forse il finale è diverso, per due motivi. Uno è lo Sciacallo, personaggio che era già nel primo romanzo ma non fu incluso nella storia del primo film. Un'alternativa alla morte di Bourne e/o della CIA. E poi è l'ultimo capitolo della saga, può darsi che stavolta finalmente Bourne crepi.

Infatti nel quarto film (Legacy) Bourne, ovvero Matt Damon, non c'è. C'è Jeremy Renner, che ha un altro nome, che probabilmente non è il suo.

La saga di Jason Bourne, al contrario di quanto possiate aver dedotto dal mio fastidiosissimo sarcasmo, è una gran figata. L'ha scritta tutta, da capo a piede, Tony Gilroy. Gilroy (figlio d'arte, il padre vinse il Pulitzer) l'è un bel tipino che mi sedusse con lo splendido Michael Clayton, un thriller patinato, nominato a questo e quest'altro Oscar. Poi per caso guardai il suo L'avvocato del diavolo, quasi geniale. Questo mi convinse che la saga di Bourne condividesse la stessa patina di raffinatezza nonostante provenisse dalla peggior specie di romanzi commerciali americani. E non mi sbagliavo. Per di più a me qualche scazzottata, inseguimento e esplosione ben sceneggiata mi può esaltare tanto quanto un primo piano di George Clooney fermo e muto di 10 minuti (cfr. i titoli di coda di Michael Clayton).
La saga di Bourne passò dalla regia di Doug Liman a quella di Paul Greengrass, per finire ora nelle mani dello stesso Tony Gilroy, che è un altro motivo per cui devo assolutamente guardare Ultimatum per potermi fiondare al cinema da Legacy. Un ulteriore motivo è che Tony Gilroy stavolta si è fatto aiutare alla sceneggiatura dal fratellino Dan Gilroy, che ha già firmato sceneggiature da me particolarmente apprezzate (The Fall e Real Steel). Il terzo fratellino Gilroy, John, serve al montaggio. Sembra che fra le comparse ci sia in giro anche il figlio di Tony, Sam. E bella lì.

Ma non finisce qui. In The Bourne Legacy ci troviamo anche un'infilata di star che i primi tre film non potevano vantare: oltre al protagonista Jeremy Renner (Oscar), abbiamo il nostro amico Edward Norton (nominato all'Oscar), Rachel Weisz (Oscar), Albert Finney (nominato all'Oscar, cinque volte), David Strathairn (nominato all'Oscar). C'è persino Zeljko Ivanek, che in un buon film di spionaggio non può mancare.

Ultima differenza con la saga precedente è il cambio alla colonna sonora. Se John Powell aveva dato la sua impronta a Bourne (una delle sue migliori colonne sonore in assoluto), con Legacy ci si affida alle note di James Newton Howard che quest'anno ha disertato il suo cavaliere oscuro (Batman) per dedicarsi ad altre saghe (questa, Hunger Games, Biancaneve e il cacciatore).

venerdì 10 agosto 2012

Sciort Animescion Antisipescion

Ciao. Mi chiamo Francesco e fino a un annetto fa potevo definirmi un blogger. Adesso mi vergogno come un istrice dalle punte arrotondate se oso definirmi tale. È colpa di quel Twitter lì che si ruba tutti i miei pensieri, e al vostro povero Erudito non rimane niente con cui erudirsi/vi/li/ni/bi.

Oggi, allora, in uno slancio di orgoglio che neanche al salto con l'asta alle Olimpiadi, torno a bloggare e lo faccio al mio amore primigenio, l'animazione. Quella classica. Disney. Perfetta.

Ricuperando questa mattina le notizie della giornata di ieri, non ho potuto fare a meno di notare che un sacco di nuove piccole perle dell'animazione prossima ventura hanno pubblicato delle piccole anticipazioni.

Beccatevi 'sti cortometraggi belli come il sole, e la luna.



Paperman è il nuovo cortometraggio d'animazione originale classico sperimentale e tanti altri bellissimi attributi, Disney. Uscirà nei nostri cinema quest'inverno insieme al Classico Disney lungo Ralph Spaccatutto. Non dico nient'altro, solo immagini (vecchie e nuove):




La luna invece è il cortometraggio che in Italia vedremo fra poche settimane (5 settembre) al cinema con il tredicesimo film Pixar Ribelle - The Brave. È diretto da Enrico Casarosa, ed è ispirato all'infanzia genovese del regista, oltre che al cinema di Hayao Miyazaki. Questi concept art usciti ieri, realizzati da Dice Tsutsumi, sono molto belli, ma non state a guardarli troppo sennò rischiate di rovinarvi qualcosa della storia. Io il corto l'ho visto a un'anteprima qualche mese fa e vi assicuro che non volete rovinarvi qualcosa della storia.


Un altro corto Pixar in uscita quest'anno (il 27 ottobre, allegato alla riedizione 3D di Alla ricerca di Nemo) è Partysaurus. E' il terzo film della serie dei Toy Story Toons (dopo Vacanze hawaiiane, visto con Cars 2, e Buzz a sorpresa, visto con I Muppet). Entertainment Weekly ha rivelato in esclusiva la trama e il regista del corto Mark Walsh (animatore Pixar di lungo corso), oltre che le due prime immagini.

martedì 29 maggio 2012

Cloud di ieri sul nostro domani odierno

Una cloud mostruosa, © Carol Coates, dalla Cloud Appreciation Society
Ieri mi sono dato alla cloud. Cos'è la cloud? La cloud è una nuvola, come quella della foto qui sopra, particolarmente inquietante. Così come in punti lontani del mondo guardiamo lo stesso cielo, così in informatica tanti utenti possono utilizzare la stessa cloud, liberandosi dai vincoli del loro grigio cubicolo e accedendo ai propri dati e servizi da qualunque computer capiti sotto mano.

Il mio passaggio alla cloud non è stato affatto repentino. Chi segue le mie pippe mentali ricorderà che ne parliamo da anni, e insistentemente da mesi, cercando di trovare la formula adatta, cercando di integrare con naturalezza la nuova tecnologia alle nostre vite e al nostro lavoro. E a furia di spippacchiare mentalmente ci siamo anche resi conto che, in effetti, nella cloud ci siamo già da qualche tempo. I social network, i portatili, gli smartphone, le necessità della mobilità, tutto questo ci ha già spinto con forza verso quella cosa che oggi chiamiamo cloud, verso la delocalizzazione dei nostri dati e dei servizi di cui abbiamo bisogno.

Ora, visto che il nostro destino è questo, meglio allearci a quella mostruosa cloud di buon grado.
In particolare io mi sono affidato alla cloud di Google, essendomi reso conto di starci dentro da parecchio (fra Gmail, Google Chrome, Android, Google Documents, Google Reader, Google Maps, Google+, Youtube, Blogger&Picasa... ah, e Google motore di ricerca). La cloud dichiarata di Google sostanzialmente consiste nella trasformazione di Google Documents in Google Drive, e nella commercializzazione dei Chromebook (i portatili senza hard disk e con il sistema operativo Google Chrome OS).
Tutto bellissimo, tranne i Chromebook, che sono stati un gran flop. Il motivo principale è che costano come dei computer portatili normali, ma privi di un hard disk e un sistema operativo degni di quel nome. Siccome la cosa mi aveva scoraggiato, ho rimuginato per mesi cercando un'alternativa.

L'alternativa l'ho trovata in Jolicloud, un servizio di interfacciamento alla cloud (qualunque si sia scelto) accessibile da qualunque browser e disponibile anche come sistema operativo (Joli OS, basato su Ubuntu e sul browser Chromium, praticamente come i Chromebook).

Così, in preda a una voglia gestazionale irrefrenabile, il giorno 8 maggio 2012 decidevo che sarei passato alla cloud, e la sera stessa mi recavo di buona lena presso il negozio MediaWorld più vicino ad accattarmi il primo netbook che mi capitava sott'occhio. Oggi da quel netbook, e dal sistema operativo Joli OS, io scrivo questo post, e mi sento catapultato nel nostro domani odierno.
Certo nel domani odierno devi passare anche tre settimane a cercare i driver per la scheda grafica e i plugin per Flash, rinunciare a leggere e masterizzare dischi, scontrarti con le limitatezze dovute alle fasi ancora acerbe di sviluppo, e soprattutto devi convincere molte persone che per passar loro dei file non è più necessaria la chiavetta, ma basta che si scrivano l'URL, o catturino il QR code, o si iscrivano a Google+, o a Twitter, o a Jolicloud. Ma presto queste saranno solo nubi di ieri.

domenica 6 maggio 2012

Bollywood a Hollywood

Nella mia vita credo di aver visto un solo film indiano (due anni fa a Giffoni, bellissimo: Udaan), era un film spiccatamente musicale, ma (che io ricordi) non aveva il classico numero di danza bollywoodiano. Ultimamente invece di balletti bollywoodiani ne ho visti spesso nelle produzioni americane. Molti si sono mostrati insofferenti verso certi innesti etnici. A me invece non sono affatto dispiaciuti tutti gli esempi in cui mi sono imbattuto.
Sto cercando di informarmi meglio sulla "tradizione" dei balletti bollywoodiani. Sono qualcosa di molto radicato nella cultura indiana, che il cinema indiano (notoriamente il più produttivo del mondo) di regola omaggia con queste messe in scena sontuose (sarà un riflesso dell'elevata densità di popolazione). Quel che è certo è che scene di danza di questa portata sono da manuale di regia, montaggio, recitazione, scenografia, costumi, coreografia. Inscenarle fuori contesto per i registi americani (e anche per gli attori!) è una sfida con se stessi, anche autoironica, ma che dimostra la loro passione per il mestiere. Le potenzialità del linguaggio e degli strumenti cinematografici vanno oltre gli schemi inattaccabili di Hollywood, anche se non abbiamo mai la possibilità di verificarlo.
Quasi mai. Ecco quattro, belli e diversi, esempi

The Millionaire (regia di Danny Boyle)
L'origine di tutti i mali, la scena più odiata del film più odiato dopo Shakespeare in Love.


"The Thespian Catalyst" (The Big Bang Theory, stagione 4, episodio 14, regia di Mark Cendrowski)
Qui scopriamo che, balletto a parte, Raj non è gay.


Biancaneve (regia di Tarsem)
La degna conclusione di una favola ironica e spensierata (la canzone però non è originale: versione originale)


"Publicity" (Smash, stagione 1, episodio 12, regia di Michael Mayer)
In Smash le scene musicali ovviamente non mancano, ma questa botta di Bollywood (inserita anche un po' forzatamente nella trama) è di sicuro la più ricca e la più riuscita.

mercoledì 2 maggio 2012

Hunger Games, e della confusione che in me ingenerò.

Di Hunger Games, kolossal cinematografico appena giunto nelle nostre sale, vi diranno molte cose che se uno ci pensa su bene sono completamente false e fuorvianti. Vi diranno che è un film d'avventura per ragazzi, che è una critica ai reality show, che è divertente. O almeno così hanno detto a me, e all'uscita dal cinema avevo il cervello in pappa per lo shock.

Lo shock deriva dal sovraccarico di pensieri che ogni aspetto del film mi ha indotto. Alcuni pensieri mi portavano a condannare il film per eccessiva ambizione e arroganza. Altri pensieri riguardavano la potenza metanarrativa/metacinematografica di quello che vedevo, cioè a dire un film che mi fa pensare al cinema, uno spettacolo che mi fa pensare allo spettacolo che sto guardando e allo spettacolo in generale. Altri pensieri si limitavano a ripescare dalla memoria la quantità smodata di opere e autori a cui questo film, volente o nolente, si ispira o a cui deve qualcosa.
Cercherò ora di dispiegare detti pensieri, vari e confusi.

La trama del film riguarda 24 ragazzi più o meno cresciuti che devono scannarsi a vicenda per il pubblico ludibrio se vogliono sopravvivere. Quindi, senza timor di rovinare sorprese, posso rivelare che in questo film muoiono dei bambini. Mi permetto di aggiungere che non ci vengono risparmiati i dettagli di tali assassinii. Ora è evidente che un film del genere non è né per ragazzi né divertente. E più che d'avventura è di orrore. Lo dico senza i miei soliti pregiudizi per l'horror. Anzi, dell'horror Hunger Games prende il meglio, ma ne parlerò dopo. Ora focalizziamoci sull'ambizione.
Un altro romanzo fondamentale parla di bambini che ammazzano bambini. Si intitola Il signore delle mosche, l'ha scritto sessant'anni fa il premio Nobel William Golding, e non ha bisogno di presentazioni. Golding parlava della natura umana in condizioni primitive. Suzanne Collins (l'autrice dei romanzi di Hunger Games) parla della natura umana in condizioni postapocalittiche. Dei due, quello più autorizzato a parlarci di come e perché un bambino ammazza un altro bambino mi sembra il primo. Pier Paolo Pasolini ci parlò di giovani innocenti in periodo postbellico (Salò o le 120 giornate di Sodoma) ma ebbe la grazia di coinvolgere esclusivamente gli adulti nella Colpa.
Ho immaginato questo film in mano a Tim Burton (per via del grottesco distacco dell'élite adulta verso il Gioco bestiale), o a Quentin Tarantino (un modo per rendere divertenti tutte quelle morti precoci l'avrebbe trovato).
E non ho potuto non pensare al capostipite di ogni critica ai reality show: The Truman Show, di Peter Weir. I punti in comune, non solo tematicamente, sono molti (la cupola, il regista/stratega, gli sponsor, la ribellione).
Insomma, quel che voglio dire è che una tale degenerazione dell'animo umano non è tema da film commerciale. Avrei gradito qualche sapientone in più fra gli autori, al livello di quelli succitati, se proprio dovevano sconvolgermi a tal punto. Perché un sapientone non avrebbe trattato temi sì alti mescolandoli a storie d'amore banalmente abbozzate e momenti strappalacrime automatici. Un sapientone non si sarebbe dovuto preoccupare di rendere la sua storia "il film evento dell'anno".

Eppure.

Eppure qualche sapientone, seppur non dietro la storia, c'era. C'era per esempio Tom Stern alla direzione della fotografia. E se dico che Tom Stern è il direttore della fotografia degli ultimi dieci film di Clint Eastwood spero di rendere bene l'idea di quanto viscerale sia la mia stima per lui. Al montaggio c'era Stephen Mirrione, il montatore di Steven Soderbergh, Alejandro Iñárritu e George Clooney, insomma uno che ha ridefinito l'estetica del thriller d'autore dell'ultima decade. E c'era la colonna sonora di James Newton Howard, un raffinato orchestratore di musica d'azione, che nobilita anche i peggiori film (e purtroppo gliene affidano a iosa).
Qualche bella sorpresa è venuta fuori anche dal cast di personaggi secondari. Woody Harrelson e Stanley Tucci danno un'ottima performance per dei personaggi sostanzialmente inutili ma che puntellano la storia costantemente, come un coro di commento alla tragedia in atto.

Avevo lasciato in sospeso la questione "horror".
Gli "Hunger Games" nel film sono un evento annuale atteso con terrore da tutti gli abitanti dei dodici distretti periferici. Ogni distretto perde due giovani ogni anno in questi brutali scontri organizzati dai ricchi abitanti della Capitale come intrattenimento televisivo. Dei ventiquattro partecipanti se ne salva solo uno, sicché è quasi certo che ogni giovane selezionato è destinato a morire. Nel film i giochi veri e propri iniziano solo nel secondo tempo. Il primo tempo è un'estenuante attesa. E quando finalmente i giochi iniziano, l'estenuante attesa è quella della morte di ogni giocatore.
Gli autori fanno propria la lezione di Hitchcock sulla suspense. La tensione non cala, e ogni nuova violenza (col suo momentaneo sollievo luttuoso) non scalfisce l'ansia, mai, fino alla fine. Lo svolgimento dei giochi è narrato nel dettaglio, col passare dei giorni e delle notti, senza glissare. Nuovi pericoli, nuove distrazioni, a getto continuo.
Questo è un culto per la narrazione che nei film commerciali, per tacer dei film per ragazzi, non ci è dato di vedere spesso.

C'è un ultimo aspetto che ha contribuito al mio shock. La critica ai reality show. La questione non è così semplice.
I reality show ci imbarbarirebbero, nella nostra morbosità di spiare le vite, e le sofferenze, altrui? I produttori senza scrupoli, non paghi degli scherzi del destino, organizzano scherzi anche a tavolino pur di vendere? E la gente che li critica, i parenti stessi degli spiati, ma poi sono anche loro incollati alla TV?
Domande retoriche, a una prima lettura. Ne abbiamo fatto esperienza tutti in questi dieci anni e rotti di reality show. Ne hanno parlato tutti. Ne parla anche questo film. Eppure non è questo, secondo me, il senso di Hunger Games. Non vorrei sopravvalutare l'autrice, visto che non l'ho trattata bene finora (senza neanche aver letto i suoi libri), ma a mio parere sui reality show e lo spettacolo in generale Suzanne Collins tocca un tasto che quasi nessuno aveva mai osato toccare.
Non è la sete di spettacolo, di sensazionalismo, che ci imbarbarisce e ci fa dimenticare le elementari e autoevidenti ragioni della dignità umana. Noi spettatori del film Hunger Games non siamo diversi dai riccastri spettatori degli "Hunger Games" solo perché per noi quella violenza è finzione e mentre per loro è realtà. Noi godiamo dell'avventura, anche della violenza, e ci commuoviamo per le ingiustizie. Lo facciamo davanti ai film, ma anche davanti ai telegiornali o agli incidenti stradali. E i telegiornali rincorrono il sensazionalismo per rifornirci di tante emozioni, più che di notizie.
Invece è lo spettacolo che ci salva da questa morbosità congenita. Questo è il senso della frase "the show must go on", ormai diventata erroneamente sinonimo di cinismo. Quando il mondo va a rotoli è lo spettacolo che ci insegna come andare avanti. Lo spettacolo dà il senso, quando questo viene a mancare nella vita.
Nel film è la storia d'amore a salvare i due fidanzatini, altrimenti condannati a uccidersi l'un l'altro. Solo che la storia d'amore è finta. La inventa il personaggio di Woody Harrelson (il mentore svogliato dei ragazzi) e la propone uno degli strateghi del gioco. Senza questo "colpo di scena" i ragazzi avrebbero perso la voglia di vivere, trasformandosi in robot spietati. Senza questo colpo di scena Woody Harrelson non avrebbe ritrovato la voglia di fare il mentore, non si sarebbe affezionato ai suoi due attori. Lo spettacolo insegna loro a scrivere il loro destino. Meglio dei tanti grilli parlanti di tanta letteratura per ragazzi. Meglio anche del paradiso infernale del Truman Show.
Quando vedrete il film non storcete il naso davanti a queste finzioni, davanti alla messinscena del darsi la manina, del rivelare l'amore timido, dell'elemosinare l'unguento per le ustioni. Non è quello il cinismo da criticare.

Quindi: Hunger Games mi ha confuso. Per certe importanti ragioni è un film sbagliato. Per altre importanti ragioni è un film necessario. Per certe ragioni è un film brutto. Per altre ragioni è un film bello.
È un film intenso e profondo. Chi se lo aspettava?*


* La domanda non è retorica.

martedì 1 maggio 2012

Chew, BLEGHORRFFF!!!

I cuoricini non sono destinati all'emettitore del vomito.

Chew è una serie a fumetti iniziata ormai tre anni fa, che io ho scoperto due anni fa, ma ho finalmente letto soltanto oggi. Gli autori sono John Layman (sceneggiatore) e Rob Guillory (disegnatore), e sono dannatamete bravi.
L'idea è quella di un agente di polizia che riesce a risalire alla storia di una persona, di solito vittima di un omicidio, mangiandola. O assaggiandone il sangue. O le feci. Tony Chu, questo agente di polizia, non è cattivo. E questo strambo superpotere, chiamato cibopatia, non gli piace affatto.
La storia va poi ben oltre quest'idea iniziale. Basti citare che hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama i polli, i vampiri, e gli alieni.

Come si può capire dall'immaginone qua sopra, la serie brilla principalmente per ironia. O, per dirla in parole spicciole, fa piegare dal ridere. Gli amanti dello splatter possono trovare pane per i loro denti, sì, ma alla lunga si annoierebbero. Perché alla lunga la storia è bella. C'è il poliziesco, c'è il viaggio (Artico, Sud America), c'è persino una trama romantica. Ci sono i nemici piccoli, i nemici grandi, gli amici, i parenti, i polli.
Certo, c'è da superare il disgusto, ma non è difficile con dei personaggi di questo calibro: divertenti e sempre più complessi.

La serie ha avuto un successo clamoroso e ha vinto premi su premi. Prevede di durare sessanta numeri, e siamo circa a metà. Non penso che rischi di chiudere all'improvviso. Inoltre è già stato opzionato per realizzarne una serie TV (dai produttori di The Walking Dead, per il canale pay Showtime, che ha già prodotto un pilot, scritto dagli autori di Supernatural e Eureka), e questo è ciò che tutti i fan di questo fumetto si auguravano, io per primo.

A che punto siamo.
Ad oggi sono usciti 26 numeri della serie, raccolti in cicli da cinque numeri ciascuno, ultimo dei quali conclusosi questo mese. Il che vuol dire che c'è un numero spurio. Ihih. Una delle figate che più mi hanno esaltato di questa serie è che l'anno scorso è uscito un numero strano. Veniva dal futuuuuro. Dopo il numero #18 è stato pubblicato il numero #27! Che, cronologicamente, va collocato subito dopo il numero in uscita questo mese!
Ciò rende il mio ritardo qualcosa di molto stupido.

In Italia la serie non viene pubblicata mensilmente ma soltanto all'uscita delle raccolte. L'editore è il nostro cagnolino milanese preferito. Sono usciti tre volumi e la settimana prossima esce il quarto (13€ cadauno). Mentre questa settimana in America esce il quinto volume.

venerdì 20 aprile 2012

L'uomo che mise fine alla Storia, di Ken Liu

Ieri sera mi arriva una proposta indecente. A farla sono dei loschi figuri. Il loro gruppo si chiama 40K e fanno libri. Libri lunghi quarantamila lettere, circa (romanzi brevi, li chiamano). Libri strani, eversivi, dalle copertine che sembrano manifesti dei centri sociali. Parlano di fantascienza, ma di fantascienza che parla di noi. Libri che non esistono, digitali. Non c'è da fidarsi.

Avevo già letto roba loro. Fantascienza politica, claustrofobica, distopica. Ora mi propongono di leggere e commentare questo libro, con un sol levante su campo nero, nero come l'oblio della Storia. E infatti la storia parla della Storia che scompare. E scompare proprio quando l'umanità scopre i viaggi nel tempo. Vedi che sfiga.

La cosa è più complessa di come sembra. Quando l'unico modo per sbirciare nel passato consiste in operazioni quantistiche, anche un bambino dell'asilo sa che la sola osservazione basta a porre fine all'evento. E così, scoperto un modo quantistico di osservare il passato, questo scompare alla prima occhiata. E se il passato che si va a osservare è minacciato dai negazionisti, come ad esempio le barbarie commesse dall'Unità 731 dell'esercito imperiale giapponese sui contadini cinesi invasi? Chi crederà a una testimonianza oculare non riproducibile? Chi crederà a quella che scientificamente e filosoficamente non si può che definire un'illusione (l'osservazione di echi del passato)?

È una storia che abbiamo già sentito. Una scoperta eclatante, non suffragata dalle garanzie del metodo scientifico, ma che può aiutare l'umanità, come una bacchetta magica. Gente che vuole credere contro Gente che vuole garanzie. Cure miracolose del cancro, previsione oraria dei terremoti, motori di ricerca italiani migliori di Google.
Eppure ciò che il dottor Evan Wei (cinese) e sua moglie la dottoressa Akemi Kirino (giapponese) hanno scoperto è qualcosa che non è nocivo. Vogliono soltanto che si onori la memoria delle vittime delle atrocità. Che si condannino le atrocità. Ma i governi del mondo (quello giapponese, colpevole, ma anche quelli occidentali che oggi lo sostengono) non possono ammettere colpe che li porterebbero a rinunciare a quanto ottenuto in seguito a quelle atrocità. La centralità dell'Occidente per il futuro dell'Umanità è messa a rischio dall'ammissione delle colpe. Tabula rasa, ripartire da zero, tutti alle stesse condizioni, non garantirebbe il predominio delle culture occidentali che c'è oggi.

Chiedere scusa porta conseguenze. Cambia la Storia passata e soprattutto futura.

Una lezione non di poco conto per un racconto di fantascienza.
In realtà di fantascienza in questo libro c'è poco. Come ci svela in epilogo l'autore Ken Liu (cinese impiantato in America)  molta parte di questa storia, molta parte di queste parole, sono reali. Non per niente il sottotitolo originale del libro è A Documentary. Non solo perché il racconto è esposto in forma di raccolta di testimonianze (quella che nel cinema chiamiamo "mockumentary"), ma perché quelle testimonianze, al netto della drammatizzazione, sono vere. Sono le testimonianze vere degli eredi dei superstiti del campo di concentramento di Ping Fang e dei loro brutali carcerieri, e i commenti veri dei negazionisti su internet e dei governi.
Il lavoro di Ken Liu in questo senso è davvero ammirevole. Al di là della suggestiva scienza quantistica dei viaggi nel tempo, ha creato dei lunghi monologhi messi in bocca a personaggi/personalità diverse. Un lavoro di scrittura e di ricostruzione che in contesto fantascientifico non manca mai di sorprendermi, ma in compenso mi aiuta a distinguere gli autori migliori da quelli che semplicemente si abbandonano a voli pindarici della fantasia.

Beh, i loschi figuri di 40K mi chiedevano di consigliare o sconsigliare la lettura di questo libro. Direi che, se mi avete seguito fino alla fine di questo post, non è necessario che mi spenda in una chiusa riepilogativa. Anche perché è ora di pranzo e ci ho il pancino che brontola.

edit intervista dell'editore all'autore: http://40k.it/?p=824

mercoledì 4 aprile 2012

The Journey [repost]

C'è questo giochino per Playstation 3. Si chiama Journey. Quando ci giochi, normalmente piangi. Il perchè e il percome non sto a dirli. Oppure sì, li dirò, ma in un post a parte, dopo averci rigiocato, che ne ho bisogno.

C'è questo webcomic, non molto prolifico, che si è occupato di Journey. Si chiama The GaMERCaT. Quando lo leggi, normalmente ridi, ma stavolta piangi anche. Il perché e il percome è presto detto:



lunedì 2 aprile 2012

L'Aquila

E insomma, finalmente sono stato a L'Aquila, prima volta dopo il terremoto. Sembra una città di quelle brutte. Prima sembrava una città di quelle belle. Tipo Parigi.



Quello che prima era il passeggio, sotto i portici, con i negozi bardati a festa, adesso è una via crucis. Mi dicono che sono capitato in un raro momento di "folla", un sabato pomeriggio. Gente che si sforza di rendere L'Aquila ancora culla di un po' di vita sociale. Qualche bar è aperto, coi tavolini di fuori, e la gente è spensierata. Ma è come la bimba col cappottino rosso nell'immagine in bianco/nero di Schindler's List: un lampo ipnotico, perché gli occhi non tornino alla rovina.

Io in particolare ci sono andato a teatro, come quella volta (fra le pochissime) che ho visitato L'Aquila, ai tempi del liceo. Ero estasiato dal magnifico centro storico, dal labirinto di vicoli attraverso cui raggiungere la piazzetta del Teatro Stabile d'Abruzzo, e dal teatro stesso. Ora non si distinguono più strade e edifici, tanti sono i cantieri e i teloni attorno agli edifici ma anche in mezzo alla strada. Sentieri definiti da transenne, impalcature, puntellature. Ovunque giri gli occhi non vedi altro. Non si sa come ci sei arrivato ma di punto in bianco ti dicono che sei davanti al teatro. Come fanno a orientarsi non lo so. La differenza fra il teatro e uno qualunque degli altri edifici non la puoi notare. Non c'è differenza di stile fra questa e quella impalcatura.
Piano piano la forma della piazzetta fa riaffiorare nella mia memoria la topologia del luogo. Quello è il momento più doloroso, quando finalmente metto a fuoco e ricordo i dettagli. Io non esco molto di casa, se non per lunghi viaggi. Quel giorno all'Aquila, l'andare a teatro, con dei veri amici, fu un giorno di scoperte: la bellezza dell'Aquila (il mio lontano capoluogo, di cui non immaginavo neanche lontanamente il fascino), la bellezza del teatro (fra i più prestigiosi d'Italia), la bellezza degli amici (il tipo di amici che ti trascinano a teatro a vedere un Bertolt Brecht minore).

Anche sabato scorso era un bellissimo giorno, un giorno di teatro, un giorno di amici, una tappa di un tour abruzzese. Gli amici sono cambiati, ma non in qualità. Il teatro è più o meno lo stesso (il Ridotto, ché l'originale è _ancora_ inagibile). La città, L'Aquila, non c'è più. Non c'è nessuna città. C'è una giungla fitta di cantieri, e radure di bruttezza, pericolo, tensione.
La mia tristezza non è lontanamente paragonabile al trauma degli aquilani, o degli studenti dell'Aquila, o degli abitanti dei paesi vicini. Nemmeno il mio ricordo vissuto di quella scossa e della strana settimana che ne è seguita, si possono paragonare. La mia tristezza per questo dramma è la stessa che per la distruzione della Biblioteca di Alessandria d'Egitto, o il saccheggio del museo di Baghdad, o lo sfregio allo skyline di Manhattan. Una tristezza storica, che non ha niente a che vedere con i traumi delle persone. Le persone hanno bisogno di aiuto, non di tristezza. La tristezza storica serve invece a riflettere sugli errori fatti e sulle buone azioni che si possono ancora fare.

All'Aquila, negli scorsi due giorni, ho sentito politici e "tecnici" rimbalzarsi promesse. Intanto il 6 aprile 2009 è passato da tre anni e per come sta L'Aquila oggi vieni preso in giro se speri che la città possa tornare a esistere. Vieni preso in giro se credi che il TSA verrà riattivato in sette anni. Vieni preso in giro se ti commuove l'ipotesi di candidare L'Aquila a capitale europea della cultura nel 2019. Vieni preso in giro se pensi che i fondi raccolti da tante iniziative mediatiche degli ultimi tre anni verranno presto sbloccati. Vieni preso in giro se sei convinto che si vigilerà su corruzione e infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. Vieni preso in giro se ti fa rabbia sentire gli aquilani, prima di tutti, aver perso ogni speranza, convinti a rimanere protagonisti di un'ingiustizia, come se preferissero lamentarsi in eterno piuttosto che sperare di riavere una città *bella*.

L'Abruzzo ha tante bellezze naturali, e anche qualche bellezza storica. Ma noi abruzzesi siamo una razza bastarda. Non siamo solo pecorai, siamo proprio pecore. Non chiedeteci di abbracciare una causa. Non chiedeteci di commuoverci per l'interesse che il resto d'Italia dimostra per noi. Non chiedeteci di essere orgogliosi dei tanti complimenti che ci fanno i turisti. Non chiedeteci di raccontarvi la fierezza delle nostre tradizioni. Di fatto non ce ne frega niente.
E non chiedeteci se era bella L'Aquila. Chi è onesto abbastanza da non essere retorico potrebbe persino rispondervi: "Niente di che". Questa è la mia tristezza.

mercoledì 7 marzo 2012

"Dll lttr" [fu un gran canto, un dì...] #GorgsPrc

Sul più noto sito social di microblogging oggi si gioca a twittar con ogni tasto voluto, ma diononvoglia!, non il tasto sotto il 4 (o il 3).
Onorando il gioco, ripubblico un mio scritto d'altri giorni. Si nota quanto soffrirà, il mio scritto, di 'sti tagli:

DLL LTTR

    L lttr vr,
    l "n", l "f", l "r",
    snz'ssr mr
    l rgrst  l brrst.

    , s l stss d
    stssr pr lggr l "s"  l "l"
    ss ( ll) stss l rgrbbr,
     l stll l vdrbbr.

    Nll cn, pr br, l lggrst
    pr n' tmr n' ldr
    l d dll tmpst.

     s stst pr ssr dprss
    lggt l "m", lgg'r:
    vdrt cdr l prmss.

Un mio scritto ancora più antico giocava a non dir la "A". Un miglior controllo, allora, un altro tasto da non pigiar, oggi minor travaglio mi dava...

domenica 12 febbraio 2012

The River #pilotwatching [aggiornato]

Oggi inauguro i post con gli hashtag nel titolo, quindi scusatemi se rompo qualcosa (Google Reader, G+, Twitter, le scatole).



Questo è un prodotto strambo. E' l'ennesimo erede di Lost. E' l'ennesimo telefilm prodotto da Steven Spielberg. E' horror. Va in onda sulla ABC. Insomma, poca originalità e contraddizioni produttive. Eppure è fra le cose più interessanti di quest'anno.
L'anno scorso, sarà stata la fresca dipartita di Lost, pareva che la TV americana non riuscisse più a fare nulla di decente. Tanti emuli di Lost, e tanti fallimenti. Quest'anno, sarà che ci siamo messi il cuore in pace, spuntano tante nuove serie e tutte molto interessanti.

Non c'è nulla che mi possa interessare meno di Paranormal Activity, e l'horror in generale. Ma dietro The River c'erano Spielberg e la ABC, per cui mi sono un po' rassicurato e ho proceduto con la visione di questa serie. Male ho fatto ad abbassare le difese, perché The River fa seriamente spavento. Certo lì fuori c'è qualcuno più svezzato di me all'horror, e questo gli sembrerà una passeggiata anche un po' ridicola.
Oltre quest'aspetto c'è però una splendida confezione: la storia è ambientata in Amazzonia ma è girata alle Hawaii, e si sente tanto ma tanto profumo di Lost. Anche la fotografia, a differenza di altri pur belli eredidiLost (tipo Once Upon a Time e Alcatraz), pare beneficiare di maggiori risorse e risultare più credibile e suggestiva. A parte il prologo iniziale le scene sono tutte girate in acqua, e questo oltre a richiedere uno sforzo produttivo immane (a troupe e attori) contribuisce alla tensione. Finora la paura viene dal paranormale, ma io ho seriamente avuto terrore che spuntassero dei coccodrilli da un momento all'altro.
Ecco, il paranormale. La storia va subito a parare lì, a partire dallo slogan dello show (e del meta-show interno): "There is magic, out there". La magia si rivela molto poco metaforica. Fantasmi e possessioni spiritiche assediano il nostro intrepido gruppo di avventurieri, senza lasciar loro scampo, senza permettere neanche qualche ora di riposo notturno.
Gli avventurieri. Chi sono? Sono una famiglia (buoni), una troupe di documentaristi televisivi (bastardi), e meccanici (spagnoli). Azzeccato il cast, anche se finora la simpatia va solo ai buoni. I bastardi e gli spagnoli dobbiamo conoscerli meglio, sennò rimarranno tali.

Mi accorgo di non aver raccontato la trama. Beh, fa niente. La serie è iniziata martedì 7 febbraio sulla ABC, che ha mandato in onda i primi due episodi, quindi tenetevi pronti a una novantina di minuti di terrore.
Personalmente sono molto soddisfatto e stupito. Certo, ho paura ad andare avanti. Ma non la solita paura che scenda di qualità. Paura paura.

aggiornamento Per la versione italiana di The River bisognerà attendere il mese prossimo. La serie è stata acquistata da Sky che la manderà su Sky Uno (non Fox? Chissà perché...)

martedì 7 febbraio 2012

Dio chiama Nerd. Rispondete, Nerd!

Ecco Gon. E' il Dio dei Nerd. In questa simpatica statuetta che ormai non ricordo più nemmeno come ho trovato online io riconosco colui che, sfilacciando le orbite della casualità e della confusione illumina quelle notizie, quegli eventi, quelle opere dell'ingegno umano care ai nerd (per la definizione di "nerd" rimando a questo mio vecchio post che la include).

Molti provano a convogliare i variegati interessi dei nerd, e tutti i nerd prima o dopo nella loro vita si imbattono in questi convogli: blog, forum, riviste che parlano di tecnologia, di cinema, di libri, di fumetti, di tv, di gnocca nudo artistico. Posti che un nerd possa chiamare casa, e come in una casa andarci in giro in mutande, ruttare senza portare la mano alla bocca e chiudersi in bagno per ore. (All'improvviso mi si fa molto chiaro in mente il motivo per cui in questi posti scarseggino le donne...)

Il Dio dei Nerd non vuole essere un dio di quelli in cui avere fede o riporre le proprie speranze. Egli opera ignaro di noi comuni mortali. Come ho detto prima egli sfilaccia le orbite della casualità. E' la sua natura, non gliel'ha chiesto nessuno e non lo fa per misericordia verso noi che non siamo capaci di sfilacciare nemmeno le cuffiette del walkman. Egli ci ignora al punto da non punire i sapientoni che nel 2012 dicono "walkman" invece di "iPod", purtroppo.
La nerditudine è tutta intorno a noi, Gon la streccia e noi infine la vediamo, e ce ne beiamo.

La mia intenzione è quella di introdurre un nuovo livello di beatitudine. Non già accontentarsi del singolo dono divino, ma di carpire i legami temporali, spaziali e tematici fra un segno e l'altro. In altri tempi, quando i nerd si chiamavano studiosi, Hermann Hesse inventò una roba simile. La chiamò il "gioco delle perle di vetro". Si inventò persino che gli studiosi vivessero in un'oasi chiamata Castalia, mantenuti e sfamati dal mondo esterno. Un po' come gli studiosi e i nerd di oggi.

Per giocare alle perle di vetro, ovvero stabilire connessioni fra le cose d'interesse per i nerd, cosa può servire meglio di un social network? Ecco, un'altra ragione di questa mia impresa celebrativa di Gon è la promozione di un social network assai ganzo ma snobbato dai più. E quando dico "più" mi viene da ridere, perché il social network in questione è Google +. La mia impresa avrà luogo solo lì, su G+. Non qui sul blog. Non su altri blog, siti, forum. Non su Twitter. Non su Facebook. Solo su G+.


La pagina è leggibile anche da chi non è iscritto. Ma così servirebbe a poco. Se invece vi iscrivete è + meglio, perché potrete commentarla, aggiungerla alle vostre cerchie (su G+ si usano le cerchie, e ciò è bene), e venire ricondivisi se nei vostri profili personali postate qualcosa di nerd e la dedicate a Il Dio dei Nerd (menzionandolo, cosa che su G+ si fa similmente a come si fa su Twitter e Facebook).

Trermino il post con un'accorata preghiera di diffusione e collaborazione.

domenica 5 febbraio 2012

Sighma [Romanzi a fumetti #3]

Ieri c'è stato un blackout, per cui senza l'affidamento della tecnologia ho potuto riprendere maratone "cartacee" che avevo abbandonato da troppo tempo.

Un uomo perde la memoria, ha un tatuaggio a forma di sigma sul torace e si è risvegliato all'esterno di una misteriosa enorme struttura verticale. Una squadra di miliziani lo accerchia e lo conduce all'interno. L'interno è La Città, un luogo dove vivono migliaia di persone sopravvissute a chissà quale catastrofe planetaria. La società della Città è strutturata in caste gerarchiche. Al livello zero ci sono i disgraziati, ai livelli intermedi ci sono i lavoratori specializzati, poi le famiglie, più su gli scienziati e gli intellettuali, e in cima l'élite. Ogni persona ha diritto di accedere solo a determinati livelli, vigilati incessantemente da un circuito chiuso governato da chissà chi. Il nostro eroe però pare invisibile alla viglianza, e riesce a vagare dove vuole, in cerca di indizi della sua identità. A ogni nuovo livello qualcuno lo riconosce e lo chiama con un nome diverso. La soluzione del suo enigma sta in cima alla Città...

Nella rilettura di Sighma spuntano riserve che la scorsa volta (il lontano 2008) non mi avevano turbato. L'introduzione a questo volume illustra perfettamente le storie di fantascienza da cui Paola Barbato ha attinto senza pudore per questo suo romanzo. Ma non è questo il difetto, a me gli omaggi, soprattutto così onnicomprensivi, piacciono tanto. Il difetto sono gli spiegoni (inevitabili), il doppiogioco a oltranza, il didascalismo morale banale.
L'idea è anche suggestiva, e gli ottimi disegni altrettanto. Ma la suggestione di questo mondo postapocalittico si smorza quando cominciano a imporsi i personaggi, brutti.
E' un romanzo molto articolato, gli va dato atto e lo apprezzo. Apprezzo anche la celebrazione del "in medias res" (rimane misterioso il prima e, soprattutto, il dopo). E' costante però una sensazione di mitismo forzato, di personaggi più importanti di quello che sono davvero.

Deluso, e affamato di nuova fantascienza.

sabato 28 gennaio 2012

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick



Qualche anno fa, era il 2008, in libreria mi imbattei in un volumozzo massiccio, ricco di illustrazioni e dalla copertina vagamente steampunk. All'epoca non avevo la minima idea di cosa fosse lo steampunk, ma evidentemente già mi piaceva. Volevo fortissimamente prenderlo, ma costava diciotto euro. Troppo. Finii per non vederlo più, e mi scordai anche il titolo, che era La straordinaria invenzione di Hugo Cabret.
Pochi anni dopo esce la notizia che il caro vecchio Martin Scorsese avrebbe realizzato il suo primo film per ragazzi, tratto da quel libro. Subito mi torna alla mente, e mi riprometto di comprarlo al più presto.
Poi il film di Scorsese esce, celebrato dalla critica, amato dal pubblico. Arriviamo al 24 gennaio 2012, nomination agli Oscar, e la prima favoletta di Scorsese sbanca l'Academy con undici nomination, battendo tutti gli altri film in concorso. E io il libro non l'ho ancora comprato. (Non ho neanche fatto il post sulle nomination agli Oscar. Colpa di Google+).
La sera stessa vado in libreria, quella libreria dove non entravo più dal 2008, nessun cliente, la commessa indaffarata a riordinare scaffali vari. Mi dirigo verso la piramide di romanzi per ragazzi. La butto giù. Sepolta da Geronimi Stilton e vampiresche copertine laccate di nero era ancora lì, quell'unica copia di Hugo Cabret cartonata da diciotto euro (ora fuori stampa, ristampata lo scorso ottobre in economica) che in quattro anni nessuno si è comprato e il libraio non ha mai reso. Mi sento molto Belle de La bella e la bestia. Lo porto alla cassa, lo pago, e diciotto euro d'un tratto sembrano pochi. Un'edizione splendida.

Questo libro di Brian Selznick, illustratore di chiara fama al suo primo "romanzo", è il risultato affascinante di uno scontro fra media. In copertina si strilla "il primo romanzo dove è il testo a illustrare i disegni". Non so se è il primo ma per il resto ha ragione. E la quantità di disegni a doppia pagina, uno dopo l'altro, non può non far pensare che questo sia praticamente un fumetto, con i dialoghi nella pagina successiva invece che nei balloon. E la storia narrata parla di magia, di spettacolo, e di cinema.
Hugo Cabret è un piccolo vagabondo che vive fra i muri di una stazione parigina, di cui regola i numerosi orologi ogni mattina. Hugo è infatti il figlio di un orologiaio morto pochi anni prima in un incendio. Da quell'incendio Hugo riesce a salvare un misterioso automa, un uomo metallico composto di ingranaggi sofisticati seduto a una piccola scrivania, in procinto di scrivere un messaggio. Quale messaggio? Questa è l'ossessione di Hugo Cabret, ossessione che gli procurerà non pochi guai, ma ne sarà valsa la pena.

Il film esce finalmente in Italia venerdì prossimo, 3 febbraio. Sicuramente sarà migliore del libro, che in quanto a narrazione delude un poco. E' scritto male (o tradotto male?). Bella la storia, fantastici i disegni, ma il racconto mi stava quasi annoiando. Si riprende per qualche bel colpo di scena nella seconda parte del libro, che a un amante del cinema non può non commuovere.

Pochi mesi fa è uscito il nuovo romanzillustratissimo di Selznick. Si intitola Wonderstruck, questo è il sito ufficiale. In Italia non è ancora arrivato, ma visto il prezzo succulento su Amazon.co.uk (10 sterline, 12 euro) potrei cedere alla fretta.

giovedì 12 gennaio 2012

Best of 2011

Tempo di classifiche. Nel 2011 ho visto così tanti film da farmi schifo, da venirmi fisicamente a nausea. Eppure non è ancora abbastanza, dice. E nonostante non sia abbastanza, è tradizione che ne decreti i dieci migliori, i simboli di un'annata fantastica, da poter consultare in futuro per perdersi nella nostalgia e trovare lo stimolo per farlo di nuovo (esattamente lo scopo a cui è servito l'analogo post del 2009).
Per chi come me ha la vertigine della lista ho preparato l'elenco completo delle mie visioni del 2011, tanto per dare un'idea del bandolo che ho dovuto sciogliere (e anche per dare qualche consiglio, così magari ne riparliamo). La lista, non esaustiva ma esteticamente più caruccia, è anche su Questa sera niente popcorn, il social network italiano su cui ho tenuto traccia delle mie visioni per tutto l'anno.

Da burocrate di prim'ordine quale sono, ho limitato la gara alle pellicole distribuite in Italia nel 2011, indipendentemente dalla data di produzione originale. Da paraculo quale pure sono mi sono invece ritrovato a escludere dalla classifica alcuni ottimi, adorati film la cui unica colpa è quella di aver già esaurito il loro potenziale discussivo nella scorsa stagione degli Oscar (perle come Il discorso del re, Il grinta, Il cigno nero, 127 ore). Purtroppo 12 mesi sono troppi, e la memoria è corta. Pure l'entusiasmo. Si dovrebbero fare classifiche semestrali, una a marzo e una a settembre. Ma chi le fa le classifiche a marzo e settembre? E chi rinuncia alla magia anche scaramantica del bilancio di fine anno? Nessuno, ecco chi. E quindi tocca escludere chi non resiste alla prova del tempo.

Ecco i miei magnifici 10 del 2011, dal numero dieci al numero uno (ordine di cui sono convinto? No). Vediamo se li riconoscete dai fotogrammi, pescati fra i migliori disponibili in rete:










  • 10. Super 8, di J.J. Abrams
  • 9. Source Code, di Duncan Jones
  • 8. Blood Story, di Matt Reeves
  • 7. Habemus papam, di Nanni Moretti
  • 6. Rango, di Gore Verbinski
  • 5. Non lasciarmi, di Mark Romanek
  • 4. Hereafter, di Clint Eastwood
  • 3. Midnight in Paris, di Woody Allen
  • 2. This Must Be the Place, di Paolo Sorrentino
  • 1. The Sunset Limited, di Tommy Lee Jones
edit classifica modificata. Inserito Rango al posto di L'illusionista, che non rientrava nei criteri (essendo uscito nel 2010, come mi ha fatto giustamente notare Bramo nei commenti).
Il vincitore, pensa un po', è un film per la tv. E, pensa un po', ci sono due italiani. Inoltre, pensa un po', c'è un film horror. Ecco, è chiaro che non è una classifica dei migliori film dell'anno, né dei miei "preferiti" in senso stretto (mancano alcuni film per cui durante l'anno ho fatto follie, come Rango, il film di Boris, i film degli scorsi Oscar suddetti, e c'è Super 8 all'ultimo posto... un film che ero pronto a decretare come il migliore in assoluto nella storia dell'arte, pensa un po'). Sono invece dieci film significativi di quest'annata, alcuni attesi da tempo, altri capitati d'incanto e sorprendenti. Per questo l'ordine è relativamente importante. Anzi, per nulla.
E' fallito anche il criterio "tematico" che usavo in passato, dove garantivo un posto a tavola a tutte le minoranze: italiani, europei, le commedie sceme, l'animazione. E invece le commedie sceme non hanno trovato posto (a malapena c'è una commedia, quella magica di Woody Allen), anche l'animazione ha rischiato di scomparire (per l'artistico L'illusionista ho rinunciato al già citato camaleonte Rango, ad Arrietty, a Tintin, al figlio di Babbo Natale). Gli italiani non hanno sofferto, ma ha sofferto il cinema europeo: esclusi i film di Giffoni, L'illusionista e i Ghibli non rimane altro che cinema anglofono. Grave grave grave. Non so se è colpa mia o della distribuzione italiana, ma mi sono mancate delle belle pellicole francesi, spagnole, tedesche.

Mi auguro un altro anno da 100 film e più, tutti (TUTTI) bellissimi. E sono già in ritardo.