lunedì 2 aprile 2012

L'Aquila

E insomma, finalmente sono stato a L'Aquila, prima volta dopo il terremoto. Sembra una città di quelle brutte. Prima sembrava una città di quelle belle. Tipo Parigi.



Quello che prima era il passeggio, sotto i portici, con i negozi bardati a festa, adesso è una via crucis. Mi dicono che sono capitato in un raro momento di "folla", un sabato pomeriggio. Gente che si sforza di rendere L'Aquila ancora culla di un po' di vita sociale. Qualche bar è aperto, coi tavolini di fuori, e la gente è spensierata. Ma è come la bimba col cappottino rosso nell'immagine in bianco/nero di Schindler's List: un lampo ipnotico, perché gli occhi non tornino alla rovina.

Io in particolare ci sono andato a teatro, come quella volta (fra le pochissime) che ho visitato L'Aquila, ai tempi del liceo. Ero estasiato dal magnifico centro storico, dal labirinto di vicoli attraverso cui raggiungere la piazzetta del Teatro Stabile d'Abruzzo, e dal teatro stesso. Ora non si distinguono più strade e edifici, tanti sono i cantieri e i teloni attorno agli edifici ma anche in mezzo alla strada. Sentieri definiti da transenne, impalcature, puntellature. Ovunque giri gli occhi non vedi altro. Non si sa come ci sei arrivato ma di punto in bianco ti dicono che sei davanti al teatro. Come fanno a orientarsi non lo so. La differenza fra il teatro e uno qualunque degli altri edifici non la puoi notare. Non c'è differenza di stile fra questa e quella impalcatura.
Piano piano la forma della piazzetta fa riaffiorare nella mia memoria la topologia del luogo. Quello è il momento più doloroso, quando finalmente metto a fuoco e ricordo i dettagli. Io non esco molto di casa, se non per lunghi viaggi. Quel giorno all'Aquila, l'andare a teatro, con dei veri amici, fu un giorno di scoperte: la bellezza dell'Aquila (il mio lontano capoluogo, di cui non immaginavo neanche lontanamente il fascino), la bellezza del teatro (fra i più prestigiosi d'Italia), la bellezza degli amici (il tipo di amici che ti trascinano a teatro a vedere un Bertolt Brecht minore).

Anche sabato scorso era un bellissimo giorno, un giorno di teatro, un giorno di amici, una tappa di un tour abruzzese. Gli amici sono cambiati, ma non in qualità. Il teatro è più o meno lo stesso (il Ridotto, ché l'originale è _ancora_ inagibile). La città, L'Aquila, non c'è più. Non c'è nessuna città. C'è una giungla fitta di cantieri, e radure di bruttezza, pericolo, tensione.
La mia tristezza non è lontanamente paragonabile al trauma degli aquilani, o degli studenti dell'Aquila, o degli abitanti dei paesi vicini. Nemmeno il mio ricordo vissuto di quella scossa e della strana settimana che ne è seguita, si possono paragonare. La mia tristezza per questo dramma è la stessa che per la distruzione della Biblioteca di Alessandria d'Egitto, o il saccheggio del museo di Baghdad, o lo sfregio allo skyline di Manhattan. Una tristezza storica, che non ha niente a che vedere con i traumi delle persone. Le persone hanno bisogno di aiuto, non di tristezza. La tristezza storica serve invece a riflettere sugli errori fatti e sulle buone azioni che si possono ancora fare.

All'Aquila, negli scorsi due giorni, ho sentito politici e "tecnici" rimbalzarsi promesse. Intanto il 6 aprile 2009 è passato da tre anni e per come sta L'Aquila oggi vieni preso in giro se speri che la città possa tornare a esistere. Vieni preso in giro se credi che il TSA verrà riattivato in sette anni. Vieni preso in giro se ti commuove l'ipotesi di candidare L'Aquila a capitale europea della cultura nel 2019. Vieni preso in giro se pensi che i fondi raccolti da tante iniziative mediatiche degli ultimi tre anni verranno presto sbloccati. Vieni preso in giro se sei convinto che si vigilerà su corruzione e infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. Vieni preso in giro se ti fa rabbia sentire gli aquilani, prima di tutti, aver perso ogni speranza, convinti a rimanere protagonisti di un'ingiustizia, come se preferissero lamentarsi in eterno piuttosto che sperare di riavere una città *bella*.

L'Abruzzo ha tante bellezze naturali, e anche qualche bellezza storica. Ma noi abruzzesi siamo una razza bastarda. Non siamo solo pecorai, siamo proprio pecore. Non chiedeteci di abbracciare una causa. Non chiedeteci di commuoverci per l'interesse che il resto d'Italia dimostra per noi. Non chiedeteci di essere orgogliosi dei tanti complimenti che ci fanno i turisti. Non chiedeteci di raccontarvi la fierezza delle nostre tradizioni. Di fatto non ce ne frega niente.
E non chiedeteci se era bella L'Aquila. Chi è onesto abbastanza da non essere retorico potrebbe persino rispondervi: "Niente di che". Questa è la mia tristezza.

1 commento:

Lorenzo Breda ha detto...

Non ci eri ancora stato?

Io ci andai un paio di volte, e confermo l'impressione. Sensazione stranissima.