mercoledì 2 maggio 2012

Hunger Games, e della confusione che in me ingenerò.

Di Hunger Games, kolossal cinematografico appena giunto nelle nostre sale, vi diranno molte cose che se uno ci pensa su bene sono completamente false e fuorvianti. Vi diranno che è un film d'avventura per ragazzi, che è una critica ai reality show, che è divertente. O almeno così hanno detto a me, e all'uscita dal cinema avevo il cervello in pappa per lo shock.

Lo shock deriva dal sovraccarico di pensieri che ogni aspetto del film mi ha indotto. Alcuni pensieri mi portavano a condannare il film per eccessiva ambizione e arroganza. Altri pensieri riguardavano la potenza metanarrativa/metacinematografica di quello che vedevo, cioè a dire un film che mi fa pensare al cinema, uno spettacolo che mi fa pensare allo spettacolo che sto guardando e allo spettacolo in generale. Altri pensieri si limitavano a ripescare dalla memoria la quantità smodata di opere e autori a cui questo film, volente o nolente, si ispira o a cui deve qualcosa.
Cercherò ora di dispiegare detti pensieri, vari e confusi.

La trama del film riguarda 24 ragazzi più o meno cresciuti che devono scannarsi a vicenda per il pubblico ludibrio se vogliono sopravvivere. Quindi, senza timor di rovinare sorprese, posso rivelare che in questo film muoiono dei bambini. Mi permetto di aggiungere che non ci vengono risparmiati i dettagli di tali assassinii. Ora è evidente che un film del genere non è né per ragazzi né divertente. E più che d'avventura è di orrore. Lo dico senza i miei soliti pregiudizi per l'horror. Anzi, dell'horror Hunger Games prende il meglio, ma ne parlerò dopo. Ora focalizziamoci sull'ambizione.
Un altro romanzo fondamentale parla di bambini che ammazzano bambini. Si intitola Il signore delle mosche, l'ha scritto sessant'anni fa il premio Nobel William Golding, e non ha bisogno di presentazioni. Golding parlava della natura umana in condizioni primitive. Suzanne Collins (l'autrice dei romanzi di Hunger Games) parla della natura umana in condizioni postapocalittiche. Dei due, quello più autorizzato a parlarci di come e perché un bambino ammazza un altro bambino mi sembra il primo. Pier Paolo Pasolini ci parlò di giovani innocenti in periodo postbellico (Salò o le 120 giornate di Sodoma) ma ebbe la grazia di coinvolgere esclusivamente gli adulti nella Colpa.
Ho immaginato questo film in mano a Tim Burton (per via del grottesco distacco dell'élite adulta verso il Gioco bestiale), o a Quentin Tarantino (un modo per rendere divertenti tutte quelle morti precoci l'avrebbe trovato).
E non ho potuto non pensare al capostipite di ogni critica ai reality show: The Truman Show, di Peter Weir. I punti in comune, non solo tematicamente, sono molti (la cupola, il regista/stratega, gli sponsor, la ribellione).
Insomma, quel che voglio dire è che una tale degenerazione dell'animo umano non è tema da film commerciale. Avrei gradito qualche sapientone in più fra gli autori, al livello di quelli succitati, se proprio dovevano sconvolgermi a tal punto. Perché un sapientone non avrebbe trattato temi sì alti mescolandoli a storie d'amore banalmente abbozzate e momenti strappalacrime automatici. Un sapientone non si sarebbe dovuto preoccupare di rendere la sua storia "il film evento dell'anno".

Eppure.

Eppure qualche sapientone, seppur non dietro la storia, c'era. C'era per esempio Tom Stern alla direzione della fotografia. E se dico che Tom Stern è il direttore della fotografia degli ultimi dieci film di Clint Eastwood spero di rendere bene l'idea di quanto viscerale sia la mia stima per lui. Al montaggio c'era Stephen Mirrione, il montatore di Steven Soderbergh, Alejandro Iñárritu e George Clooney, insomma uno che ha ridefinito l'estetica del thriller d'autore dell'ultima decade. E c'era la colonna sonora di James Newton Howard, un raffinato orchestratore di musica d'azione, che nobilita anche i peggiori film (e purtroppo gliene affidano a iosa).
Qualche bella sorpresa è venuta fuori anche dal cast di personaggi secondari. Woody Harrelson e Stanley Tucci danno un'ottima performance per dei personaggi sostanzialmente inutili ma che puntellano la storia costantemente, come un coro di commento alla tragedia in atto.

Avevo lasciato in sospeso la questione "horror".
Gli "Hunger Games" nel film sono un evento annuale atteso con terrore da tutti gli abitanti dei dodici distretti periferici. Ogni distretto perde due giovani ogni anno in questi brutali scontri organizzati dai ricchi abitanti della Capitale come intrattenimento televisivo. Dei ventiquattro partecipanti se ne salva solo uno, sicché è quasi certo che ogni giovane selezionato è destinato a morire. Nel film i giochi veri e propri iniziano solo nel secondo tempo. Il primo tempo è un'estenuante attesa. E quando finalmente i giochi iniziano, l'estenuante attesa è quella della morte di ogni giocatore.
Gli autori fanno propria la lezione di Hitchcock sulla suspense. La tensione non cala, e ogni nuova violenza (col suo momentaneo sollievo luttuoso) non scalfisce l'ansia, mai, fino alla fine. Lo svolgimento dei giochi è narrato nel dettaglio, col passare dei giorni e delle notti, senza glissare. Nuovi pericoli, nuove distrazioni, a getto continuo.
Questo è un culto per la narrazione che nei film commerciali, per tacer dei film per ragazzi, non ci è dato di vedere spesso.

C'è un ultimo aspetto che ha contribuito al mio shock. La critica ai reality show. La questione non è così semplice.
I reality show ci imbarbarirebbero, nella nostra morbosità di spiare le vite, e le sofferenze, altrui? I produttori senza scrupoli, non paghi degli scherzi del destino, organizzano scherzi anche a tavolino pur di vendere? E la gente che li critica, i parenti stessi degli spiati, ma poi sono anche loro incollati alla TV?
Domande retoriche, a una prima lettura. Ne abbiamo fatto esperienza tutti in questi dieci anni e rotti di reality show. Ne hanno parlato tutti. Ne parla anche questo film. Eppure non è questo, secondo me, il senso di Hunger Games. Non vorrei sopravvalutare l'autrice, visto che non l'ho trattata bene finora (senza neanche aver letto i suoi libri), ma a mio parere sui reality show e lo spettacolo in generale Suzanne Collins tocca un tasto che quasi nessuno aveva mai osato toccare.
Non è la sete di spettacolo, di sensazionalismo, che ci imbarbarisce e ci fa dimenticare le elementari e autoevidenti ragioni della dignità umana. Noi spettatori del film Hunger Games non siamo diversi dai riccastri spettatori degli "Hunger Games" solo perché per noi quella violenza è finzione e mentre per loro è realtà. Noi godiamo dell'avventura, anche della violenza, e ci commuoviamo per le ingiustizie. Lo facciamo davanti ai film, ma anche davanti ai telegiornali o agli incidenti stradali. E i telegiornali rincorrono il sensazionalismo per rifornirci di tante emozioni, più che di notizie.
Invece è lo spettacolo che ci salva da questa morbosità congenita. Questo è il senso della frase "the show must go on", ormai diventata erroneamente sinonimo di cinismo. Quando il mondo va a rotoli è lo spettacolo che ci insegna come andare avanti. Lo spettacolo dà il senso, quando questo viene a mancare nella vita.
Nel film è la storia d'amore a salvare i due fidanzatini, altrimenti condannati a uccidersi l'un l'altro. Solo che la storia d'amore è finta. La inventa il personaggio di Woody Harrelson (il mentore svogliato dei ragazzi) e la propone uno degli strateghi del gioco. Senza questo "colpo di scena" i ragazzi avrebbero perso la voglia di vivere, trasformandosi in robot spietati. Senza questo colpo di scena Woody Harrelson non avrebbe ritrovato la voglia di fare il mentore, non si sarebbe affezionato ai suoi due attori. Lo spettacolo insegna loro a scrivere il loro destino. Meglio dei tanti grilli parlanti di tanta letteratura per ragazzi. Meglio anche del paradiso infernale del Truman Show.
Quando vedrete il film non storcete il naso davanti a queste finzioni, davanti alla messinscena del darsi la manina, del rivelare l'amore timido, dell'elemosinare l'unguento per le ustioni. Non è quello il cinismo da criticare.

Quindi: Hunger Games mi ha confuso. Per certe importanti ragioni è un film sbagliato. Per altre importanti ragioni è un film necessario. Per certe ragioni è un film brutto. Per altre ragioni è un film bello.
È un film intenso e profondo. Chi se lo aspettava?*


* La domanda non è retorica.

3 commenti:

Tyrrel ha detto...

Argh, eri andato bene quasi sino alla fine e poi sei cascato nello spoiler... ma immagino sia telefonatissimo... :P
Quanto alla domanda finale, no, non me l'aspettavo, anche se ultimamente ho letto commenti positivi al libro che mi avevano dato sentore della cosa.
Avevo già l'intenzione di vederlo, dopo la tua analisi lo farò con ancor più curiosità, e po vedremo se dare fiducia ai romanzi della Collins.

Francesco Torto ha detto...

Mi dispiace dello spoiler. Me ne sono reso conto ma non potevo fare a meno. Il fatto è che c'è talmente tanto in questo film che sinceramente i colpi di scena mi sembrano un dettaglio minore.
Però sì, la mia era una recensione per chi ha già visto... FORSE avrei dovuto avvisare :P

Tyrrel ha detto...

E' che all'inizio pareva un'analisi innocua anche per chi non l'ha visto... :P
Ma comunque che ci fosse di mezzo la lavstori si capisce fin dal trailer, quindi in fin dei conti non rovina granché. ;)