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martedì 1 maggio 2012

Chew, BLEGHORRFFF!!!

I cuoricini non sono destinati all'emettitore del vomito.

Chew è una serie a fumetti iniziata ormai tre anni fa, che io ho scoperto due anni fa, ma ho finalmente letto soltanto oggi. Gli autori sono John Layman (sceneggiatore) e Rob Guillory (disegnatore), e sono dannatamete bravi.
L'idea è quella di un agente di polizia che riesce a risalire alla storia di una persona, di solito vittima di un omicidio, mangiandola. O assaggiandone il sangue. O le feci. Tony Chu, questo agente di polizia, non è cattivo. E questo strambo superpotere, chiamato cibopatia, non gli piace affatto.
La storia va poi ben oltre quest'idea iniziale. Basti citare che hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama i polli, i vampiri, e gli alieni.

Come si può capire dall'immaginone qua sopra, la serie brilla principalmente per ironia. O, per dirla in parole spicciole, fa piegare dal ridere. Gli amanti dello splatter possono trovare pane per i loro denti, sì, ma alla lunga si annoierebbero. Perché alla lunga la storia è bella. C'è il poliziesco, c'è il viaggio (Artico, Sud America), c'è persino una trama romantica. Ci sono i nemici piccoli, i nemici grandi, gli amici, i parenti, i polli.
Certo, c'è da superare il disgusto, ma non è difficile con dei personaggi di questo calibro: divertenti e sempre più complessi.

La serie ha avuto un successo clamoroso e ha vinto premi su premi. Prevede di durare sessanta numeri, e siamo circa a metà. Non penso che rischi di chiudere all'improvviso. Inoltre è già stato opzionato per realizzarne una serie TV (dai produttori di The Walking Dead, per il canale pay Showtime, che ha già prodotto un pilot, scritto dagli autori di Supernatural e Eureka), e questo è ciò che tutti i fan di questo fumetto si auguravano, io per primo.

A che punto siamo.
Ad oggi sono usciti 26 numeri della serie, raccolti in cicli da cinque numeri ciascuno, ultimo dei quali conclusosi questo mese. Il che vuol dire che c'è un numero spurio. Ihih. Una delle figate che più mi hanno esaltato di questa serie è che l'anno scorso è uscito un numero strano. Veniva dal futuuuuro. Dopo il numero #18 è stato pubblicato il numero #27! Che, cronologicamente, va collocato subito dopo il numero in uscita questo mese!
Ciò rende il mio ritardo qualcosa di molto stupido.

In Italia la serie non viene pubblicata mensilmente ma soltanto all'uscita delle raccolte. L'editore è il nostro cagnolino milanese preferito. Sono usciti tre volumi e la settimana prossima esce il quarto (13€ cadauno). Mentre questa settimana in America esce il quinto volume.

mercoledì 4 aprile 2012

The Journey [repost]

C'è questo giochino per Playstation 3. Si chiama Journey. Quando ci giochi, normalmente piangi. Il perchè e il percome non sto a dirli. Oppure sì, li dirò, ma in un post a parte, dopo averci rigiocato, che ne ho bisogno.

C'è questo webcomic, non molto prolifico, che si è occupato di Journey. Si chiama The GaMERCaT. Quando lo leggi, normalmente ridi, ma stavolta piangi anche. Il perché e il percome è presto detto:



martedì 7 febbraio 2012

Dio chiama Nerd. Rispondete, Nerd!

Ecco Gon. E' il Dio dei Nerd. In questa simpatica statuetta che ormai non ricordo più nemmeno come ho trovato online io riconosco colui che, sfilacciando le orbite della casualità e della confusione illumina quelle notizie, quegli eventi, quelle opere dell'ingegno umano care ai nerd (per la definizione di "nerd" rimando a questo mio vecchio post che la include).

Molti provano a convogliare i variegati interessi dei nerd, e tutti i nerd prima o dopo nella loro vita si imbattono in questi convogli: blog, forum, riviste che parlano di tecnologia, di cinema, di libri, di fumetti, di tv, di gnocca nudo artistico. Posti che un nerd possa chiamare casa, e come in una casa andarci in giro in mutande, ruttare senza portare la mano alla bocca e chiudersi in bagno per ore. (All'improvviso mi si fa molto chiaro in mente il motivo per cui in questi posti scarseggino le donne...)

Il Dio dei Nerd non vuole essere un dio di quelli in cui avere fede o riporre le proprie speranze. Egli opera ignaro di noi comuni mortali. Come ho detto prima egli sfilaccia le orbite della casualità. E' la sua natura, non gliel'ha chiesto nessuno e non lo fa per misericordia verso noi che non siamo capaci di sfilacciare nemmeno le cuffiette del walkman. Egli ci ignora al punto da non punire i sapientoni che nel 2012 dicono "walkman" invece di "iPod", purtroppo.
La nerditudine è tutta intorno a noi, Gon la streccia e noi infine la vediamo, e ce ne beiamo.

La mia intenzione è quella di introdurre un nuovo livello di beatitudine. Non già accontentarsi del singolo dono divino, ma di carpire i legami temporali, spaziali e tematici fra un segno e l'altro. In altri tempi, quando i nerd si chiamavano studiosi, Hermann Hesse inventò una roba simile. La chiamò il "gioco delle perle di vetro". Si inventò persino che gli studiosi vivessero in un'oasi chiamata Castalia, mantenuti e sfamati dal mondo esterno. Un po' come gli studiosi e i nerd di oggi.

Per giocare alle perle di vetro, ovvero stabilire connessioni fra le cose d'interesse per i nerd, cosa può servire meglio di un social network? Ecco, un'altra ragione di questa mia impresa celebrativa di Gon è la promozione di un social network assai ganzo ma snobbato dai più. E quando dico "più" mi viene da ridere, perché il social network in questione è Google +. La mia impresa avrà luogo solo lì, su G+. Non qui sul blog. Non su altri blog, siti, forum. Non su Twitter. Non su Facebook. Solo su G+.


La pagina è leggibile anche da chi non è iscritto. Ma così servirebbe a poco. Se invece vi iscrivete è + meglio, perché potrete commentarla, aggiungerla alle vostre cerchie (su G+ si usano le cerchie, e ciò è bene), e venire ricondivisi se nei vostri profili personali postate qualcosa di nerd e la dedicate a Il Dio dei Nerd (menzionandolo, cosa che su G+ si fa similmente a come si fa su Twitter e Facebook).

Trermino il post con un'accorata preghiera di diffusione e collaborazione.

domenica 5 febbraio 2012

Sighma [Romanzi a fumetti #3]

Ieri c'è stato un blackout, per cui senza l'affidamento della tecnologia ho potuto riprendere maratone "cartacee" che avevo abbandonato da troppo tempo.

Un uomo perde la memoria, ha un tatuaggio a forma di sigma sul torace e si è risvegliato all'esterno di una misteriosa enorme struttura verticale. Una squadra di miliziani lo accerchia e lo conduce all'interno. L'interno è La Città, un luogo dove vivono migliaia di persone sopravvissute a chissà quale catastrofe planetaria. La società della Città è strutturata in caste gerarchiche. Al livello zero ci sono i disgraziati, ai livelli intermedi ci sono i lavoratori specializzati, poi le famiglie, più su gli scienziati e gli intellettuali, e in cima l'élite. Ogni persona ha diritto di accedere solo a determinati livelli, vigilati incessantemente da un circuito chiuso governato da chissà chi. Il nostro eroe però pare invisibile alla viglianza, e riesce a vagare dove vuole, in cerca di indizi della sua identità. A ogni nuovo livello qualcuno lo riconosce e lo chiama con un nome diverso. La soluzione del suo enigma sta in cima alla Città...

Nella rilettura di Sighma spuntano riserve che la scorsa volta (il lontano 2008) non mi avevano turbato. L'introduzione a questo volume illustra perfettamente le storie di fantascienza da cui Paola Barbato ha attinto senza pudore per questo suo romanzo. Ma non è questo il difetto, a me gli omaggi, soprattutto così onnicomprensivi, piacciono tanto. Il difetto sono gli spiegoni (inevitabili), il doppiogioco a oltranza, il didascalismo morale banale.
L'idea è anche suggestiva, e gli ottimi disegni altrettanto. Ma la suggestione di questo mondo postapocalittico si smorza quando cominciano a imporsi i personaggi, brutti.
E' un romanzo molto articolato, gli va dato atto e lo apprezzo. Apprezzo anche la celebrazione del "in medias res" (rimane misterioso il prima e, soprattutto, il dopo). E' costante però una sensazione di mitismo forzato, di personaggi più importanti di quello che sono davvero.

Deluso, e affamato di nuova fantascienza.

sabato 28 gennaio 2012

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick



Qualche anno fa, era il 2008, in libreria mi imbattei in un volumozzo massiccio, ricco di illustrazioni e dalla copertina vagamente steampunk. All'epoca non avevo la minima idea di cosa fosse lo steampunk, ma evidentemente già mi piaceva. Volevo fortissimamente prenderlo, ma costava diciotto euro. Troppo. Finii per non vederlo più, e mi scordai anche il titolo, che era La straordinaria invenzione di Hugo Cabret.
Pochi anni dopo esce la notizia che il caro vecchio Martin Scorsese avrebbe realizzato il suo primo film per ragazzi, tratto da quel libro. Subito mi torna alla mente, e mi riprometto di comprarlo al più presto.
Poi il film di Scorsese esce, celebrato dalla critica, amato dal pubblico. Arriviamo al 24 gennaio 2012, nomination agli Oscar, e la prima favoletta di Scorsese sbanca l'Academy con undici nomination, battendo tutti gli altri film in concorso. E io il libro non l'ho ancora comprato. (Non ho neanche fatto il post sulle nomination agli Oscar. Colpa di Google+).
La sera stessa vado in libreria, quella libreria dove non entravo più dal 2008, nessun cliente, la commessa indaffarata a riordinare scaffali vari. Mi dirigo verso la piramide di romanzi per ragazzi. La butto giù. Sepolta da Geronimi Stilton e vampiresche copertine laccate di nero era ancora lì, quell'unica copia di Hugo Cabret cartonata da diciotto euro (ora fuori stampa, ristampata lo scorso ottobre in economica) che in quattro anni nessuno si è comprato e il libraio non ha mai reso. Mi sento molto Belle de La bella e la bestia. Lo porto alla cassa, lo pago, e diciotto euro d'un tratto sembrano pochi. Un'edizione splendida.

Questo libro di Brian Selznick, illustratore di chiara fama al suo primo "romanzo", è il risultato affascinante di uno scontro fra media. In copertina si strilla "il primo romanzo dove è il testo a illustrare i disegni". Non so se è il primo ma per il resto ha ragione. E la quantità di disegni a doppia pagina, uno dopo l'altro, non può non far pensare che questo sia praticamente un fumetto, con i dialoghi nella pagina successiva invece che nei balloon. E la storia narrata parla di magia, di spettacolo, e di cinema.
Hugo Cabret è un piccolo vagabondo che vive fra i muri di una stazione parigina, di cui regola i numerosi orologi ogni mattina. Hugo è infatti il figlio di un orologiaio morto pochi anni prima in un incendio. Da quell'incendio Hugo riesce a salvare un misterioso automa, un uomo metallico composto di ingranaggi sofisticati seduto a una piccola scrivania, in procinto di scrivere un messaggio. Quale messaggio? Questa è l'ossessione di Hugo Cabret, ossessione che gli procurerà non pochi guai, ma ne sarà valsa la pena.

Il film esce finalmente in Italia venerdì prossimo, 3 febbraio. Sicuramente sarà migliore del libro, che in quanto a narrazione delude un poco. E' scritto male (o tradotto male?). Bella la storia, fantastici i disegni, ma il racconto mi stava quasi annoiando. Si riprende per qualche bel colpo di scena nella seconda parte del libro, che a un amante del cinema non può non commuovere.

Pochi mesi fa è uscito il nuovo romanzillustratissimo di Selznick. Si intitola Wonderstruck, questo è il sito ufficiale. In Italia non è ancora arrivato, ma visto il prezzo succulento su Amazon.co.uk (10 sterline, 12 euro) potrei cedere alla fretta.

domenica 6 novembre 2011

Il mio amato Habibi

Non so voi, ma io ho tempo e voglia: la prenderò alla larga.

(to) hype, (to be) very excited for something.
Non ho ancora capito se in inglese sia un aggetivo o un verbo. In italiano è usato come sostantivo. L'hype sarebbe l'aspettativa, per un prodotto o per un evento, montata ad arte per ragioni commerciali dai produttori o dagli organizzatori dell'evento, oppure accumulatasi spontaneamente nel corso del tempo nella comunità destinataria del prodotto o dell'evento. E' diventata una tecnica commerciale perché, indipendentemente dalla ragionevolezza dell'aspettativa, un prodotto/evento forte di quell'aspettativa ha sempre indiscusso successo (quantitativo, più che qualitativo). Inutile dire che questa tecnica è inflazionata, perché nella maggioranza quasi totale dei cas l'hype è ingiustificato, forzato, e quindi alla conclusione dell'aspettativa la delusione dei destinatari/consumatori è inevitabile. Le maggiori vittime di questa piaga sono i nerd.
nerd, qualcuno dotato di notevoli capacità deduttive e/o produttive esclusivamente in ciò che non ha rilevanza e influenza nella società in cui vive (ad esempio arte, fantasia, tecnologia).
Questo piccolo prologo era necessario per caricare del giusto significato una locuzione che in merito ad Habibi sentirete usare spesso (non solo da me): "dopo sette anni".
Io sono un nerd. Sette anni è un hype.

In realtà io userò "dopo cinque anni", che è altrettanto hype, perché questa storia per me è iniziata nel 2006. Leggevo fumetti da qualche anno, principalmente di produzione italiana, principalmente a marchio Disney. Cattive compagnie mi hanno poi fatto conoscere "diversi" fumetti italiani, "diversi" fumetti umoristici, "diversi" fumetti. In particolare la cattivissima compagnia di Repubblica e L'Espresso è stata colpevole di numerose scoperte, fra le quali questa. Io divento nerd dei fumetti grazie a questa collana di graphic novel (e qui, se mi dovessi mettere a scrivere una definizione, l'Apocalisse ci sorprenderebbe ancora nel vivo della discussione). All'epoca l'ignoranza mi faceva storcere il naso di fronte a un buon 80% di quella collana in dieci volumi, e vi sono su internet testimonianze scritte e indelebili di quella mia ignoranza. Normalmente condivido pubblicamente le mie autocritiche, ma stavolta la vergogna è proprio troppa. Oggi invece quella collana è una delle presenze più preziose della mia modesta collezione di fumetti, e è ciò di cui vado più orgoglioso (insieme con la ristampa integrale di Corto Maltese, uscita con L'Espresso poco prima).
In quella collana c'era Maus, la graphic novel per antonomasia, quella che tutti prendono come esempio lampante (inascoltati) dell'equivalenza fra romanzi scritti e romanzi disegnati. C'erano soprattutto due romanzi che mi avrebbero sconvolto l'esistenza per sempre: Blankets di Craig Thompson e Città di vetro di David Mazzucchelli. Di entrambi questi autori sono usciti quest'anno, dopo molti anni, i nuovi romanzi. Di Mazzucchelli spero di parlare in un prossimo post. Oggi tocca a Craig Thompson.

Quando la nostra piccola fragile community di nerd (la vecchia e poi la nuova) scoprì e lesse Blankets lo shock fu considerevole. Poteva un fumetto sconvolgerci tanto? Sì, poteva, persino più di Maus. Maus era un tristissimo e devastante romanzo storico, Blankets era l'apologia del primo amore. Noi eravamo adolescenti. I conti tornano.
Blankets, semiautobiografico, è il racconto di una magica estate vissuta dal protagonista Craig a casa della prima ragazza che ha amato, Raina. A condire il racconto c'erano poi dei flashback sul passato di Craig che contribuivano a definire la sua famiglia e la sua comunità, un contesto tanto distorto e in un certo senso malato da far apparire quell'amore, quell'occasione fuggevole di felicità, come un miracolo inspiegabile, un'esperienza delicata e preziosa, da proteggere. Me ne sono ricordato oggi, leggendo quelle vecchie discussioni sui forum di Sbonk e del Sollazzo: dopo la lettura di Blankets andavo in giro a dire che quella storia era mia. Non il libro, ma il contenuto. Nessuno doveva più leggerlo. Ogni volta che un nuovo lettore lo avesse letto rischiava di rovinare quella storia, rischiava di non capirla, osare analizzarla, considerarla una cosa normale, terrena. Blankets per noi (per me, almeno) non era un bel libro: era un'entità metafisica.
Poi in realtà altri lo leggevano e, no, non lo rovinavano. Vivevano esattamente quella stessa esperienza. Questo faceva di Blankets il miglior romanzo a fumetti possibile, il Santo Graal del fumetto, ciò che ogni nerd dei fumetti nella sua vita spera di trovare. Era impossibile credere di averlo davvero trovato.
A quel punto un nerd, dopo aver vissuto un trip del genere, ne vorrà ancora. La buona notizia fu che Craig Thompson aveva già pubblicato altri libri (in particolare un libricino assolutamente non paragonabile a Blanktes né per dimensioni né per ambizioni, ma ugualmente pregiato: Addio, Chunky Rice, e trovarlo fu un'impresa) e che ne stava scrivendo un altro, chiamato Habibi. La cattiva notizia era che questo nuovo libro gli avrebbe richiesto anni e anni di lavoro. Pochi mesi fa quel lavoro è terminato, e a settembre 2011 Habibi è arrivato nelle librerie americane, suscitando meraviglia e compiacimento in tutti i più importanti critici letterari. Già un mese dopo era pronta anche l'edizione italiana, tradotta da Randa Ghazy (scrittrice italiana di origini egiziane, più giovane di me dio santo) per Rizzoli-Lizard (che un anno fa aveva ristampato in bella bella bella forma anche Blankets, per prepararci).

Ed eccoci a oggi, dopo cinque anni dall'esperienza lisergica di Blankets. Nemmeno una settimana fa mi arriva per posta Habibi. Il giorno dopo, mentre il nerdvana si manifestava come annuale tradizione in quel di Lucca, con lo stesso Craig Thompson presente, io mi sono chiuso in casa a leggere i suoi due romanzi. La rilettura di Blankets non ha evidenziato segni di invecchiamento. Stessa esperienza sovrumana. Con un po' di timore che non potesse leggere il confronto mi sono tuffato nella lettura di Habibi.

Ho iniziato questo post con la definizione di hype commerciale, inventato, forzato. Quante delusioni mi ha procurato, quell'hype. E ogni volta ci ricasco. Ci ricasco perché ingenuamente mi aspetto sempre l'hype spontaneo. Poi la rassegnazione ha avuto la meglio. Stavo per convincermi di non potermi più permettere nessuna aspettativa. E invece no, quel mito esiste ancora.
L'hype per Habibi ha ripagato l'attesa molto più di quanto chiunque osasse sperare.

Habibi va oltre Blankets, che al confronto è di una linearità disarmante, riesce ad arricchire la nostra lettura, spezza la storia con quei magnifici arabeschi che forse significano qualcosa forse no e che dilagano in ogni pagina, incontenibili. Non è un rebus, ma poco ci manca. La storia si svolge come un cubo di Rubik o un sudoku nelle mani di un solutore esperto. I simboli e il loro significato si accumulavano pagina dopo pagina, e quando venivano svelati un'ondata di consapevolezza mi riportava alla mente in un'istante tutta la storia letta fino a quel momento. Metafumettisticamente quello dei veli e di ciò che c'è dietro è un tema ricorrente nella storia stessa, un concetto che pervade la calligrafia araba, il Corano e la Bibbia (e in generale la storia della filosofia, ma a questo nel libro non si accenna).
Oltre questa confezione lussureggiante c'è poi una storia più assimilabile allo stile del precedente libro: lineare, coinvolgente, drammatica. A voler rispondere alla domanda "sì, va bene, ma di che parla?" si può dire che parla di due giovani arabi, una ragazza bianca, Dodola, e un ragazzo nero, Zam, in un contesto che è difficile inquadrare temporalmente e geograficamente ma che è sicuramente un mondo corrotto, violento, malsano e condannato ad andare sempre peggio. E' un mondo che cambia all'occorrenza: dal palazzo del Sultano alla metropoli invasa di auto e camion, dal deserto delle carovane alla diga gigantesca eppure segreta con cui imprenditori spietati controllano l'acqua. Le location e i loro abitanti si mescolano, e le situazioni che si creano sono strane, impossibili, eppure le conseguenze generate sono plausibili, perché sono ciò che la violenza e la sopraffazione dei deboli ha sempre e ovunque generato. Che importa allora definire dove e quando si svolge questa storia? Una sensazione di vertigine e di confusione che non è del testo ma nel testo. Non è un difetto: è voluta.
Dodola ha dodici anni ed è una schiava quando incontra Zam, che ha tre anni e nessuno che si curi di lui. Dodola lo prende con sé, riesce a fuggire dai suoi padroni, e si rifugiano su una vecchia nave incagliata nel bel mezzo del deserto, dove cresceranno insieme, lontano dal resto del mondo. Prima di diventare schiava Dodola venne venduta in moglie a uno scriba, che le insegnò a leggere e scrivere. Anzi, a raccontare: qui si gettano le basi per una citazione della Scheherazade delle Mille e una notte, colei che riuscì a sopravvivere grazie all'arte della narrazione prima di quella amatoria (che invece a Dodola sarà tutt'altro che risparmiata). Non solo, ma con questa celebrazione dell'arte del racconto Craig Thompson mi si va ad affiancare, nel mio personale pantheon di autori, a quel gran genio di Neil Gaiman, che del racconto e del metaracconto ha fatto il punto di forza della sua magnum opus Sandman.
Dodola e Zam vengono brutalmente allontanati l'uno dall'altro e non si ritroveranno più per anni. Anni turbolenti, nei quali raramente conoscono momenti di sollievo. Il caso li riavvicinerà, quando però sarà troppo tardi per recuperare la loro storia da dove si era interrotta. E poi...

Il Santo Graal del fumetto non era Blankets, ma Habibi. E non vedo l'ora di trovarne un altro, fra sette anni.

sabato 20 agosto 2011

E' tutto sotto controllo [Lucrezia #6]

Lucrezià numerò 6, le nuvò fumètt de Silvia Ziche.
Dal 1° novembre 2011, dicono.
Immagine courtesy of {L}.
Classe 1967, Silvia Ziche è probabilmente una delle più importanti autrici Disney viventi. Inconfondibile per tratto e umorismo fulminante, la Ziche ha affiancato ai suoi successi con protagonisti topi e paperi una brillante carriera da vignettista su riviste e quotidiani. Silvia, all'apice della creatività che la porta a essere oggi una delle firme più importanti di Donna Moderna, Smemoranda e Topolino, in È tutto sotto controllo ci racconta di come il suo personaggio Lucrezia riesca finalmente a trovare sia quella pace sentimentale che da sempre cercava sia l'antidoto a una pace che nei fatti si rivela meno interessante e più noiosa di quanto poteva prevedere.

Lucresià numerò prescedonts:

lunedì 11 luglio 2011

Tre ombre, di Cyril Pedrosa

Due paroline su questo fumettino, Tre ombre, di Cyril Pedrosa, che ci ha i suoi bei perché.
Il primo perché è perché Cyril Pedrosa è un animatore che ha lavorato a un paio di capolavoroni Disney della bell'epoca quali Il gobbo di Notre Dame e Hercules.
Il secondo perché è perché oltre a essere un animatore, a quanto pare, è pure uno scrittore, essendo questa graphic novel opera completamente sua, nei testi e nei disegni.
Il terzo perché è più personale, trattasi di mero passaparola [prendere nota: nome per un futuro personaggio: Mero Passaparola. Casty mi fa un baffo]. Il buon Eddy (che non vi posso linkare perché non è aduso alla virtual socialità) ebbe a consigliarmi questo tomo, in una vecchia e amabile discussione fumettistica avuta mesi addietro. E siccome i consigli di Eddy si sono sempre dimostrati ottimi consigli (Epic Mickey a parte :P ma quella la considero una sconfitta comune), appena l'ha nominato io sono andato su Amazon e l'ho comprato. Poi leggerlo era un altro paio di maniche. Infatti l'ho letto solo ieri.

E questi erano i perché.

Ora passiamo ai percome. Percome è 'sto fumetto? No, parliamone, perché (e percome) a me è balzata in testa un'idea che forse così malata non è.
Essendo questo fumetto la storia di un bambino, ed essendo detta storia non una storia violenta o trasgressiva in alcun aspetto, forse che forse sarebbe un bel soggetto per un film d'animazione Disney. Se non Pixar. Ma meglio Disney. Non è che le belle storie devono essere per forza appannaggio della Pixar. Quindi, perché no? Se non ora, quando? Yes, we can?

Sarà un effetto indiretto della traduzione (dallo spagnolo o dal francese? non so, non capisco), ma a mio modesto avviso la sceneggiatura arranca in più punti, con delle conseguenze temporali o dialogiche non molto ben giustificate. Poi la storia si fa un po' più surreale, e allora magari gli arrancamenti riescono a camuffarsi bene fra le pieghe del nonsense, perché col proseguire della storia questa fastidiosa sensazione di vignette mescolate e posate a random gradualmente svanisce. Comunque, son dettagli. Alla fine dei conti è una gran bella storia, un gran bel viaggio.

I disegni sono molto particolari, senza ricalco a china (credo, o quantomeno l'effetto è quello... se non vi fidate di me, cosa che mai dovreste fare, potete giudicare queste splendide tavole coi vostri occhi), ma spesso il tratto impressionistico diventa un po' troppo vago, un po' troppo scarabocchio per non impedire una scorrevole lettura delle tavole. Un bello stile, ma forse troppo spesso buttato lì senza troppa riflessione o costruzione. Verso il finale però il minimalismo delle forme si fonde funzionalmente alla storia (che in quel punto raggiunge il suo climax drammatico) e l'effetto è quello di una bomba che, dopo tanto ticchettare, finalmente è esplosa in tutta la sua potenza allegorica.

Una lettura imprescindibile, in ogni caso, un pezzo che non può mancare nelle nostre sature sature sature ma mai sazie librerie. E non è né il primo né l'ultimo lavoro del buon Pedrosa che, mi dicono dalla regia, si è cimentato, fra le tante cose, anche in un autobiografia (come già suoi illustri colleghi come Craig Thompson, Gipi, Mike Dawson) che in Italia non è ancora uscita e che in Francia è in corso d'opera (ne sono usciti due volumi, si intitola Autobio).

mercoledì 29 giugno 2011

Y, l'ultimo uomo

Se il fumetto è mai servito a qualcosa, questa è Y. Stiamo parlando di una pietra miliare, anche se realizzata fra il 2002 e il 2008. Forse è presto per usare paroloni? Se proprio ho qualche remora a usare paroloni non è tanto per la giovinezza dell'opera quanto per il fatto che non possiamo parlare di fumetto "d'autore". Ma allora il discorso andrebbe applicato anche a Watchmen di Alan Moore. Come genere siamo lì. Anzi, Y è persino più realistico e meno fantasy, meno agevolato nel dirimere le trame.
E poi anche di Lost, che è finito nel 2010, si dice già che è una pietra miliare (e lo è, fate poco i troll...).
Non lo cito mica a vanvera, Lost. Brian K. Vaughan, autore di Y, l'ultimo uomo, è stato produttore e sceneggiatore di Lost per ben tre stagioni. E nonostante io abbia finito di leggere Y ora, la penna di Vaughan mi era già nota grazie a un'altra perla di graphic novel intitolata L'orgoglio di Baghdad (2006). Il buon manfroze, pace all'anima sua, si spese molto per farmi conoscere Vaughan, e ne aveva ben donde.

Per 60 numeri la storia si dipana in uno scenario apocalittico. L'idea di Y è infatti lo sterminio dell'intero genere maschile della razza umana (e non solo: dei mammiferi in generale). Per 60 numeri immaginiamo un mondo dove il sesso femminile non è più il sesso delle compagne, delle casalinghe, delle lavoratrici che si sforzano il doppio per guadagnare la metà, ma diventa il sesso dominante. Per 60 numeri le donne tentano di rimettere in piedi il mondo che gli uomini hanno lasciato loro. Ricordano gli uomini oppure tentano di dimenticarli. E questo è solo il background.
Su questo sfondo ci mette poco a risaltare la storia di Yorick Brown, un ragazzo neolaureato e disoccupato, quasi agorafobico, che suo malgrado è rimasto in vita quando tutti gli altri "culi pelosi" hanno spirato (in maniera alquanto truculenta, per giunta). Del perché e del percome Yorick e la sua scimmia cappuccina, maschio, siano sopravvissuti nessuno riesce a trovare una ragione. Però ci si mettono di impegno. Com'è, come non è (ma poi si scoprirà il "com'è") Yorick viene affiancato da un agente segreto americano di nome "Agente 355" (che sembra più appartenente a una loggia massonica che non alla CIA) e dalla maggiore studiosa americana in ambito di clonazione umana, la dottoressa Allison Mann (talmente esperta in materia da aver appena partorito, morto, il suo clone). La prima fa da bodyguard e la seconda da medico personale alla ricerca dei motivi per cui Yorick e la sua scimmia sono sopravvissuti al genericidio. OVVIAMENTE il loro compito non sarà per niente facile, e sarà ostacolato in tutti i modi da donne più o meno organizzate, ma tutte mediamente isteriche.
E poi c'è la madre di Yorick (deputato del Congresso), la sorella Hero, la fidanzata Beth che è all'altro capo del mondo, le ex-colleghe più o meno amiche dell'agente segreto, la capa suprema dell'esercito israeliano (tanto fanatica della propria Nazione da essere disposta a tutto pur di mettere le mani sull'Ultimo Uomo).
60 numeri sono tanti. La storia parte scoppiettante all'inizio e arriva scoppiettante alla fine, ma si assesta anche in molte sottotrame riempitive nel mezzo. Se l'inizio e la fine sono parte fondamentale della storia e raggiungono vette di esaltazione del lettore che si vedono raramente, le sottotrame in itinere oscillano fra alti (come la questione degli astronauti) e bassi (le assurde fanatiche del posto di blocco in Arizona, o la piattezza della ciurma del sottomarino australiano). Possiamo ben dire che sono bassi fisiologici, e che la serie è spettacolare nelle sue parti come nella sua interezza. Brian K. Vaughan è uno scrittore brillante e uno sceneggiatore talentuoso. Abusa un po' troppo di splash pages, come pensai anche quando lessi L'orgoglio di Baghdad, ma d'altronde ha a disposizione disegnatori talmente grandi che molto probabilmente non resiste alla tentazione di fargli disegnare questi grandi magnifici pannelli. Nel caso di Y la disegnatrice principale (quasi unica, e co-creatrice della serie) è Pia Guerra, e menzione d'onore va anche all'inchiostratore Jose Marzan Jr., che fra realismo, pose epiche e ombre creano delle tavole pazzesche, sempre perfette. Supermenzione d'onore alle copertine, che dal numero 23 in poi furono realizzate dall'italiano Massimo Carnevale.

Insomma, è una serie superlativa e fondamentale. Forse un po' troppo americana e orientata ai nerd (misteri dalla soluzione ultradiluita, personaggi secondari ricorrenti, flashback dei personaggi principali, regie occulte, protagonista simpatico e un po' peterpan), ma anche tanta riflessione sulle questioni etiche e morali (lutto, parità sessuale, bioetica, guerra, pace, amore, paura), e come ciliegina sulla torta un po' di racconto metatestuale (la compagnia teatrale Fish & Bycicle).

Quanno ce vo', ce vo': 10.

PS: Il numero finale, doppio, è magnifico. Molto meglio del finale di Lost, che nelle intenzioni però era simile.

lunedì 27 giugno 2011

Timelords

Hai presente quando non hai mai sentito parlare di una certa cosa per tutta la tua vita, poi d'un tratto ne senti parlare sempre più spesso?

Ecco, da quando ho cominciato a seguire il Doctor Who...

...m'è capitato di conoscere The Traveler...

...e infine mi è arrivato il grandioso grande volumone gigante de L'Eternauta...


...al ché mi son detto: c'è qualcosa dietro? Un oscuro Signore del Tempo mi sta preparando prima di scegliermi e affidarmi l'incarico di difendere l'Universo? Francamente mi sembra l'ipotesi più probabile. Quindi, state attenti. Nel giorno più coso, nella notte più di quell'altro modo, nessun delinquente se la passa franca, con me e la mia torcia al neon. Era più o meno così, la promessa... mi pare...

martedì 21 giugno 2011

Gli occhi e il buio [Romanzi a fumetti Bonelli #2]



Recensione mia del 9 novembre 2007 da La Tana del Sollazzo. Il libro l'ho riletto ora, e le mie impressioni non si discostano molto da quelle di quattro anni fa. Quindi... crosspost! :P
Gli occhi e il buio è la storia di un pittore italiano degli inizi del secolo, Alessandro Simonetti, che si ritrova coinvolto in un incidente d'auto (già all'epoca...) con la sua futura sposa Luisa. Nell'incidente Luisa muore e Alessandro si salva. Mentre la sua amata gli muore fra le mani, lui scorge un bagliore nei suoi occhi, una strana croce bianca. Alessandro si convince che quella sia l'Anima, e ossessionato da questa idea, vota la sua vita alla rappresentazione di essa. Da ritrattista classico quale era, infatti, comincia a disegnare questo bagliore, creando disegni che ben si inseriscono nella nascente pittura futurista. Ma quel bagliore è fuggevole, ha bisogno di rivederlo per disegnarlo bene, e può rivederlo solo negli occhi di chi muore di morte violenta. Di lì a diventare serial killer il passo è breve.
Alle costole di Alessandro c'è il commissario De Vitalis, giovane e ambizioso e proveniente dall'innovativa scuola di investigazione che prende piede in quegli anni, e che teorizzava i metodi di indagine che oggi siamo abituati a vedere in serie tv tipo C.S.I.. Ma Alessandro è ben protetto dal suo mecenate, il padre della sua perduta sposa, e ben determinato nella sua missione di disegnare l'anima degli uomini, e per De Vitalis le indagini non saranno una passeggiata.
Sullo sfondo di questo tipico romanzo poliziesco, Simeoni dipinge una bellissima Milano (e anche un po' di Parigi, all'inizio), curata in ogni dettaglio, regalandoci ogni tanto anche qualche bella vignetta panoramica dall'alto, sul duomo, sui navigli, ecc., e la stessa cura la riserva ai costumi. La storia è inoltre ricca di precisi riferimenti storici (sia la storia che i dettagli dei disegni), che donano credibilità e forza a questo racconto che non è certo tipico del pubblico bonelliano.
Il personaggio di Alessandro è protagonista e si vede. La sua ansia e la sua ossessione sono palpabili nelle sue parole (e nelle sue didascalie dove funge da narratore) e nelle espressioni del suo viso e anche del suo corpo (quando è solo nella sua camera a dipingere, si dimena in maniera assurda, slanciato come il "guizzo" che lo ossessiona), in bilico fra la lucidità del suo racconto e la follia dei suoi intenti (stesso dissidio dei più noti serial killer che lo hanno preceduto e a cui l'autore si è ispirato, uno su tutti Jack lo squartatore).
Gli occhi e il buio è un vero e proprio romanzo, e la cura maniacale con cui è stato costruito (oltre ai disegni veramente splendidi) mi costringe ad amarlo, e a sperare che la stessa cura verrà riversata nei prossimi "romanzi a fumetti" Bonelli, facendo di questa serie non solo un esperimento ma un vero e proprio formato che nulla abbia da invidiare alle graphic novel d'oltralpe e d'oltreoceano.

sabato 11 giugno 2011

Dragonero [Romanzi a fumetti Bonelli #1]



Dopo quattro anni ho voluto rileggere questo librozzo. L'occasione è data dal post precedente, che auspicava che io parlassi di tutti i Romanzi a fumetti Bonelli su questo blog. E siccome avevo una voglia boia di leggere l'ultimo uscito, ho pensato di considerarlo un incentivo a rileggere prima i quattro romanzi precedenti.

Dragonero è una storia fantasy. Sarebbe meglio dire che è una zuppa non solo di stilemi fantasy collaudati ma proprio di idee prese pari pari dalle saghe più celebri (Il Signore degli Anelli, Shannara, George R.R. Martin). Questo libro a un esperto di fantasy potrebbe quindi arrivare a provocare eritemi cutanei e irritabilità persistente. Io che non sono molto esperto l'ho tollerato. Ma se persino io che non sono esperto ho notato le "somiglianze", siamo messi bene...

Ma basta con l'acredine. Ho sputato veleno su questo primo Romanzo Bonelli per quattro anni, dal giorno in cui è uscito fino a ieri. Oggi invece l'ho riletto, in un due-tre ore, e non mi ha fatto troppo schifo. Anzi mi è discretamente piaciuto. A onor del vero ho dovuto concentrarmi: rileggere il preambolo più e più volte, ricontrollare tavole già lette, fermarmi a riflettere sul perché i personaggi stanno andando dove stanno andando e che fine hanno fatto gli altri. Lettura attiva, insomma. Oh, dio la benedica, la lettura attiva. Però non è che i fumetti Bonelli l'avessero mai richiesta, prima d'ora... il mio smarrimento iniziale, quattro anni fa, è più che comprensibile.

La storia racconta dell'impero di Erondàr, minacciato improvvisamente da un nemico che si credeva sconfitto. Un nemico che invece sconfitto non lo era e che, zitto zitto, è andato a risvegliare demoni più grossi di lui, mettendo a rischio l'esistenza di tutte le creature di Erondàr. Con questo nuovo e irresponsabile potere il nemico crea un esercito di fantazombie (che una volta erano elfi, pace all'anima loro) e minaccia di invadere le tranquille terre dell'Impero facendo breccia nel gigantesco Vallo, una grande muraglia eretta a nord a difesa delle terre dei giusti dalle minacce zombesche. Una compagnia di prodi si attiva per evitare l'apocalisse. C'è il mago Alben, la tecnocrate Myrva, l'ex soldato Ian (il protagonista, l'erede degli Uccisori di Draghi, che ora vive ritirato in campagna) e il suo amico orco Gmor, la monaca guerriera Ecuba, e la piccola elfa botanica Sera. Insieme andranno a cercare gli ingredienti per il grande incantesimo che dovrebbe risigillare il Male negli abissi da dove è risorto, ma si scontreranno con un Male ancor più inaspettato. Tutto sembra perduto, ma alla fine non c'è nulla che non sia pane per i denti degli eroi, che dall'alto delle loro epiche gesta narrate in questo romanzo saranno pronti dall'anno prossimo a vivere nuove, mensili, avventure. Infatti dopo una prima ipotesi di un sequel di Dragonero, sempre nella collana dei Romanzi a fumetti Bonelli, si è invece deciso di usare questi personaggi e questo setting per una nuova serie regolare, in partenza nel 2012.

Sono felice di aver rivalutato in positivo questo romanzo, che finora consideravo la pecora nera, il falso inizio, della serie dei Romanzi a fumetti Bonelli. Ora posso esporlo con orgoglio insieme ai suoi fratelli :)

martedì 7 giugno 2011

Romanzi a fumetti Bonelli: graphic novel a orologeria

Nel 2006 la Bonelli, storico editore milanese di fumetti, ha ripreso una tradizione che aveva abbandonato da anni: pubblicare fumetti autoconclusivi, volumi individuali contenenti una lunga storia completa con personaggi inediti.
Uscirono due volumi (a novembre 2006 e luglio 2007) per una nuova collana chiamata "One Shot". Si intitolavano Il legionario (di Stefano Piani e Renato Polese, storia ambientata nel Marocco sahariano nel '25) e Bandidos! (di Gino D'Antonio e Renzo Calegari, una classicissima storia western).
Saranno passati forse sottotono, ma io me li sono persi. E, essendo la Bonelli un editore da edicola e non da libreria, non è molto agevole recuperarli. Per questo è un editore a orologeria. Tempo un mese e scompaiono dagli scaffali. Poi non ti rimane che eBay.

Contemporaneamente è in lavorazione anche un'altra serie, che non si capisce quanto sia legata a One Shot, ma di fatto si configura come differente. Probabilmente ci sono state modifiche in corso d'opera, ma l'opera si sarebbe poi assestata con il nome e il formato dei Romanzi a Fumetti Bonelli, dotati anche di orribile logo:

Giuro. E' il logo ufficiale.
Il formato prevede una storia lunga di circa 300 pagine, di generi e autori sempre diversi, e una grafica di copertina uniformata e riconoscibile (anche grazie all'orrido bollino di cui sopra...).


  1. Dragonero [fantasy, giugno 2007]
    di Luca Enoch, Stefano Vietti e Giuseppe Matteoni
  2. Gli occhi e il buio [noir storico, ottobre 2007]
    di Gigi Simeoni
  3. Sighma [fantascienza, ottobre 2008]
    di Paola Barbato e Stefano Casini
  4. Mohican [western, giugno 2010]
    di Paolo Morales e Roberto Diso
  5. Stria [horror/poliziesco, giugno 2011]
    di Gigi Simeoni
Ho già parlato di Gli occhi e il buio e Sighma, che sono in effetti i migliori. Consiglierei di comprarli, ma mi sono già lamentato della pubblicazione a orologeria di Bonelli...
Dragonero e Mohican mi riprometto di rileggerli e parlarne qui sul blog, ma erano particolarmente deludenti.
Stria esce questa settimana, e ne parlerò appena lo compro e leggo (e non vedo l'ora!).

Queste invece le prossime uscite di cui si rumoreggia:
  • Linea di sangue [guerra/thriller, autunno 2011] :: news
    di Tito Faraci e Roberto Diso
    due storie parallele, una nell'Italia della seconda guerra mondiale e una nella New York della malavita;
  • Scug [fantascienza, 2012] :: news
    di Paolo Bacilieri e Antonio Serra;
  • Il grande Belzoni [avventura, 2012?] :: news
    di Walter Venturi
    storia dell'esploratore e archeologo realmente vissuto Giovanni Battista Belzoni;
  • ??? [???] :: news
    di Gigi Simeoni
    storia ambientata nello stesso periodo storico di Linea di sangue, e rimandato a data da destinarsi per non sovrapporsi.
Aggiornerò questo post man mano che li leggo oppure ne vengono annunciati di nuovi.

Questa dei Romanzi a fumetti (leggasi "graphic novel") Bonelli è un'ottima iniziativa, secondo il mio modesto parere. Storie sempre nuove (anche se spesso accusate di pesanti derivazioni), dalla durata predefinita e di ampio respiro. Tutto il contrario della tradizionale pubblicazione seriale su cui si era cullata la Bonelli fino a qualche anno fa.

E adesso parte una nuova iniziativa editoriale, simile ai Romanzi. Si chiama "Le storie", ogni volume sarà lungo 130 pagine e usciranno ogni mese (e non ogni 6/12 mesi come i Romanzi). Appena cominceranno a uscire dedicherò un post a parte per quest'altra succulenta collana.

martedì 2 novembre 2010

Vedi Lucca e poi muori...

...di fame. Ecco la galleria degli acquisti di quest'anno, per la modica somma di 202,67 €.