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martedì 29 maggio 2012

Cloud di ieri sul nostro domani odierno

Una cloud mostruosa, © Carol Coates, dalla Cloud Appreciation Society
Ieri mi sono dato alla cloud. Cos'è la cloud? La cloud è una nuvola, come quella della foto qui sopra, particolarmente inquietante. Così come in punti lontani del mondo guardiamo lo stesso cielo, così in informatica tanti utenti possono utilizzare la stessa cloud, liberandosi dai vincoli del loro grigio cubicolo e accedendo ai propri dati e servizi da qualunque computer capiti sotto mano.

Il mio passaggio alla cloud non è stato affatto repentino. Chi segue le mie pippe mentali ricorderà che ne parliamo da anni, e insistentemente da mesi, cercando di trovare la formula adatta, cercando di integrare con naturalezza la nuova tecnologia alle nostre vite e al nostro lavoro. E a furia di spippacchiare mentalmente ci siamo anche resi conto che, in effetti, nella cloud ci siamo già da qualche tempo. I social network, i portatili, gli smartphone, le necessità della mobilità, tutto questo ci ha già spinto con forza verso quella cosa che oggi chiamiamo cloud, verso la delocalizzazione dei nostri dati e dei servizi di cui abbiamo bisogno.

Ora, visto che il nostro destino è questo, meglio allearci a quella mostruosa cloud di buon grado.
In particolare io mi sono affidato alla cloud di Google, essendomi reso conto di starci dentro da parecchio (fra Gmail, Google Chrome, Android, Google Documents, Google Reader, Google Maps, Google+, Youtube, Blogger&Picasa... ah, e Google motore di ricerca). La cloud dichiarata di Google sostanzialmente consiste nella trasformazione di Google Documents in Google Drive, e nella commercializzazione dei Chromebook (i portatili senza hard disk e con il sistema operativo Google Chrome OS).
Tutto bellissimo, tranne i Chromebook, che sono stati un gran flop. Il motivo principale è che costano come dei computer portatili normali, ma privi di un hard disk e un sistema operativo degni di quel nome. Siccome la cosa mi aveva scoraggiato, ho rimuginato per mesi cercando un'alternativa.

L'alternativa l'ho trovata in Jolicloud, un servizio di interfacciamento alla cloud (qualunque si sia scelto) accessibile da qualunque browser e disponibile anche come sistema operativo (Joli OS, basato su Ubuntu e sul browser Chromium, praticamente come i Chromebook).

Così, in preda a una voglia gestazionale irrefrenabile, il giorno 8 maggio 2012 decidevo che sarei passato alla cloud, e la sera stessa mi recavo di buona lena presso il negozio MediaWorld più vicino ad accattarmi il primo netbook che mi capitava sott'occhio. Oggi da quel netbook, e dal sistema operativo Joli OS, io scrivo questo post, e mi sento catapultato nel nostro domani odierno.
Certo nel domani odierno devi passare anche tre settimane a cercare i driver per la scheda grafica e i plugin per Flash, rinunciare a leggere e masterizzare dischi, scontrarti con le limitatezze dovute alle fasi ancora acerbe di sviluppo, e soprattutto devi convincere molte persone che per passar loro dei file non è più necessaria la chiavetta, ma basta che si scrivano l'URL, o catturino il QR code, o si iscrivano a Google+, o a Twitter, o a Jolicloud. Ma presto queste saranno solo nubi di ieri.

lunedì 22 agosto 2011

Quel mostro di Internet e il diritto d'autore

rassicurazione Il post inizia con una verbosa metafora, ma prometto che non andrà avanti per molto. Volendo si può anche saltare. Però potrebbe far ridere. Però anche no. Comunque non m'offendo. Però un po' sì.


take-away Siano i produttori stessi a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso. E nel primo caso ottengano fondi pubblici ma distribuiscano i loro prodotti culturali (anche) gratis.

In questa storia ci siamo io, c'è papà Legge Ordinaria, c'è mamma Direttiva Europea, c'è nonna Costituzione e c'è zia AGCOM. La zia è quella che ti fa divertire però poi davanti a mamma e papà non si può allargare più di tanto. Finché gli tiene il pupo il pomeriggio va bene, ma se lo comincia a viziare bisogna ricordarle chi è che comanda. La nonna è quella saggia, che una parola è poca e due sono troppe, che non sa una mazza di quello che le sta accadendo intorno però per qualche strano motivo se fai come dice lei vedi che non sbagli. Pare che quando era giovane fosse molto malata e tutto le andasse storto, finché fortunatamente un giorno conobbe nonno Diritti Umani (vecchio marpione che ancora tenta di sedurre qualche giovane nazione, ma quelle se la tirano...) e riuscì finalmente a farsi una famiglia. Mamma e papà sono quelli che dovrebbero prendere le decisioni per il mio bene, per proteggermi ma allo stesso tempo lasciarmi libero di crescere, però non riescono a star dietro ai tempi moderni, non hanno alcuna intenzione di dare ancora retta alla nonna (la vorrebbero mettere in ospizio e farle cedere parecchie proprietà prima che tiri le cuoia, ma la nonna è tosta e non si fa fregare. Porta i calzini turchesi ma non per questo è rincoglionita), e passano la gran parte del tempo a litigare fino a quando non è troppo tardi, e allora la mamma sbrocca e si fa come dice lei. Che poi quello che dice la mamma di solito non l'ha detto davvero lei ma gliel'hanno suggerito i suoi amanti, Leglislazione Inglese, Francese e Tedesca (cosa che papà ha sempre sospettato e non gli è mai andata giù), oppure l'ha letto su qualche rivista femminile piena di pubblicità tipo Ordinamento Statunitense.

La mia famiglia è in crisi per un sacco di problemi, fra i quali io, il pupetto. E' successo che un giorno, qualche anno fa, ho conosciuto questo tizio, Internet, che si appostava fuori dalla scuola e ci dava un sacco di roba gratis. Ce ne dava a fiumi - ma che dico a fiumi, a torrenti!, e poi noi ce la passavamo a vicenda. Roba che ci piaceva, che ci faceva sentire grandi, e che a sentire mamma e papà dovevamo pagarla e andarla a prendere dove dicevano loro, da un tizio vecchio e arcigno che si chiamava Catena di Distribuzione. Internet invece veniva direttamente da noi a portarci la roba. Noi pupetti eravamo tutti gasati, ma mica scemi. Per un po' ci siamo chiesti perché non si facesse pagare, ma lui sogghignava rassicurante e ci diceva di non preoccuparci. E non ci siamo preoccupati.
All'inizio papà non ne sapeva niente. Poi qualcuno ha cominciato a lamentarsi, diceva che io gli rubavo le sue cose tramite Internet, e che Internet era un mostro, e che se non potevano fare niente per contrastare Internet allora era meglio che cominciassero a prendere provvedimenti contro di me. "Era un bambino tanto carino" gli dicevano, "e adesso è diventato un tale scapestrato! Se non fai qualcosa questo qui ti diventa comunista!". A papà nominagli i comunisti e cominciano a fumargli le orecchie. E così papà s'è spaventato, e ha cominciato a dirmi che Internet era pericoloso, che dovevo starci attento, che nessuno ti regala mai niente per niente, che il figlio di un suo amico (Dittatura Cinese) aveva fatto una brutta fine (e io "ma non è comunista?", e lui "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose...").
Insomma, i rapporti con papà si stavano facendo insostenibili. La zia AGCOM non ce la faceva più a vederci litigare, e allora ci ha preso da parte, uno alla volta, per vedere cosa volevamo, e di cosa avevamo paura. Apriti cielo. Ci mancava poco che papà, il suo fratellone, le desse della zoccola. "Zitta tu, che ne vuoi capire di 'ste cose! Fammi parlare con tuo marito, TAR del Lazio". Povero zio TAR. Alla fine vanno tutti da lui. Fanno tutti come gli pare, però quando la frittata è fatta tornano da lui (di nascosto dalla mamma).
Ora è chiaro che quando papà ti risponde "zitto tu, che ne vuoi capire di 'ste cose" è perché è lui che non ne capisce di 'ste cose però non lo può dare a vedere. Lui deve sapere sempre tutto. Lui non ammette l'ignoranza. Le cose le devi sapere. Se non le sai, inventatele. Pure false ma le devi sapere. S'è visto come siamo andati a finire... se non ci fosse la mamma...
fine metafora

In soldoni: AGCOM si è messa in moto per contrastare la pirateria informatica. La delibera che ne è venuta fuori ha suscitato molto scalpore. Poi l'hanno aggiustata un po', consultando vari addetti ai lavori, e ne è venuto fuori un compromesso (ancora oggetto di consultazione per qualche settimana) lungi dall'essere accettabile, concretamente inattuabile, ma almeno ragionevole. Che è già qualcosa.

A forza di dare colpi alla botte e colpi al cerchio secondo me l'AGCOM è andata un po' fuori dal seminato, arrivando persino a contraddirsi. L'ultima delibera mira a contrastare la "pirateria industrializzata", ovvero quei siti che lucrano sulla distribuzione di opere dell'ingegno cui non sono stati corrisposti i diritti d'autore, mentre invece introduce il principio del fair use (ovvero le condizioni di eccezione ai diritti dell'autore sull'utilizzo della sua opera). "Introduce" non vuol dire che è legge. L'AGCOM è un'autorità che in pratica non ha alcun potere, non fa leggi e non le sanziona. Cioè, lo fa, però poi tutti si appellano all'autorità giudiziaria, dove contano le leggi, non le delibere dei Garanti, che dovrebbero servire invece solo a dirimere agilmente le controversie fra Gentiluomini. Peccato che questo istituto precorra i tempi, poiché l'era dei Gentiluomini è ancora di là da venire.
L'AGCOM ha ribadito che non intende minare la libertà di espressione degli utenti di internet, non prevede chiusure di blog, impedimenti all'accesso a siti internet italiani, limitazioni al P2P, e ha anzi specificato una serie di eccezioni all'infrazione di copyright che è bene elencare per esteso anche qui:
  1. i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro;
  2. l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione;
  3. l’uso didattico e scientifico;
  4. la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa
Ora, non vorrei dir niente, ma che io ricordi queste stesse eccezioni (no lucro, diritto di cronaca, uso didattico, riproduzione parziale, nonché altre eccezioni come quelle per i portatori di handicap) le garantiva anche la vigente legge sul diritto d'autore (l. 633/1941 capo V - Eccezioni e limitazioni come modificata nel 2003). E sono tutte eccezioni soggette a interpretazioni a causa delle quali blog, siti internet italiani, e reti P2P non potrebbero stare affatto tranquilli, nonostante le rassicurazioni. Insomma, per noi pupetti comunisti non cambierebbe niente.
Non è cambiato niente neanche per gli avidi capitalisti del Mercato, che però, nel dubbio, fanno terrorismo preventivo. Non si sa mai. Questa svolta populista di AGCOM ha fatto tremare l'"industria della cultura" (di questa bella creatura poi ne parleremo meglio). L'AGCOM ha previsto una serie di piccoli insignificanti doveri di cui l'industria non sembra intenzionata a farsi carico. Doveri quali l'attenzione alla qualità, la differenziazione fra offerte a accesso agevolato e offerte premium, codici di condotta. Inaccettabile affronto, ne converrete!
In questo allucinante illuminante intervento sul tema da parte del presidente della FIMI Enzo Mazza, si ravvisano i drammatici problemi in cui verserebbe l'industria italiana della cultura e in cui si condanna ogni singolo passo compromissorio fatto negli ultimi mesi dall'AGCOM per avvicinarsi al "popolo della Rete" (altra mitologica creatura degna di analisi). In tale intervento si scopre che ad aver decretato il successo di YouTube non sono stati gli UGC (User Generated Content, awanagana) come abbiamo sempre ingenuamente creduto noi, Popolo della Rete, e quelli di Time nel 2006 quando ci hanno dichiarato Person of the Year (e non è che non avessero alternative). No, il successo di YouTube l'avrebbero costruito Justin Bieber e Lady Gaga, perché i loro video sono gli unici due che hanno superato il miliardo di visualizzazioni. Da grande artista quale è Enzo Mazza rivendica l'esclusiva sulla qualità nelle produzioni, non lasciando scampo alla produzione amatoriale ("...apprezzabilissim[a], ma scarsamente significativ[a] (dal punto di vista della qualità)", citazione testuale). Si vede che anche lui, su Youtube, ha visto solo i video di Bieber e Lady Gaga, mentre noi poveri comunisti non abbiamo capito proprio niente di quello che è successo negli ultimi 10 anni... (fralaltro, cerchi qualche informazione su come è stato scoperto Justin Bieber, tanto per capire se è nato prima l'uovo o la gallina).
Il calo del fatturato dell'industria musicale viene addebitato alla concorrenza sleal-illegale della pirateria. Non è che magari è colpa pure della pessima musica che producete? Andiamo a guardare quanti ascolti fa Sanremo e quanti ne faceva dieci anni fa. Andiamo a guardare com'è fallito il Festivalbar e da cosa è stato sostituito. Andiamo a guardare le ragioni dei successi lampo dei "talent". Andiamo a guardare gli ascolti delle radio commerciali. Andiamo a vedere se i concerti più visti dell'anno sono di artisti che hanno esordito nell'ultimo decennio, e non di Vasco Rossi, Ligabue, Laura Pausini, Renato Zero, Biagio Antonacci, Jovanotti (che non penso lamentino un calo di vendite dei loro dischi, sempre al primo posto in classifica appena escono). Io non ho modo di accedere al volo ai dati statistici, ma non mi sembra che la situazione sia rosea. E non mi sembra che questi esempi possano in qualche modo risentire della concorrenza della pirateria. Allora se il fatturato dell'industria musicale ha perso il 73% negli ultimi dieci anni (come dice Mazza) forse non è solo colpa di internet. Sarà magari colpa della saturazione del mercato con dive e divetti interpreti di musica sempre uguale?
E poi, sempre nell'intervento sulla consultazione dell'AGCOM, il presidente della FIMI arriva a perdere ogni pudore paragonando la cultura ai giochi&scommesse online. Lo Stato si rivale sui siti stranieri di scommesse che fanno concorrenza ai Monopoli di Stato, mentre invece le ultime modifiche alla delibera AGCOM non permettono la stessa cosa contro i siti esteri di file sharing. Ci sarà un motivo per cui sui giochi c'è il monopolio pubblico e sulla cultura no? Il motivo è l'interesse dei cittadini. "Difendere il repertorio di De André o i film di Rossellini" (cit. testuale) non lede gli interessi dei cittadini, e nemmeno quelli di De André e Rossellini, pace all'anima loro. Notare come adesso Mazza non cita Lady Gaga e Justin Bieber, tanto per essere coerente con il suo appello a "non seguire logiche populistiche di basso profilo" (cit. testuale).
Mazza conclude il suo intervento ribadendo la necessità di protezione dei "consistenti investimenti" delle major da questi attacchi pirateschi. Mi affido alla saggezza di Totò e passo avanti.

Secondo me.
Secondo me la soluzione non è né il fair use all'americana o all'italiana, né tanto meno la regolamentazione di Internet sui trapassati modelli tradizionali a cui sono aggrappati gli irresponsabili papponi dell'Industria della Cultura che FIMI et similia rappresentano, che danno dei pirati, dei ladri, a noi Popolo della Rete e che non hanno la minima intenzione di guardare più in là del loro naso, o al massimo del loro portafoglio.
Come dice il presidente della FIMI in un breve e fortunoso momento di lucidità subito contraddetto da paragrafi e paragrafi di fuffa, bisognerebbe portare i contenuti al centro della discussione.
I contenuti di cui stiamo parlando, quelli per i quali gli autori hanno diritto al giusto compenso, sono contenuti di valore culturale. Sì, possiamo stare ore a parlare di quanto sia soggettivo il valore culturale di un'opera dell'ingegno. Eppure il nostro Stato il diritto di decretare quali opere hanno valore, anzi, interesse nazionale culturale se lo arroga eccome. C'è un dettagliatissimo decreto scritto apposta per determinare l'interesse culturale.
Allora se lo Stato riconosce l'esistenza di film di interesse culturale nazionale e non, lo Stato deve riconoscere anche se lo scopo di questo riconoscimento è un premio alla produzione del film o un certificato di qualità a uso e consumo dei cittadini. La cosiddetta legge Cinema del 2004 "riconosce il cinema quale fondamentale mezzo di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale" al primo comma del primo articolo, ma il cerchiobottistico secondo comma aggiunge "anche in considerazione della sua importanza economica e industriale". Quale comma sarà più importante? Il primo? Quello più lungo? Quello con meno vocali in proporzione alla lunghezza a patto che siano in numero dispari e che non sia giovedì? Boh. Comunque la commissione del Ministero dei Beni Culturali decide se assegnare il riconoscimento di interesse nazionale e, se è il caso e se la crisi lo permette, anche un contributo economico. Mi viene da pensare che quando assegna il contributo economico lo fa per l'industria, e quando riconosce solo l'interesse nazionale lo fa per i cittadini. Prendiamola così. E così è sbagliato. Se l'industria cinematografica è industria, chiedesse fondi ai ministeri per l'industria (Finanze, Sviluppo economico, Infrastrutture, Lavoro), non ai Beni Culturali. Se lo chiedi ai Beni Culturali allora ammetti che il tuo prodotto è qualcosa di diverso dalla normale produzione industriale.
In cosa sta la differenza fra il prodotto culturale e il prodotto industriale? Perché ci sono i ministeri che dialogano con le industrie e poi ci sono diversi ministeri per cose come l'Istruzione, la Sanità, le Politiche Agricole, l'Ambiente e i Beni Culturali? Perché questi ultimi sono servizio pubblico, dove i cittadini hanno diritti e gli operatori privati che hanno intenzione di sguazzarci hanno *doveri*.

E qui casca l'asino e cascano pure il cerchio e la botte, quella piena, e la moglie, quella ubriaca, e tutto il cucuzzaro.

Non c'è bisogno di una commissione ministeriale per decidere se un'azienda sta operando o meno nel servizio pubblico. Nel momento stesso in cui detta azienda si rivolge alle istituzioni statali poste a garanzia del servizio pubblico (tipo i suddetti ministeri) l'azienda accetta automaticamente i suoi doveri. E deve diligentemente adempiervi, se vuole un supporto economico dallo Stato.
Come già illustrato, i doveri di questi "soggetti culturali" comprendono non solo la copia privata e il fair use (che sono un compromesso sociale, contentini incompleti e insufficienti), ma soprattutto l'attenzione alla qualità (come fanno attualmente gli indipendenti: guadagnare per produrre, non produrre per guadagnare), il rispetto di codici di condotta e la distribuzione gratuita/agevolata rispetto a quella premium (vedasi ad esempio il manifesto di Don't Make Me Steal / Non fatemi rubare). E le licenze Creative Commons. Sì. L'obbligo, per le opere di interesse culturale nazionale, a essere diffuse in CC (il che renderebbe obsoleti i contentini di cui sopra, come è giusto che sia).

Che siano i produttori stessi, allora, a decidere se dichiararsi produttori di cultura o di terziario di lusso.
E solo nel primo caso e a fronte del rispetto dei suddetti doveri, otterrebbero anche il supporto economico dello Stato, automaticamente, senza commissioni che stiano arbitrariamente a fare il pelo su quanto e come un prodotto è di interesse culturale nazionale, valutazione che non può e non potrà mai essere oggettiva.
E allo stesso modo non sia lo Stato a decidere quanto un'opera d'arte sia adatta a una determinata fascia di età o altre fasce di cittadinanza bisognose di protezioni ulteriori. Diamo per scontato che l'arte e la cultura siano sconsigliate a chiunque non sia abbastanza maturo (per età, titolo di studi o condizione sociale), vietate ai minori. E se un produttore di opere d'arte ritiene che la sua opera invece sia utile anche per un pubblico non ancora maturo, chieda allo Stato di certificarglielo con un bollino che consigli, non vieti. [Perdonatemi questa piccola parentesi sull'abolizione della censura commissione di revisione cinematografica]

Quanto costerebbe, allo Stato e all'Industria della Cultura, una tale riforma? Più o meno niente. Parliamo della legalizzazione di una situazione già esistente (non in quanto compromesso sociale, ma in quanto riconoscimento di princìpi come quelli sacrosanti che ispirano il sistema bibliotecario, solo aggiornati alle potenzialità delle tecnologie attuali e future). Anzi. Porrebbe un freno a un sacco di sprechi come la produzione assistenzializzata di Merda di Stato, e soprattutto alla pirateria lucrativa (non quella dei blog e del p2p, che l'AGCOM non vuole toccare).
Se Aurelio De Laurentiis accetta di dichiarare un suo cinepanettone di interesse nazionale, e ne facesse quindi (obbligato per legge) una versione gratuita e una premium, chi è che pagherebbe per la premium? E chi pagherebbe per una versione premium di un film di Nanni Moretti? Secondo me la risposta a queste due domande è completamente differente. La differenza è esattamente la stessa che c'è fra lusso e cultura. E questa è una differenza che è chiara a qualunque cittadino italiano al momento di aprire il portafogli (indipendentemente dalla volontà/capacità di aprire anche la mente).
Se De Laurentiis non vuole regalare il suo cinepanettone ai cittadini, che non chieda finanziamenti pubblici ai Beni Culturali. Li chieda alle Attività produttive. E allora avrà ben diritto a guadagnare miliardi e a perseguire chi copia e diffonde indebitamente i suoi film "cosi audiovisivi" (per profitto o meno).
E se nemmeno Nanni Moretti volesse regalare i suoi film? Farebbe un film che valore culturale ne ha ma lo dichiarerebbe come un mero prodotto industriale di intrattenimento? Sarebbero timori giustificati, i suoi. Ma se ci provasse, almeno una volta, vedrebbe che non guadagnerebbe di meno. Se il giorno dell'uscita del suo film lo mettesse disponibile per il download in alta definizione sul suo sito e contemporaneamente uscisse al cinema in digitale (a pagamento, metà di adesso) e, sempre contemporaneamente, in Blu-ray (a pagamento, metà di adesso) con contenuti extra sfiziosi (ovvero non anch'essi di interesse culturale, come potrebbero esserlo interviste e commenti audio), qualche pazzo disposto comunque a pagare si trova. Si trovano tuttora, solo che pagano ingiustamente il doppio.

La parte retorica, che piace ai più.
Le Industrie della Cultura non devono guadagnare per forza. Sono necessarie allo sviluppo del Paese, è ovvio, ma non per inerzia. Sono necessarie se sono davvero utili, costruttive. Se invece si inviluppano su se stesse per tirare a campare, lo Stato non deve dar loro neanche un centesimo. Lo Stato incentiva chi campa per produrre, non chi produce per campare. E questa è l'unica similitudine fra l'industria privata e quella dei servizi pubblici, in un Paese civile e tendente al progresso.

Per la cronaca, io da ormai molti anni spendo circa 250 euro al mese per "opere dell'ingegno" (spesso confezionate in maniera inadeguata, al prezzo e in assoluto, ma senza alternative possibili) che potrei ottenere invece completamente gratis. E ne spendo 250 perché è il massimo che posso permettermi. E è una media, perché ci sono mesi in cui faccio follie. E se il massimo che potessi permettermi fosse 10 euro al mese, spenderei 10 euro al mese. In media, perché ci sarebbero mesi in cui farei follie.

E chi non è drogato di cultura come me, ma è invece quello che determina le tendenze a cui si devono affidare le Industrie per fare i loro conti e sopravvivere? Quelli spendevano poco prima e spenderanno poco ora. Magari se gli abbassi il prezzo spenderanno pure un po' di più.


La criminalità arriva dove lo Stato latita.
La cultura non è un lusso.
Pagare meno per pagare tutti.
L'etica conviene.
Quanto so' comunista.

update 27-08-11 Un'infografica della MPAA (l'associazione delle major cinematografiche americane) mostra i numeri della pirateria.

sabato 2 luglio 2011

In una stanza sconosciuta, di Damon Galgut

Se escludiamo i fumetti.
Se escludiamo i racconti.
Se escludiamo le poesie.
Se escludiamo i pamphlet da trenta pagine.
In una stanza sconosciuta di Damon Galgut è il primo libro che leggo da capo a piede in versione elettronica.
L'occasione me l'ha fornita l'editore, Edizioni e/o, che ha pensato bene di mostrare a chi fosse interessato (come me) la cura che ha riposto nei suoi primi ebook (ne hanno una quarantina, al momento). Gli interessati li ha raccattati su Twitter, e gli ebook glieli ha dati aggràtise. Io che amo Twitter, amo gli ebook, e passionalmente amo l'aggràtise, mi sono tuffato a pesce in questo vortice di amori inarrestabile.

Il libro l'ho scelto affidandomi solo alla trama. Nemmeno. Alla prima riga della trama. Cioè, alle sole parole "giovane viaggiatore solitario". E "giovane" non era nemmeno necessaria. Per queste tre parole ho rinnegato Jean Claude Izzo, Eric-Emmanuel Schmitt e Laurence Cossé, che avevo in lista d'attesa da moooolto tempo.
Insomma, avevo voglia di riprendere dopo tanto un bel libro di viaggi. Ma quello che mi sono trovato in mano è qualcosa di un po' diverso.
Sul sito di Backpacker.it, che seguo con invidia da un bel po', solo oggi a lettura finita ho trovato questo libro fra quelli consigliati, e mi ha colpito questo commento: "La strada è fatta di incontri e di persone soprattutto". Sacrosante parole, però...
Il racconto di Galgut parla di persone soprattutto, tendendo a sacrificare (non completamente, sia chiaro) il fascino della descrizione, il rapporto del viaggiatore con il posto nuovo e sconosciuto.
Il libro contiene tre racconti indipendenti, cronache di tre particolari incontri avuti dal protagonista/autore Damon durante tre diversi viaggi. Sul perché i tre incontri siano particolari non sto neanche a perdere tempo a spiegarlo, sennò non c'è gusto.
Perderò tempo invece a sottolineare quanto siano stati difficili, per il protagonista. La magia del viaggio è sotterrata dalle difficoltà non tanto logistiche dello spostamento da una nazione all'altra, quanto caratteriali di questi tre personaggi particolari e impenetrabili. Tanto impenetrabili eppure tanto sconvolgenti per il povero Damon, letteralmente in balìa di questi nuovi compagni. Lo si intuisce anche dai titoli dei tre racconti: "Il seguace", "L'amante", "Il custode". [edit no, in realtà non si capisce... si capisce dopo...]

Nella scrittura del libro si nascondono perle di saggezza inaspettate. Viaggiare probabilmente aiuta a capire come va il mondo, come funzionano le persone, e Galgut deve aver imparato molto a riguardo, perché gli aforismi che spesso chiosano i paragrafi del suo racconto sono potenti e illuminanti. Confonde invece la scelta del narratore, che è a volte in prima persona al passato e altre in terza persona all'indicativo. La causa di questa miscela di narratori sta nell'intento "memoriale" del racconto. Queste storie sono ricordi dell'autore stesso, e spesso e volentieri l'autore ritiene opportuno ricordare in prima persona le sensazioni di quel momento, soprattutto quelle più sfocate, o quelle più dolorose. Altre volte indica il suo personaggio con un semplice, ma dalle implicazioni complesse, "lui". Assurdo. Commovente, a volte.

Due parole sull'aspetto tecnico dell'ebook. Non avevo avuto esperienze fortunate con i primi ePub, e nella maggior parte dei casi, quando valevo la pena, mi sono messo a rifarli io, aggiustando i font, i titoli dei capitoli, gli indici, prefazioni, postfazioni, colophon, frontespizi e robe tipografiche varie. Non so se è finalmente diventata una cosa standard, ma questo ebook delle Edizioni e/o è un bijoux, perfetto, come un ebook deve essere per non farti rimpiangere i libri di carta. Anzi, sono andato a sbirciare il codice per vedere le ragioni di tanto ordine e bellezza calma e voluttà.
Qualche minimo problema di compatibilità si è verificato con l'app che uso, Aldiko per Android, che non mi faceva vedere le pagine che dividevano i tre racconti, quelle con solo i titoli. Ma, voglio dire, non mi attacco a problemi di compatibilità, ché siamo ancora in fasi pionieristiche di standardizzazione e si guarda già a EPUB 3, inutile farsi troppe pippe sulla compatibilità di formati già obsoleti.

Se ci vogliamo lamentare di qualcosa, questo qualcosa è per forza il prezzo. Io sono di quelli che più di 3 euro per un ebook non li vuole pagare. Questo in particolare viene 12,99 €, e siamo sulle 200 pagine. Stesso prezzo anche per l'altro libro che volevo comprare subito dopo, La libreria del buon romanzo, di Cossé. Così non va. Certo sono libri "nuovi" (Galgut è uscito tre mesi fa, Cossé un anno prima), e costano meno della loro versione cartacea (18 euro). Se poteva avere senso in passato aspettare un anno o due per un'edizione economica sotto i dieci euro, con gli ebook la cosa avrebbe del ridicolo. E' ovvio che il prezzo non dipende dal formato. Sia chiaro che il "problema" è questione generale, non solo di e/o. E ci sono anche solide ragioni a giustificare il prezzo alto degli ebook. Ma l'omino nel cervello poi mi dice "Allora a che pro comprare l'ebook? Compra il libro di carta, tanto costa praticamente uguale!". E che gli rispondo.
Gli rispondo di googlare "ebook price", e farsi un'idea da sé.

Per non parlare dei DRM. Non ne parliamo va, che potrei dire cose compromettenti.

Nell'attesa che i prezzi calino e che i DRM diventino leggenda, mi sa che l'estate la passerò a leggere grandi classici della letteratura occidentale in inglese, disponibili gratis un po' ovunque.

Intanto rimetto a caricare il Tab, che con due ore di lettura si beve mezza batteria...

lunedì 11 aprile 2011

Report contro i social network (finalmente!)

Ieri sera Report ha portato alla pubblica attenzione quello che circa un anno fa sapevano in pochi, e persino derisi (Seppukoo, Quit Facebook Day), cioè che Facebook sputtana i dati dei suoi iscritti in maniera incontrollabile e inaccettabile, e non ci sono impostazioni di privacy che tengano.
E gli entusiasti di Facebook invece di congratularsi per l'ennesima volta con Milena Gabanelli hanno deciso che questa doveva essere l'Eccezione, che stavolta Report ha toppato, che non si è informato abbastanza, che si è comportato conservativamente.

L'inchiesta di Report (a firma di Stefania Rimini, qui la trascrizione, in replica integrale su Rai.tv, e alle 17:00 l'autrice parteciperà a una videochat con gli spettatori) non ha toppato, non ha riportato falsità e, soprattutto, non è stata parziale.

Nel servizio si è fatto notare, con una precisione tecnica che non mi sarei aspettato (nonostante adesso sull'Unità la Gabanelli si sia dovuta giustificare dalle accuse di superficialità dicendo che stavano parlando a un pubblico generalista), come Facebook riesca a profilare i suoi utenti più di quanto essi stessi non vogliano/credano/possano decidere, tramite il famoso pulsante "Mi piace", e di come questi profili/dossier siano ghiottonerie per gli inserzionisti, nonchè palesi violazioni della privacy.
Ce n'è anche per Google, che opererebbe una profilazione simile dei suoi utenti e sempre per gli stessi scopi pubblicitari.

E tutto questo è verità, checché se ne dica oggi in giro. Ed è stato spiegato in maniera non solo chiara, ma persino molto approfondita, e senza errori. E, soprattutto, non è stata parziale. A fronte di questo "allarmismo" infatti, dal servizio di Report ne escono positivamente servizi come Wikipedia e Twitter. Quindi c'è stato anche spazio per gli aspetti positivi dell'"interconnessione e condivisione". E' stato soltanto rimarcato che, in nome di questi principi che sono progressisti e positivi, qualcuno si sta approfittando (lecitamente sì, ma perché c'è un vuoto legislativo) dei dati personali che gli utenti, per interconnettersi e condividere, devono per forza pubblicare.

Con quel servizio Report ha fatto molto meglio dell'entusiasmo tecnologico di Wired, per esempio, perché Wired parla a una nicchia, Report parla al pubblico di Rai 3 (che sarebbe pure quello una nicchia, ma molto più ampia).

I social network sono l'invenzione del secolo e definiranno il futuro, io ci credo. Ma fra questi, oggi come oggi, Facebook è Il Male. Finché non si conciliano le necessità di condivisione con il diritto alla riservatezza, da Facebook ci si deve tenere alla larga.

giovedì 19 agosto 2010

Videa CDE che?

Videa-CDE fa dei Blu-ray di merda. Lo si dica in giro.

IL LABIRINTO DEL FAUNO
Contenuti extra dell'edizione americana:
  • # Director's Prologue (SD, 1 minute)
  • # Director's Commentary
  • # The Power of Myth (SD, 15 minutes)
  • # Pan and the Fairies (SD, 31 minutes)
  • # The Color and the Shape (SD, 4 minutes)
  • # The Lullaby: The Melody Echoes the Fairy Tale (SD, 5 minutes)
  • # The Charlie Rose Show Excerpt (SD, 50 minutes)
  • # The Director's Notebook (HD interactive pages/SD video content, 18 minutes)
  • # Storyboard Comparisons (SD, 6 minutes)
  • # VFX Plate Compare (SD, 2 minutes)
  • # Comics (SD, 4 minutes)
  • # Photo Galleries
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Chissà se hanno riservato lo stesso trattamento a altri due filmoni che hanno in catalogo, The Hurt Locker e The Road. Io nel dubbio sicuramente non li comprerò in Italia.

lunedì 16 agosto 2010

Morirà prima la gallina o l'uovo?

SOPRA: UN UOVO IN BLU-RAY. O BLU-RAY IN UN UOVO.


Ci sono argomenti di cui non smetterei mai di parlare: la malvagità di Facebook, la meravigliosità di Lost, la necessità dell'Alta Definizione, l'inutilità del 3D. Oggi parliamo di questi ultimi due.

Sono stato colpito da due notizie degli ultimi giorni: il raddoppio delle vendite di Blu-ray in Germania rispetto all'anno precedente, e la "crisi" del Blu-ray in America a causa di streaming e noleggi via Internet (strumenti che, a livello commerciale, in Europa non hanno ancora preso piede). Un'altro articolo (di stampo economico) mi ha fatto venire in mente il titolo di questo post, affermando che il Blu-ray è una tecnologia che è in ritardo rispetto allo streaming, e in anticipo rispetto alla reale necessità dell'alta definizione. Ora, sarà che l'articolo è di stampo più economico che tecnologico, ma a me questo pare un'interessato e sfacciato rovesciamento della frittata.
E' lo streaming ad essere troppo in anticipo. Non esiste ancora, e chissà quando esisterà, una rete a diffusione capillare e a banda talmente larga da permettere lo streaming di contenuti in alta definizione o addirittura in 3D, dove per ogni fotogramma HD ne vanno trasmessi sei (tre per ogni occhio) nello stesso arco di tempo (1/24 di secondo).
Come può lo streaming diventare il principale canale di diffusione della produzione cinematografica? Non s'è mai sentito che lo sviluppo è stato fermato perché i consumatori "si accontentano". Che i consumatori si accontentino del DVD o della fruizione via streaming, non trovando necessaria l'alta definizione, è un fatto ininfluente. Per superare la tendenza "conservatrice" dei consumatori esistono i cosiddetti periodi di transizione: la vecchia e la nuova tecnologia convivono, e poi gradualmente la vecchia tecnologia viene fatta sparire dal mercato. La vecchia tecnologia è il DVD (una gallina per il brodo), la nuova tecnologia è il Blu-ray (la classe dirigente delle galline). Lo streaming è l'uovo.
Come fa il Blu-ray ad essere "in ritardo" rispetto allo streaming, come asserisce il folle articolo economico su citato? E' lo streaming ad essere prematuro per le sue potenzialità. Adattare il principio della distribuzione in streaming alla situazione tecnologica di oggi rende lo streaming una tecnologia obsoleta in partenza. E' stupido, da parte dei produttori e distributori, sostenere lo streaming (obsoleto, per giunta) quando è già in atto una fase di transizione, dal DVD al Blu-ray.
Quanto alla perfettibilità del Blu-ray, al momento si prevedono solo dischi più capienti. E la capienza non è ciò che serve al cinema. Un miglior servizio all'immagine lo può fare la risoluzione 4k (sperimentata anche da Youtube, recentemente), ma lo sfruttamento di una tale risoluzione è legato alla produzione di televisori (roba dagli 80'' in su, per tacere poi della densità dei pixel, della frequenza di aggiornamento, e del consumo) e proiettori, e le trasmissioni televisive. Tutta roba che per diventare commercializzabile farà in tempo a lasciar sedimentare il Blu-ray per qualche anno.

Quanto a follia Variety non è da meno. Posso capire che il Blu-ray stenti ad affermarsi. La cosa mi dispiace, la trovo ingiusta. Ma ancora più ingiusto trovo se gli analisti sono convinti di aiutare il Blu-ray... con il 3D!
E' vero che è il mercato a comandare, la domanda dei consumatori. Posso capire che i consumatori non considerino ancora sufficiente l'HD a fare la differenza con i DVD, dei quali si accontentano. Ma se i consumatori considerano sufficiente invece il 3D la questione è preoccupante, e comincio a credere che non dipenda dalla superficialità dei consumatori ma dall'ignoranza cronica degli stessi imprenditori e produttori, che non capiscono cos'hanno tra le mani e di conseguenza comunicano lucciole per lanterne ai consumatori.
Come si può considerare il 3D un'innovazione maggiore dell'HD? Sia in termini tecnici che in termini culturali il 3D è un passo indietro, mentre l'HD è un'innovazione evidente. Il 3D è una tecnologia addirittura PRECEDENTE alla cinematografia, applicato poi commercialmente al cinema negli anni '50, e non prese piede all'epoca della sua nascita e non lo farà nemmeno adesso. Che vantaggi ha il 3D di oggi rispetto a quello degli anni '50? Un minore impatto sulla qualità dell'immagine (prima i colori erano alterati, ora è leggermente alterata solo la luminosità... nel migliore dei casi). E basta. Gli occhialini sono persino più pesanti. Se ci liberassimo degli occhialini scomparirebbero i difetti di alterazione dell'immagine e di fastidio per lo spettatore. E quand'anche accadesse, il 3D rimarrebbe solo un effetto speciale. E il pubblico agli effetti speciali si abitua presto. Quando si sarà abituato a un effetto speciale che gli è costato il 50% in più al cinema, l'acquisto di un nuovo televisore, l'acquisto di un nuovo lettore (solo la Playstation 3 e pochi modelli di lettori Sony sono aggiornabili al 3D via software), quello sì che sarà stato uno spreco. Perché al contrario dell'HD, il 3D è una tecnologia che verrà *superata*, non *aggiornata*. Non ci sarà qualcosa di meglio del 3D, il 3D non sarà stato che un giocattolo usa e getta. L'HD è invece una tappa, necessaria per lo sviluppo. Verrà superato, ma è comunque imprescindibile. Che il consumatore sia attratto più dal 3D (un'innovazione che vede) che dall'HD (un'innovazione che non riesce a vedere) passi. Che la stessa illusione colpisca anche i produttori, passi anche quello. Ma che l'abbaglio lo prendano pure i giornalisti e analisti, e no! O sono asserviti a qualche interesse o sono troppo vecchi per capire dove sta andando il mondo (pure loro!).

Tutto ciò a difesa della causa del Blu-ray, che è talmente giusta e naturale (per i motivi suddetti) che riuscirà a farsi spazio fra le ingiustizie, le indifferenze e le incompetenze. Voler ignorare la necessità dell'Alta Definizione è sbagliato (e ecco un possibile scenario a dimostrarlo).

mercoledì 27 gennaio 2010

incredibile. Però adesso datemelo!!!

Questo natale ho sofferto. Volevo un iPhone e non sono riuscito ad averlo.

...

Se avessi comprato quell'iPhone, adesso credo che piangerei tutte le mie lacrime. Perché adesso esiste questo:
Computer, internet, lettore audio/video, libro. Ampio, sottile, leggero, autonomia duratura, wireless.
L'unico problema che può avere è se esplode, come i primi iPhone. Altrimenti è un miracolo.

E costa 500 $. L'iPhone che dovevo comprare io costava 700 €.

PS: si potrà ancora fare questo?

mercoledì 4 novembre 2009

ventunononi

Oggi sono rimasto due ore imbambolato a sognare davanti a questo:

Quando si dice "guardare il televisore, non la televisione". Ditemi che state anche voi ridendo istericamente senza sosta, sennò mi preoccupo... per me...

Per la cronaca: 56''.
Per la cronaca: 3.999 €.