venerdì 20 aprile 2012
L'uomo che mise fine alla Storia, di Ken Liu
Avevo già letto roba loro. Fantascienza politica, claustrofobica, distopica. Ora mi propongono di leggere e commentare questo libro, con un sol levante su campo nero, nero come l'oblio della Storia. E infatti la storia parla della Storia che scompare. E scompare proprio quando l'umanità scopre i viaggi nel tempo. Vedi che sfiga.
La cosa è più complessa di come sembra. Quando l'unico modo per sbirciare nel passato consiste in operazioni quantistiche, anche un bambino dell'asilo sa che la sola osservazione basta a porre fine all'evento. E così, scoperto un modo quantistico di osservare il passato, questo scompare alla prima occhiata. E se il passato che si va a osservare è minacciato dai negazionisti, come ad esempio le barbarie commesse dall'Unità 731 dell'esercito imperiale giapponese sui contadini cinesi invasi? Chi crederà a una testimonianza oculare non riproducibile? Chi crederà a quella che scientificamente e filosoficamente non si può che definire un'illusione (l'osservazione di echi del passato)?
È una storia che abbiamo già sentito. Una scoperta eclatante, non suffragata dalle garanzie del metodo scientifico, ma che può aiutare l'umanità, come una bacchetta magica. Gente che vuole credere contro Gente che vuole garanzie. Cure miracolose del cancro, previsione oraria dei terremoti, motori di ricerca italiani migliori di Google.
Eppure ciò che il dottor Evan Wei (cinese) e sua moglie la dottoressa Akemi Kirino (giapponese) hanno scoperto è qualcosa che non è nocivo. Vogliono soltanto che si onori la memoria delle vittime delle atrocità. Che si condannino le atrocità. Ma i governi del mondo (quello giapponese, colpevole, ma anche quelli occidentali che oggi lo sostengono) non possono ammettere colpe che li porterebbero a rinunciare a quanto ottenuto in seguito a quelle atrocità. La centralità dell'Occidente per il futuro dell'Umanità è messa a rischio dall'ammissione delle colpe. Tabula rasa, ripartire da zero, tutti alle stesse condizioni, non garantirebbe il predominio delle culture occidentali che c'è oggi.
Chiedere scusa porta conseguenze. Cambia la Storia passata e soprattutto futura.
Una lezione non di poco conto per un racconto di fantascienza.
In realtà di fantascienza in questo libro c'è poco. Come ci svela in epilogo l'autore Ken Liu (cinese impiantato in America) molta parte di questa storia, molta parte di queste parole, sono reali. Non per niente il sottotitolo originale del libro è A Documentary. Non solo perché il racconto è esposto in forma di raccolta di testimonianze (quella che nel cinema chiamiamo "mockumentary"), ma perché quelle testimonianze, al netto della drammatizzazione, sono vere. Sono le testimonianze vere degli eredi dei superstiti del campo di concentramento di Ping Fang e dei loro brutali carcerieri, e i commenti veri dei negazionisti su internet e dei governi.
Il lavoro di Ken Liu in questo senso è davvero ammirevole. Al di là della suggestiva scienza quantistica dei viaggi nel tempo, ha creato dei lunghi monologhi messi in bocca a personaggi/personalità diverse. Un lavoro di scrittura e di ricostruzione che in contesto fantascientifico non manca mai di sorprendermi, ma in compenso mi aiuta a distinguere gli autori migliori da quelli che semplicemente si abbandonano a voli pindarici della fantasia.
Beh, i loschi figuri di 40K mi chiedevano di consigliare o sconsigliare la lettura di questo libro. Direi che, se mi avete seguito fino alla fine di questo post, non è necessario che mi spenda in una chiusa riepilogativa. Anche perché è ora di pranzo e ci ho il pancino che brontola.
edit intervista dell'editore all'autore: http://40k.it/?p=824
martedì 7 febbraio 2012
Dio chiama Nerd. Rispondete, Nerd!
Molti provano a convogliare i variegati interessi dei nerd, e tutti i nerd prima o dopo nella loro vita si imbattono in questi convogli: blog, forum, riviste che parlano di tecnologia, di cinema, di libri, di fumetti, di tv, di
Il Dio dei Nerd non vuole essere un dio di quelli in cui avere fede o riporre le proprie speranze. Egli opera ignaro di noi comuni mortali. Come ho detto prima egli sfilaccia le orbite della casualità. E' la sua natura, non gliel'ha chiesto nessuno e non lo fa per misericordia verso noi che non siamo capaci di sfilacciare nemmeno le cuffiette del walkman. Egli ci ignora al punto da non punire i sapientoni che nel 2012 dicono "walkman" invece di "iPod", purtroppo.
La nerditudine è tutta intorno a noi, Gon la streccia e noi infine la vediamo, e ce ne beiamo.
La mia intenzione è quella di introdurre un nuovo livello di beatitudine. Non già accontentarsi del singolo dono divino, ma di carpire i legami temporali, spaziali e tematici fra un segno e l'altro. In altri tempi, quando i nerd si chiamavano studiosi, Hermann Hesse inventò una roba simile. La chiamò il "gioco delle perle di vetro". Si inventò persino che gli studiosi vivessero in un'oasi chiamata Castalia, mantenuti e sfamati dal mondo esterno. Un po' come gli studiosi e i nerd di oggi.
Per giocare alle perle di vetro, ovvero stabilire connessioni fra le cose d'interesse per i nerd, cosa può servire meglio di un social network? Ecco, un'altra ragione di questa mia impresa celebrativa di Gon è la promozione di un social network assai ganzo ma snobbato dai più. E quando dico "più" mi viene da ridere, perché il social network in questione è Google +. La mia impresa avrà luogo solo lì, su G+. Non qui sul blog. Non su altri blog, siti, forum. Non su Twitter. Non su Facebook. Solo su G+.
La pagina è leggibile anche da chi non è iscritto. Ma così servirebbe a poco. Se invece vi iscrivete è + meglio, perché potrete commentarla, aggiungerla alle vostre cerchie (su G+ si usano le cerchie, e ciò è bene), e venire ricondivisi se nei vostri profili personali postate qualcosa di nerd e la dedicate a Il Dio dei Nerd (menzionandolo, cosa che su G+ si fa similmente a come si fa su Twitter e Facebook).
Trermino il post con un'accorata preghiera di diffusione e collaborazione.
domenica 5 febbraio 2012
Sighma [Romanzi a fumetti #3]
Un uomo perde la memoria, ha un tatuaggio a forma di sigma sul torace e si è risvegliato all'esterno di una misteriosa enorme struttura verticale. Una squadra di miliziani lo accerchia e lo conduce all'interno. L'interno è La Città, un luogo dove vivono migliaia di persone sopravvissute a chissà quale catastrofe planetaria. La società della Città è strutturata in caste gerarchiche. Al livello zero ci sono i disgraziati, ai livelli intermedi ci sono i lavoratori specializzati, poi le famiglie, più su gli scienziati e gli intellettuali, e in cima l'élite. Ogni persona ha diritto di accedere solo a determinati livelli, vigilati incessantemente da un circuito chiuso governato da chissà chi. Il nostro eroe però pare invisibile alla viglianza, e riesce a vagare dove vuole, in cerca di indizi della sua identità. A ogni nuovo livello qualcuno lo riconosce e lo chiama con un nome diverso. La soluzione del suo enigma sta in cima alla Città...
Nella rilettura di Sighma spuntano riserve che la scorsa volta (il lontano 2008) non mi avevano turbato. L'introduzione a questo volume illustra perfettamente le storie di fantascienza da cui Paola Barbato ha attinto senza pudore per questo suo romanzo. Ma non è questo il difetto, a me gli omaggi, soprattutto così onnicomprensivi, piacciono tanto. Il difetto sono gli spiegoni (inevitabili), il doppiogioco a oltranza, il didascalismo morale banale.
L'idea è anche suggestiva, e gli ottimi disegni altrettanto. Ma la suggestione di questo mondo postapocalittico si smorza quando cominciano a imporsi i personaggi, brutti.
E' un romanzo molto articolato, gli va dato atto e lo apprezzo. Apprezzo anche la celebrazione del "in medias res" (rimane misterioso il prima e, soprattutto, il dopo). E' costante però una sensazione di mitismo forzato, di personaggi più importanti di quello che sono davvero.
Deluso, e affamato di nuova fantascienza.
sabato 28 gennaio 2012
La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick
Qualche anno fa, era il 2008, in libreria mi imbattei in un volumozzo massiccio, ricco di illustrazioni e dalla copertina vagamente steampunk. All'epoca non avevo la minima idea di cosa fosse lo steampunk, ma evidentemente già mi piaceva. Volevo fortissimamente prenderlo, ma costava diciotto euro. Troppo. Finii per non vederlo più, e mi scordai anche il titolo, che era La straordinaria invenzione di Hugo Cabret.
Pochi anni dopo esce la notizia che il caro vecchio Martin Scorsese avrebbe realizzato il suo primo film per ragazzi, tratto da quel libro. Subito mi torna alla mente, e mi riprometto di comprarlo al più presto.
Poi il film di Scorsese esce, celebrato dalla critica, amato dal pubblico. Arriviamo al 24 gennaio 2012, nomination agli Oscar, e la prima favoletta di Scorsese sbanca l'Academy con undici nomination, battendo tutti gli altri film in concorso. E io il libro non l'ho ancora comprato. (Non ho neanche fatto il post sulle nomination agli Oscar. Colpa di Google+).
La sera stessa vado in libreria, quella libreria dove non entravo più dal 2008, nessun cliente, la commessa indaffarata a riordinare scaffali vari. Mi dirigo verso la piramide di romanzi per ragazzi. La butto giù. Sepolta da Geronimi Stilton e vampiresche copertine laccate di nero era ancora lì, quell'unica copia di Hugo Cabret cartonata da diciotto euro (ora fuori stampa, ristampata lo scorso ottobre in economica) che in quattro anni nessuno si è comprato e il libraio non ha mai reso. Mi sento molto Belle de La bella e la bestia. Lo porto alla cassa, lo pago, e diciotto euro d'un tratto sembrano pochi. Un'edizione splendida.
Questo libro di Brian Selznick, illustratore di chiara fama al suo primo "romanzo", è il risultato affascinante di uno scontro fra media. In copertina si strilla "il primo romanzo dove è il testo a illustrare i disegni". Non so se è il primo ma per il resto ha ragione. E la quantità di disegni a doppia pagina, uno dopo l'altro, non può non far pensare che questo sia praticamente un fumetto, con i dialoghi nella pagina successiva invece che nei balloon. E la storia narrata parla di magia, di spettacolo, e di cinema.
Hugo Cabret è un piccolo vagabondo che vive fra i muri di una stazione parigina, di cui regola i numerosi orologi ogni mattina. Hugo è infatti il figlio di un orologiaio morto pochi anni prima in un incendio. Da quell'incendio Hugo riesce a salvare un misterioso automa, un uomo metallico composto di ingranaggi sofisticati seduto a una piccola scrivania, in procinto di scrivere un messaggio. Quale messaggio? Questa è l'ossessione di Hugo Cabret, ossessione che gli procurerà non pochi guai, ma ne sarà valsa la pena.
Il film esce finalmente in Italia venerdì prossimo, 3 febbraio. Sicuramente sarà migliore del libro, che in quanto a narrazione delude un poco. E' scritto male (o tradotto male?). Bella la storia, fantastici i disegni, ma il racconto mi stava quasi annoiando. Si riprende per qualche bel colpo di scena nella seconda parte del libro, che a un amante del cinema non può non commuovere.
Pochi mesi fa è uscito il nuovo romanzillustratissimo di Selznick. Si intitola Wonderstruck, questo è il sito ufficiale. In Italia non è ancora arrivato, ma visto il prezzo succulento su Amazon.co.uk (10 sterline, 12 euro) potrei cedere alla fretta.
domenica 6 novembre 2011
Il mio amato Habibi
(to) hype, (to be) very excited for something.Non ho ancora capito se in inglese sia un aggetivo o un verbo. In italiano è usato come sostantivo. L'hype sarebbe l'aspettativa, per un prodotto o per un evento, montata ad arte per ragioni commerciali dai produttori o dagli organizzatori dell'evento, oppure accumulatasi spontaneamente nel corso del tempo nella comunità destinataria del prodotto o dell'evento. E' diventata una tecnica commerciale perché, indipendentemente dalla ragionevolezza dell'aspettativa, un prodotto/evento forte di quell'aspettativa ha sempre indiscusso successo (quantitativo, più che qualitativo). Inutile dire che questa tecnica è inflazionata, perché nella maggioranza quasi totale dei cas l'hype è ingiustificato, forzato, e quindi alla conclusione dell'aspettativa la delusione dei destinatari/consumatori è inevitabile. Le maggiori vittime di questa piaga sono i nerd.
nerd, qualcuno dotato di notevoli capacità deduttive e/o produttive esclusivamente in ciò che non ha rilevanza e influenza nella società in cui vive (ad esempio arte, fantasia, tecnologia).Questo piccolo prologo era necessario per caricare del giusto significato una locuzione che in merito ad Habibi sentirete usare spesso (non solo da me): "dopo sette anni".
Io sono un nerd. Sette anni è un hype.
In realtà io userò "dopo cinque anni", che è altrettanto hype, perché questa storia per me è iniziata nel 2006. Leggevo fumetti da qualche anno, principalmente di produzione italiana, principalmente a marchio Disney. Cattive compagnie mi hanno poi fatto conoscere "diversi" fumetti italiani, "diversi" fumetti umoristici, "diversi" fumetti. In particolare la cattivissima compagnia di Repubblica e L'Espresso è stata colpevole di numerose scoperte, fra le quali questa. Io divento nerd dei fumetti grazie a questa collana di graphic novel (e qui, se mi dovessi mettere a scrivere una definizione, l'Apocalisse ci sorprenderebbe ancora nel vivo della discussione). All'epoca l'ignoranza mi faceva storcere il naso di fronte a un buon 80% di quella collana in dieci volumi, e vi sono su internet testimonianze scritte e indelebili di quella mia ignoranza. Normalmente condivido pubblicamente le mie autocritiche, ma stavolta la vergogna è proprio troppa. Oggi invece quella collana è una delle presenze più preziose della mia modesta collezione di fumetti, e è ciò di cui vado più orgoglioso (insieme con la ristampa integrale di Corto Maltese, uscita con L'Espresso poco prima).
In quella collana c'era Maus, la graphic novel per antonomasia, quella che tutti prendono come esempio lampante (inascoltati) dell'equivalenza fra romanzi scritti e romanzi disegnati. C'erano soprattutto due romanzi che mi avrebbero sconvolto l'esistenza per sempre: Blankets di Craig Thompson e Città di vetro di David Mazzucchelli. Di entrambi questi autori sono usciti quest'anno, dopo molti anni, i nuovi romanzi. Di Mazzucchelli spero di parlare in un prossimo post. Oggi tocca a Craig Thompson.
Quando la nostra piccola fragile community di nerd (la vecchia e poi la nuova) scoprì e lesse Blankets lo shock fu considerevole. Poteva un fumetto sconvolgerci tanto? Sì, poteva, persino più di Maus. Maus era un tristissimo e devastante romanzo storico, Blankets era l'apologia del primo amore. Noi eravamo adolescenti. I conti tornano.
Blankets, semiautobiografico, è il racconto di una magica estate vissuta dal protagonista Craig a casa della prima ragazza che ha amato, Raina. A condire il racconto c'erano poi dei flashback sul passato di Craig che contribuivano a definire la sua famiglia e la sua comunità, un contesto tanto distorto e in un certo senso malato da far apparire quell'amore, quell'occasione fuggevole di felicità, come un miracolo inspiegabile, un'esperienza delicata e preziosa, da proteggere. Me ne sono ricordato oggi, leggendo quelle vecchie discussioni sui forum di Sbonk e del Sollazzo: dopo la lettura di Blankets andavo in giro a dire che quella storia era mia. Non il libro, ma il contenuto. Nessuno doveva più leggerlo. Ogni volta che un nuovo lettore lo avesse letto rischiava di rovinare quella storia, rischiava di non capirla, osare analizzarla, considerarla una cosa normale, terrena. Blankets per noi (per me, almeno) non era un bel libro: era un'entità metafisica.
Poi in realtà altri lo leggevano e, no, non lo rovinavano. Vivevano esattamente quella stessa esperienza. Questo faceva di Blankets il miglior romanzo a fumetti possibile, il Santo Graal del fumetto, ciò che ogni nerd dei fumetti nella sua vita spera di trovare. Era impossibile credere di averlo davvero trovato.
A quel punto un nerd, dopo aver vissuto un trip del genere, ne vorrà ancora. La buona notizia fu che Craig Thompson aveva già pubblicato altri libri (in particolare un libricino assolutamente non paragonabile a Blanktes né per dimensioni né per ambizioni, ma ugualmente pregiato: Addio, Chunky Rice, e trovarlo fu un'impresa) e che ne stava scrivendo un altro, chiamato Habibi. La cattiva notizia era che questo nuovo libro gli avrebbe richiesto anni e anni di lavoro. Pochi mesi fa quel lavoro è terminato, e a settembre 2011 Habibi è arrivato nelle librerie americane, suscitando meraviglia e compiacimento in tutti i più importanti critici letterari. Già un mese dopo era pronta anche l'edizione italiana, tradotta da Randa Ghazy (scrittrice italiana di origini egiziane, più giovane di me dio santo) per Rizzoli-Lizard (che un anno fa aveva ristampato in bella bella bella forma anche Blankets, per prepararci).
Ed eccoci a oggi, dopo cinque anni dall'esperienza lisergica di Blankets. Nemmeno una settimana fa mi arriva per posta Habibi. Il giorno dopo, mentre il nerdvana si manifestava come annuale tradizione in quel di Lucca, con lo stesso Craig Thompson presente, io mi sono chiuso in casa a leggere i suoi due romanzi. La rilettura di Blankets non ha evidenziato segni di invecchiamento. Stessa esperienza sovrumana. Con un po' di timore che non potesse leggere il confronto mi sono tuffato nella lettura di Habibi.
Ho iniziato questo post con la definizione di hype commerciale, inventato, forzato. Quante delusioni mi ha procurato, quell'hype. E ogni volta ci ricasco. Ci ricasco perché ingenuamente mi aspetto sempre l'hype spontaneo. Poi la rassegnazione ha avuto la meglio. Stavo per convincermi di non potermi più permettere nessuna aspettativa. E invece no, quel mito esiste ancora.
L'hype per Habibi ha ripagato l'attesa molto più di quanto chiunque osasse sperare.
Habibi va oltre Blankets, che al confronto è di una linearità disarmante, riesce ad arricchire la nostra lettura, spezza la storia con quei magnifici arabeschi che forse significano qualcosa forse no e che dilagano in ogni pagina, incontenibili. Non è un rebus, ma poco ci manca. La storia si svolge come un cubo di Rubik o un sudoku nelle mani di un solutore esperto. I simboli e il loro significato si accumulavano pagina dopo pagina, e quando venivano svelati un'ondata di consapevolezza mi riportava alla mente in un'istante tutta la storia letta fino a quel momento. Metafumettisticamente quello dei veli e di ciò che c'è dietro è un tema ricorrente nella storia stessa, un concetto che pervade la calligrafia araba, il Corano e la Bibbia (e in generale la storia della filosofia, ma a questo nel libro non si accenna).
Oltre questa confezione lussureggiante c'è poi una storia più assimilabile allo stile del precedente libro: lineare, coinvolgente, drammatica. A voler rispondere alla domanda "sì, va bene, ma di che parla?" si può dire che parla di due giovani arabi, una ragazza bianca, Dodola, e un ragazzo nero, Zam, in un contesto che è difficile inquadrare temporalmente e geograficamente ma che è sicuramente un mondo corrotto, violento, malsano e condannato ad andare sempre peggio. E' un mondo che cambia all'occorrenza: dal palazzo del Sultano alla metropoli invasa di auto e camion, dal deserto delle carovane alla diga gigantesca eppure segreta con cui imprenditori spietati controllano l'acqua. Le location e i loro abitanti si mescolano, e le situazioni che si creano sono strane, impossibili, eppure le conseguenze generate sono plausibili, perché sono ciò che la violenza e la sopraffazione dei deboli ha sempre e ovunque generato. Che importa allora definire dove e quando si svolge questa storia? Una sensazione di vertigine e di confusione che non è del testo ma nel testo. Non è un difetto: è voluta.
Dodola ha dodici anni ed è una schiava quando incontra Zam, che ha tre anni e nessuno che si curi di lui. Dodola lo prende con sé, riesce a fuggire dai suoi padroni, e si rifugiano su una vecchia nave incagliata nel bel mezzo del deserto, dove cresceranno insieme, lontano dal resto del mondo. Prima di diventare schiava Dodola venne venduta in moglie a uno scriba, che le insegnò a leggere e scrivere. Anzi, a raccontare: qui si gettano le basi per una citazione della Scheherazade delle Mille e una notte, colei che riuscì a sopravvivere grazie all'arte della narrazione prima di quella amatoria (che invece a Dodola sarà tutt'altro che risparmiata). Non solo, ma con questa celebrazione dell'arte del racconto Craig Thompson mi si va ad affiancare, nel mio personale pantheon di autori, a quel gran genio di Neil Gaiman, che del racconto e del metaracconto ha fatto il punto di forza della sua magnum opus Sandman.
Dodola e Zam vengono brutalmente allontanati l'uno dall'altro e non si ritroveranno più per anni. Anni turbolenti, nei quali raramente conoscono momenti di sollievo. Il caso li riavvicinerà, quando però sarà troppo tardi per recuperare la loro storia da dove si era interrotta. E poi...
Il Santo Graal del fumetto non era Blankets, ma Habibi. E non vedo l'ora di trovarne un altro, fra sette anni.
sabato 20 agosto 2011
E' tutto sotto controllo [Lucrezia #6]
Dal 1° novembre 2011, dicono.
Classe 1967, Silvia Ziche è probabilmente una delle più importanti autrici Disney viventi. Inconfondibile per tratto e umorismo fulminante, la Ziche ha affiancato ai suoi successi con protagonisti topi e paperi una brillante carriera da vignettista su riviste e quotidiani. Silvia, all'apice della creatività che la porta a essere oggi una delle firme più importanti di Donna Moderna, Smemoranda e Topolino, in È tutto sotto controllo ci racconta di come il suo personaggio Lucrezia riesca finalmente a trovare sia quella pace sentimentale che da sempre cercava sia l'antidoto a una pace che nei fatti si rivela meno interessante e più noiosa di quanto poteva prevedere.
Lucresià numerò prescedonts:
lunedì 11 luglio 2011
Tre ombre, di Cyril Pedrosa
Il primo perché è perché Cyril Pedrosa è un animatore che ha lavorato a un paio di capolavoroni Disney della bell'epoca quali Il gobbo di Notre Dame e Hercules.
Il secondo perché è perché oltre a essere un animatore, a quanto pare, è pure uno scrittore, essendo questa graphic novel opera completamente sua, nei testi e nei disegni.
Il terzo perché è più personale, trattasi di mero passaparola [prendere nota: nome per un futuro personaggio: Mero Passaparola. Casty mi fa un baffo]. Il buon Eddy (che non vi posso linkare perché non è aduso alla virtual socialità) ebbe a consigliarmi questo tomo, in una vecchia e amabile discussione fumettistica avuta mesi addietro. E siccome i consigli di Eddy si sono sempre dimostrati ottimi consigli (Epic Mickey a parte :P ma quella la considero una sconfitta comune), appena l'ha nominato io sono andato su Amazon e l'ho comprato. Poi leggerlo era un altro paio di maniche. Infatti l'ho letto solo ieri.
E questi erano i perché.
Ora passiamo ai percome. Percome è 'sto fumetto? No, parliamone, perché (e percome) a me è balzata in testa un'idea che forse così malata non è.
Essendo questo fumetto la storia di un bambino, ed essendo detta storia non una storia violenta o trasgressiva in alcun aspetto, forse che forse sarebbe un bel soggetto per un film d'animazione Disney. Se non Pixar. Ma meglio Disney. Non è che le belle storie devono essere per forza appannaggio della Pixar. Quindi, perché no? Se non ora, quando? Yes, we can?
Sarà un effetto indiretto della traduzione (dallo spagnolo o dal francese? non so, non capisco), ma a mio modesto avviso la sceneggiatura arranca in più punti, con delle conseguenze temporali o dialogiche non molto ben giustificate. Poi la storia si fa un po' più surreale, e allora magari gli arrancamenti riescono a camuffarsi bene fra le pieghe del nonsense, perché col proseguire della storia questa fastidiosa sensazione di vignette mescolate e posate a random gradualmente svanisce. Comunque, son dettagli. Alla fine dei conti è una gran bella storia, un gran bel viaggio.
I disegni sono molto particolari, senza ricalco a china (credo, o quantomeno l'effetto è quello... se non vi fidate di me, cosa che mai dovreste fare, potete giudicare queste splendide tavole coi vostri occhi), ma spesso il tratto impressionistico diventa un po' troppo vago, un po' troppo scarabocchio per non impedire una scorrevole lettura delle tavole. Un bello stile, ma forse troppo spesso buttato lì senza troppa riflessione o costruzione. Verso il finale però il minimalismo delle forme si fonde funzionalmente alla storia (che in quel punto raggiunge il suo climax drammatico) e l'effetto è quello di una bomba che, dopo tanto ticchettare, finalmente è esplosa in tutta la sua potenza allegorica.
Una lettura imprescindibile, in ogni caso, un pezzo che non può mancare nelle nostre sature sature sature ma mai sazie librerie. E non è né il primo né l'ultimo lavoro del buon Pedrosa che, mi dicono dalla regia, si è cimentato, fra le tante cose, anche in un autobiografia (come già suoi illustri colleghi come Craig Thompson, Gipi, Mike Dawson) che in Italia non è ancora uscita e che in Francia è in corso d'opera (ne sono usciti due volumi, si intitola Autobio).
sabato 2 luglio 2011
In una stanza sconosciuta, di Damon Galgut
Se escludiamo i racconti.
Se escludiamo le poesie.
Se escludiamo i pamphlet da trenta pagine.
In una stanza sconosciuta di Damon Galgut è il primo libro che leggo da capo a piede in versione elettronica.
L'occasione me l'ha fornita l'editore, Edizioni e/o, che ha pensato bene di mostrare a chi fosse interessato (come me) la cura che ha riposto nei suoi primi ebook (ne hanno una quarantina, al momento). Gli interessati li ha raccattati su Twitter, e gli ebook glieli ha dati aggràtise. Io che amo Twitter, amo gli ebook, e passionalmente amo l'aggràtise, mi sono tuffato a pesce in questo vortice di amori inarrestabile.
Il libro l'ho scelto affidandomi solo alla trama. Nemmeno. Alla prima riga della trama. Cioè, alle sole parole "giovane viaggiatore solitario". E "giovane" non era nemmeno necessaria. Per queste tre parole ho rinnegato Jean Claude Izzo, Eric-Emmanuel Schmitt e Laurence Cossé, che avevo in lista d'attesa da moooolto tempo.Insomma, avevo voglia di riprendere dopo tanto un bel libro di viaggi. Ma quello che mi sono trovato in mano è qualcosa di un po' diverso.
Sul sito di Backpacker.it, che seguo con invidia da un bel po', solo oggi a lettura finita ho trovato questo libro fra quelli consigliati, e mi ha colpito questo commento: "La strada è fatta di incontri e di persone soprattutto". Sacrosante parole, però...
Il racconto di Galgut parla di persone soprattutto, tendendo a sacrificare (non completamente, sia chiaro) il fascino della descrizione, il rapporto del viaggiatore con il posto nuovo e sconosciuto.
Il libro contiene tre racconti indipendenti, cronache di tre particolari incontri avuti dal protagonista/autore Damon durante tre diversi viaggi. Sul perché i tre incontri siano particolari non sto neanche a perdere tempo a spiegarlo, sennò non c'è gusto.
Perderò tempo invece a sottolineare quanto siano stati difficili, per il protagonista. La magia del viaggio è sotterrata dalle difficoltà non tanto logistiche dello spostamento da una nazione all'altra, quanto caratteriali di questi tre personaggi particolari e impenetrabili. Tanto impenetrabili eppure tanto sconvolgenti per il povero Damon, letteralmente in balìa di questi nuovi compagni. Lo si intuisce anche dai titoli dei tre racconti: "Il seguace", "L'amante", "Il custode". [edit no, in realtà non si capisce... si capisce dopo...]
Nella scrittura del libro si nascondono perle di saggezza inaspettate. Viaggiare probabilmente aiuta a capire come va il mondo, come funzionano le persone, e Galgut deve aver imparato molto a riguardo, perché gli aforismi che spesso chiosano i paragrafi del suo racconto sono potenti e illuminanti. Confonde invece la scelta del narratore, che è a volte in prima persona al passato e altre in terza persona all'indicativo. La causa di questa miscela di narratori sta nell'intento "memoriale" del racconto. Queste storie sono ricordi dell'autore stesso, e spesso e volentieri l'autore ritiene opportuno ricordare in prima persona le sensazioni di quel momento, soprattutto quelle più sfocate, o quelle più dolorose. Altre volte indica il suo personaggio con un semplice, ma dalle implicazioni complesse, "lui". Assurdo. Commovente, a volte.
Due parole sull'aspetto tecnico dell'ebook. Non avevo avuto esperienze fortunate con i primi ePub, e nella maggior parte dei casi, quando valevo la pena, mi sono messo a rifarli io, aggiustando i font, i titoli dei capitoli, gli indici, prefazioni, postfazioni, colophon, frontespizi e robe tipografiche varie. Non so se è finalmente diventata una cosa standard, ma questo ebook delle Edizioni e/o è un bijoux, perfetto, come un ebook deve essere per non farti rimpiangere i libri di carta. Anzi, sono andato a sbirciare il codice per vedere le ragioni di tanto ordine e bellezza calma e voluttà.
Qualche minimo problema di compatibilità si è verificato con l'app che uso, Aldiko per Android, che non mi faceva vedere le pagine che dividevano i tre racconti, quelle con solo i titoli. Ma, voglio dire, non mi attacco a problemi di compatibilità, ché siamo ancora in fasi pionieristiche di standardizzazione e si guarda già a EPUB 3, inutile farsi troppe pippe sulla compatibilità di formati già obsoleti.
Se ci vogliamo lamentare di qualcosa, questo qualcosa è per forza il prezzo. Io sono di quelli che più di 3 euro per un ebook non li vuole pagare. Questo in particolare viene 12,99 €, e siamo sulle 200 pagine. Stesso prezzo anche per l'altro libro che volevo comprare subito dopo, La libreria del buon romanzo, di Cossé. Così non va. Certo sono libri "nuovi" (Galgut è uscito tre mesi fa, Cossé un anno prima), e costano meno della loro versione cartacea (18 euro). Se poteva avere senso in passato aspettare un anno o due per un'edizione economica sotto i dieci euro, con gli ebook la cosa avrebbe del ridicolo. E' ovvio che il prezzo non dipende dal formato. Sia chiaro che il "problema" è questione generale, non solo di e/o. E ci sono anche solide ragioni a giustificare il prezzo alto degli ebook. Ma l'omino nel cervello poi mi dice "Allora a che pro comprare l'ebook? Compra il libro di carta, tanto costa praticamente uguale!". E che gli rispondo.
Gli rispondo di googlare "ebook price", e farsi un'idea da sé.
Per non parlare dei DRM. Non ne parliamo va, che potrei dire cose compromettenti.
Nell'attesa che i prezzi calino e che i DRM diventino leggenda, mi sa che l'estate la passerò a leggere grandi classici della letteratura occidentale in inglese, disponibili gratis un po' ovunque.
Intanto rimetto a caricare il Tab, che con due ore di lettura si beve mezza batteria...
sabato 23 aprile 2011
Indignerìe, su Rieduchescional Ciannel
E' uscito in italiano questo libello (Indignatevi!, di Stéphan Hessel) che ha spopolato in Francia qualche mese fa. Ho fatto il radical chic e me lo sono comprato in francese e in digitale. Ero parecchio indignato di mio (a parole, ovviamente) e volevo indignarmi ancora di più.Ma questo pamphlet non faceva davvero per me. Hessel è un comunista tout court, e gli ideali in nome dei quali fa appello a noi ggiovani perché ci indigniamo come si è indignato lui ai tempi del nazismo io ggiovane non li condivido pienamente. Sarò troppo ggiovane per poter capire? E allora perché ti appelli a me? O ti appelli solo a certi ggiovani? Mica giusto, allora... sono indignato!
In realtà quello che dice è talmente retorico che non si può non condividere. Come si può non essere d'accordo nell'opporsi allo strapotere delle banche, al crescente divario fra poveri e ricchi, al cieco sopruso colonizzatorio? Non si può, ma nel mio piccolo non credo che siano problemi che si risolvono imponendo ai singoli cittadini di dedicarsi all'interesse generale INVECE de (non ulteriormente a) l'interesse personale (che è pure sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, alla cui costituzione Hessel ha partecipato).
Altri aspetti di questo atto di indignazione li posso condividere con maggiore sicurezza, quali l'efficacia della non violenza in risposta alla violenza, l'impegno per lo sviluppo sostenibile, la libertà d'espressione, la repulsione verso l'indifferenza, l'ignoranza di alcune nazioni verso i diritti dell'uomo.
Poi, sarà che l'ho letto in francese e potrei non aver capito bene... ma non ho capito bene la posizione di Hessel sul terrorismo. Comprensibile? Giustificabile? Lasciamo stare?
Insomma, che fare? Nel dubbio, io personalmente, non lo chiederei a Stéphan Hessel. Mi convince a indignarmi di più Antonio Di Pietro. Non avrà sconfitto i nazisti e non avrà l'armadio privo di scheletri, ma qualcosa per la legalità l'ha fatto pure lui.
sabato 25 dicembre 2010
Il Mereghetti 2011: è arrivato, ma...
Manca Il cavaliere oscuro. Non è nell'elenco alfabetico, e non è nemmeno fra i film di Christopher Nolan nell'elenco dei registi. In compenso c'è il molto più recente Inception. Urca che svistona...
AGGIONAMENTO: sono anche altri i film importanti che mancano, ma sulla pagina di facebook (stavolta ufficiale) del dizionario 2011 li stanno aggiornando man mano.
Ma io ero venuto a lamentarmi in realtà di un'altra cosa, forse meno grave, ma per chi come me ci ha sbattuto molto la testa in questi anni è importantissima: la lista dei Classici Disney. Nell'anno in cui la Disney fa uscire Rapunzel - L'intreccio della torre bollandolo come suo 50° film (numero che ratifica definitivamente e finalmente la lista dei classici ribadita anche sul sito ufficiale dei Walt Disney Animation Studios), Mereghetti propone una scheda dedicata ai «Classici» (lo scrive fra queste virgolette) ormai completamente sballata, contenente i film misti tipo Mary Poppins e addirittura sequel come T come Tigro e Il libro della giungla 2 (con la scusa che in Italia sono usciti al cinema e non direttamente in cassetta/dvd come capita di solito a questo genere di prodotti), ignorando bellamente i film in computer grafica come Dinosauri, Chicken Little, I Robinson e Bolt, e fermandosi a Mucche alla riscossa (film del 2004... e La principessa e il ranocchio dell'anno scorso?!)
E infine... tutta la sezione della lettera D è piena di macchie di inchiostro...
Che vogliamo fare? Rettifichiamo?
sabato 11 dicembre 2010
#whyiread - #percheleggo
Su Twitter si parla del perché uno si sbatta tanto a leggere libri. Ecco alcuni dei motivi più suggestivi. Alcuni li condivido, altri semplicemente mi piacciono.
Non sono motivi di vanto. Sono risposte ingenue a una domanda ingenua: perché leggi?
[ Nota: non tutti i tweet sono attribuiti. Ho sbagliato a copiare. Troppo tardi. Il sottoscritto blogger si mette a disposizione degli aventi diritto (cit.)]
@3dve: Because the more you know, the more informed you are, the better the decisions you make in life about absolutely everything.
@abcdeeffe leggo perchè di sto Mondo bisogna sempre leggere le istruzioni
@amylibrarian: "Outside of a dog, a book is man's best friend. Inside of a dog, it's too dark to read." -Groucho Marx
@arthur_read8: BECAUSE IT'S SO FUN
@bennylinen: because the mind needs exercise just like the body
@Einaudieditore leggo come antidoto alla noia, alla tristezza, all'insonnia
@Einaudieditore è il modo più piacevole di capire e imparare. E quando ciò accade, la lettura diventa felicità
@Einaudieditore leggo perché una vita sola e una lingua sola non mi bastano
@Finzioni Leggo per legittima difesa
@Finzioni: Per l'immensa possibilità di poter far dire ai libri quello che voglio io
@HarryJPotterr: ...Because I'm not illiterate...And I have an imagination.
@Jabotism: Because I don't want to be a dumbass. #BecauseKnowledgeIsPower
@jasonpinter: As you get older, you realize being that nerdy kid who read all the time was the best thing that could have happened to you.
@KateMessner: Because stories show me who I am...and who I might become.
@paulocoelho: Because words are made of tears / Pq palavras são feitas de lágrimas
@peterstraubnyc: In the old days, to see how people & the world worked; now, for the pleasures, consolations, & shivers of art.
@revistaenie: because inbetween the letters in the blank spaces inbetween the words what you can never read there are hidden all of the secrets
@revistaenie: because sometimes when I read, I read something that changes the way I imagine the world (and I can never go back)
@revistaenie: it is the only way to be someone else while still being yourself
@RobynBradley RT To laugh. To cry. To dream. To learn. To imagine. To feel. To escape. To share.
@StampaSudSpa: Perchè è l'unica terapia di cui posso abusare.
#thingssomepeopledonthave the ability to sit down and read a good book and get your imagination out of this crazy world.
because it helps me sleep. Now going to bed with harry potter and the chamber of secrets. Goodnight :)
I don't want to be average which is#whyiread
I'm afraid that someday I'll be so sick that I can't. #whyiread #whyiwrite
My alma mater is books, a good library. I could spend the rest of my life reading, satisfying my curiosity
non mi piace veramente tanto leggere, ma mi piace come mi sento dopo
per avere l'impressione di parlare con un adulto (la maternità logora...)
Per il piacere della narrazione, per il piacere della non narrazione e per quei libri che, meravigliosamente, non dicono nulla
Per non incappare anch'io nella terribile sindrome di Quo (vedi link) http://bit.ly/hm4bRU
Per patire la fame con Arthur Gordon Pym, per vivere le sette generazioni dei Buendìa, per volare con Jonathan Livingston...
Perché ogni tanto questo mondo mi sta stretto e voglio spiare in quello degli altri.
Perché io possa dire "Ma allora non sono l'unica" di fronte a certe sensazioni.
martedì 2 novembre 2010
Il Mereghetti 2011 il 23 30 novembre, finalmente!
AGGIORNAMENTO: Essere ossessionato dall'eterno rinvio del Mereghetti ha fatto sì che le visite al mio blog zompassero in alto del 200%. Grazie Google :DCome capita spesso, nonostante l'ossessiva attesa, ora è uscito ma io non l'ho ancora comprato. Non sempre i soldi sono nel portafoglio, quando li cerchi. E a proposito di soldini, segnalo che sul neonato Amazon.it il Mereghetti 2011 lo si trova con un succulento sconto del 30%, che porta il prezzo finale a 34,93€! Quindici euro risparmiati non mi fanno per niente schifo!
Tutti lo cercavano, tutti lo volevano, si è fatto desiderare, ma adesso arriva, più costoso che mai!
Il famoso dizionario dei film di Paolo Mereghetti, che ha bigiato l'anno scorso dicendo che sarebbe arrivato in primavera e poi rinviato ancora, finalmente ritorna nelle librerie e, con un po' di sforzo economico, sui nostri scaffali!
DVD-Italy pubblica in anteprima la nuova copertina (con nuovi colori e fotogramma da La dolce vita, film appena restaurato da Martin Scorsese e presentato pochi giorni fa al Festival di Roma) e un'intervista al critico cinematografico autore della "bibbia" italiana del cinema, con alcune succulente anticipazioni sulle schede di alcuni nuovi film di quest'ultimo triennio di mereghettiana assenza.
Finalmente.
Dovrebbe costare 55 €, avere intorno alle 5000 pagine (probabilmente in 3 volumi, di cui uno per gli indici), e avere come ISBN 9788860736260.
giovedì 17 dicembre 2009
Nuove Frontiere della Fascetta
Sopra aveva una di quelle famigerate fascette promozionali. Che diceva: "Presentato da Fabio Fazio a Che tempo che fa". Non "il capolavoro del protagonista del film premio Oscar Man on Wire".
Oh, io Che tempo che fa lo vedo sempre e mi piace molto, e più di una volta ho comprato libri o visto film o ascoltato musica consigliati lì. Ma da qui a usarlo sulle fascette mi sembra quantomeno esagerato. Una cosa del genere in America succede con Oprah Winfrey. Pochi fortunati libri possono vantarsi di avere il bollino "Oprah's Book Club".
L'ultima volta che ho controllato Fazio era dato come il David Letterman italiano, non l'Oprah...
Da un lato mi fa piacere, dall'altro... boh, fa molto strano... comunque io sarei onorato di avere in libreria un libro con la fascetta che dice che è consigliato da me :D
domenica 29 novembre 2009
A pirate's book for me!
Poi è arrivato il capitano Jack Sparrow.
Non dico che è nata una passione per i pirati dopo Pirati dei Caraibi, ma hanno cominciato a stuzzicare la mia attenzione.Poi sono arrivati i pirati veri, di cui si è avuta notizia ogni tanto sui telegiornali, negli ultimi anni più che mai. Addirittura anche i buoni Syusy Blady e Patrizio Roversi stavano per esserne vittime, nelle loro meravigliose peregrinazioni in barca a vela.
Un giorno cercando online libri da comprare, mi colpisce questa copertina:
Non è la prima volta che mi faccio fregare dalle copertine. Quando vedo una bella copertina, su una bella edizione, la prendo. Di solito, appunto, sono fregature. Stavolta no. Me lo porto al mare (il posto giusto per leggere un libro sui pirati, no?) e lo inizio a leggere. Mi piace. Arrivo a metà e, per motivi indipendenti dalla qualità della storia, mi ritrovo a non leggerlo più. Passa qualche mese e ci riprovo, e arriviamo a oggi. Ho superato il punto in cui lo abbandonai e ora la lettura procede spedita.Tortuga è il primo libro di Valerio Evangelisti che ho mai comprato. Non è un autore che seguivo, poiché parla spesso di un argomento sì affascinante ma che a me è sempre stato indigesto: la storia. Però applicata alla narrazione della vita romantica e avventurosa dei pirati si concretizza in un felice connubio dal mio punto di vista.
Qualche giorno fa prima di andare al cinema vado a perdere un po' di tempo in libreria e cosa ti vedo? Questa:
Il teschio mi ha chiamato. Quando l'ho visto, senza ancora leggere titolo e autore, mi sono detto: "Vuoi vedere che Evangelisti ha fatto quello che speravo persino io che sono arrivato solo a metà di Tortuga?". Ebbene sì. Veracruz. Anche leggendo solo i primi capitoli di Tortuga si può conoscere l'aura leggendaria che circonda la presa di Veracruz da parte dei pirati di cui Evangelisti racconta. Già dai primi volumi ti viene voglia di leggere tutta la storia (che in Tortuga è solo, ma spesso, accennata) della conquista della colonia spagnola più forte e inespugnabile da parte dei Fratelli della Costa. Veracruz è quindi un prequel, e non vedo l'ora di leggerlo.E quando mi comincia a venire quel friccicorino che viene ogni volta che si legge un libro spettacolare, cioè "speriamo che ci facciano il film", cosa ti leggo su internet?
Il romanzo postumo di Michael Crichton, il romanziere più sfruttato nella storia del cinema, parla di pirati. Pirate Latitudes (L'isola dei pirati, come è arrivato pochi giorni fa in ItaliaI). E non solo, ma la trama è molto simile a quella di Tortuga.E per fugare ogni dubbio, non solo c'è la certezza che il film tratto da questo ultimo romanzo di Crichton si farà. Ma lo farà Steven Spielberg (che già attinse a Crichton per un certo capolavoro di nome Jurassic Park, e non pago anche per un certo terribile sequel di nome Il mondo perduto).
Le mie speranze di vedere adattato Evangelisti al cinema svaniscono. Come può, chiunque, pensare di competere con l'accoppiata Spielberg+Crichton?
L'accopiata Bruckheimer+Disney. Perché è in arrivo il quarto film della saga dei Pirati dei Caraibi: On Stranger Tides (a sua volta adattamento di un apprezzato romanzo che in italiano ha titolo Mari stregati, di Tim Powers).
Stesso cast della precedente trilogia, ma cambio di regista. Si passa a uno che di spettacoli e coreografie se ne intende: Rob Marshall (OSCAR per Chicago). Che fralaltro sta per arrivare al cinema nel giro di qualche settimana con un film che si preannuncia un capolavoro: Nine, scritto dal compianto Anthony Minghella OSCAR, tratto dal musical teatrale omonimo (7 TONY AWARDS) scritto dall'italiano Mario Fratti e basato sull'8½ di Federico Fellini 2 OSCAR. Un film con un cast stellare:
- Judi Dench OSCAR- Marion Cotillard OSCAR
- Sophia Loren OSCAR
- Nicole Kidman OSCAR
- Penélope Cruz OSCAR
- Stacie Ferguson
- Kate Hudson OSCAR
Mentre il signore di spalle, in basso a destra, è
- Daniel Day-Lewis 2 OSCAR
Quest'ultima cosa non c'entrava molto coi pirati, ma citando Rob Marshall non potevo esimermi dal dirla, vista l'imminenza dell'uscita di questo film.
sabato 21 novembre 2009
Ma brutto Mereghetti che non sei altro...

STRENNA NATALIZIA UN PAR DI PALLE!
IL MEREGHETTI 2010 È STATO RIMANDATO A PRIMAVERA... ma guarda tu... sono quattro anni che aspetto questo Natale per aggiornare il Mereghetti... ma che nervi...
EDIT:
RIRINVIATO A NOVEMBRE 2010 O_O Praticamente hanno zompato un anno e si passerà direttamente al Mereghetti 2011... ma guarda tu... ora mi tocca comprarmi il Morandini...
sabato 3 ottobre 2009
Le mie "vinti liri" su Baarìa

Il nuovo film di Giuseppe Tornatore è uscito il 25 settembre. Io il 29 settembre ho comprato la colonna sonora di Ennio Morricone su iTunes. Il 30 settembre sono andato nell'unico cinema romano (e credo anche l'unico dell'Italia continentale, a occhio) che lo trasmetteva in versione originale (dialetto) sottotitolata. Il 1 ottobre ho comprato la sceneggiatura del film, pubblicata da Sellerio. Ora, ci sarebbe anche un librone fotografico da 60 euro, e rischio di comprarlo.
Fermatemi, sono in piena estasi baarìota.
Per me questo film è come può essere stato Titanic per il mondo, o La vita è bella per gli italiani. Solo per me, a quanto pare. La critica internazionale riconosce i meriti di Tornatore ma nel complesso è freddina. La critica italiana è invece orba da entrambi gli occhi. Vedo votini nell'ordine del 5, o 6 sui siti di cinema italiani... cioè, a malapena sufficiente...
In realtà la critica italiana è prevenuta. Hanno subito pensato che Baarìa potesse diventare un successo di popolino perciò sono partiti a spron battuto a stroncarlo, complice il tremendo peccato originale di essere un film prodotto da Berlusconi, il quale l'ha pure recensito telefonicamente durante la *appassionantissima* rubrica cinematografica di Gigi Marzullo. E mica un giornale "di sinistra" può parlar bene di un film che è piaciuto a Berlusconi? Non sia mai.
Perciò la critica italiana sta facendo passare l'idea che questo kolossal costato 25 milioni di euro sia uno spreco inutile, sia il passo falso di Tornatore, la sua ennesima pacchianata che STAVOLTA non gli si può perdonare, che sia troppo lungo, che sia pieno di stereotipi sulla Sicilia, che sia troppo pieno di camei di popolari attori italiani non propriamente eccellenti, insomma, che sia una delle tante trovate populiste di Berlusconi, quindi non lo si deve andare a vedere sennò siamo tutti condannati.
Mi dispiace che queste dicerie politiche arrivino a toccare il cinema. Certo il cinema spesso non è stato immune dal dibattito politico, ma almeno una volta lo era per ragioni ideologiche. Oggi invece l'ideologia è il berlusconismo o l'antiberlusconismo, e il dibattito su questa ideologia è talmente basso e senza sbocchi intelligenti e costruttivi che pensavo che il cinema non ne sarebbe stato toccato. E invece.
Effettivamente Tornatore tocca punte di poesia al limite del simbolismo spinto che potranno sembrare lontane dagli interessi nazionalpopolari ma, come sempre nel caso di Tornatore, non sono mai patetici o forzati. Giuseppe Tornatore è un poeta, le sue "pacchianate" sono emozionanti nel senso meno superficiale del termine. Il film è costato tanto solo perché si è dovuto ricostruire il paesino di Bagheria nel deserto tunisino (si parla di un set quattro volte più grande di quello costruito da Dante Ferretti a Cinecittà per Gangs of New York di Martin Scorsese, che pure era una gigantesca e magnifica ricostruzione), e perché è strapieno di comparse, altrimenti il film è estremamente semplice e la sua anima sta nei pochi veri protagonisti e nei piccoli grandi drammi che un condadino di provincia affronta nella sua piccola grande vita. E è per questo che ho comprato il libro contenente la sceneggiatura, con i dialoghi scritti in dialetto, perché il succo di Baarìa è (come nel caso di tutti i capolavori) nella storia e nei personaggi. E poterli avere a portata di mano, anche solo per andare a vedere come si scrive "venti lire" in dialetto andando a cercare la scena dove viene pronunciato, per poi venirlo a scrivere qui sul blog, è un'emozione forte, una gioia, l'ennesimo regalo del cinema. E l'ennesimo regalo di Tornatore, che non ne sbaglia mai una. E incluso nel pacchetto-regalo c'è la nuova colonna sonora dell'inarrivabile ottantunenne Ennio Morricone, che in questo film è protagonista come non mai, con una musica che spesso e volentieri è talmente forte da coprire rumori e dialoghi, e persino coprire emozioni e scene. Forse è troppo forte (ma questo al limite sarà un difetto di missaggio audio, boh). Sicuramente è *presente*, sempre, nessuna scena è lasciata senza musica... lo so, in altri casi sarebbe un difetto, ma qui no, perché la musica è sempre *bella*, anche quando è inopportuna. Ma d'altronde la musica Morricone è come gli altri personaggi, è sulla scena, quindi non è inopportuna, urla solo più forte degli altri. E i siciliani urlano molto forte :)Questo è il candidato italiano agli Oscar, e io spero vivamente che si faccia onore, come merita, anche se ha concorrenti molto agguerriti (che ho avuto modo di vedere, grazie alle belle iniziative culturali che si organizzano nella Città Eterna... parlo dei vincitori del Festival di Cannes Il nastro bianco di Michael Haneke [Germania], e Un profeta, di Jacques Audiard [Francia])
Sicuramente il film può non piacere, anche facendo la tara alle polemiche antiberlusconiane di cui sopra. E' lungo, ha vari flashback che può essere arduo seguire, e non oso immaginare come sia "doppiato" in italiano, probabilmente risulterà come quelle che al nord chiamano "terronata". D'altronde non c'è modo di vederlo in originale se non venendo a Roma, o andando in Sicilia... oppure aspettando che esca il DVD.
Nell'attesa, ecco il trailer e due magnifici brani della colonna sonora. Il primo è una sinfonia contenente i temi principali del film e un bellissimo montaggio di voci siciliane che nel film si sente durante i titoli di coda. Il secondo, "Brindisi" è un altro bel tema principale, che nel film commenta una scena molto emozionante.
Trailer
"Sinfonia per Baarìa"
"Brindisi"
domenica 23 agosto 2009
Due nomi grossi così
Torno dalle vacanze e leggo che sono morti due nomi grossi così della cultura italiana.
Voglio condividere due umili ricordi personali che sono legati a queste due grandi persone.
Di Tullio Kezich ricordo il giorno in cui passai davanti al Cinema Eden di Roma e c'era affissa nella bacheca la fotocopia di una sua recensione/racconto sul Corriere della Sera sul film Sleuth - Gli insospettabili, di Kenneth Branagh (magnifico film, fralaltro). Sono rimasto come un ebete davanti a quella bacheca per svariati minuti a leggere e rileggere quell'articolo, ammirato dal racconto delle esperienze di Kezich nel cinema come nel teatro, e ovviamente anche dall'analisi del film (e dei film e pièce teatrali da cui è tratto).
Di Fernanda Pivano ricordo il documentario Fernanda Pivano: A Farewell to Beat, che racconta la vita di "Nanda" e i suoi incroci con altri nomi grossi quanto il suo della letteratura e musica americane e italiane, percorrendo con lei il suo ultimo viaggio in America.
Non si può non rimanere estasiati dalla sua vita, dalla sua cultura, dal suo coraggio e dal suo carisma che ha conquistato artisti di ogni risma (gioco di parole non voluto). Il documentario è appena stato messo su YouTube, ma vale la pena comprarlo in questa versione con libro.
martedì 21 luglio 2009
Patteggiano, i poeti...
Conto delle spese con danni:
- Versione paperback (quella danneggiata): -12,26 €
- Sconto poesia 10%: +1,23 €
- Rimborso per danno: +4,40 €
- Versione hardbook: -18,32 €
- Sconto poesia 10%: +1,83 €
= TOTALE: -23,12 €
Conto della spesa ideale:
- Versione hardbook: -18,32 €
- Sconto poesia 10%: +1,83
= TOTALE: -16,49 €
Una spesa di 23 euro per un gran bel libro che sperabilmente arriverà in buone condizioni, + un altro libro in versione sfregiata. Vabè, 23 euro è comunque ancora meno del prezzo di listino della versione cartonata, e ancora meno del prezzo a cui la vende quest'altro sito dalle spedizioni gratuite, a cui mi stavo rivolgendo per ripicca...
Comunque rispetto alla spesa ideale ci ho rimesso comunque 6,63 €. Mah poteva andare peggio... ad esempio il nuovo ordine potrebbe arrivarmi anch'esso danneggiato oO... allora sbrocco.
giovedì 16 luglio 2009
AAAAAAAAAAARGH

AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH! AAAAAAAAAAAAAAARGH!
MA E' IL MODO DI SPEDIRE UN LIBRO, QUESTO?! AHO! MA SIAMO PAZZI?! PRIMA MI MANDANO LE POESIE ADULATORIE E POI MI SPEDISCONO UN LIBRONE DA COLLEZIONE IMBALLATO DI MERDA?! MA CHE DAVERO? MO' VE LO RIPRENDETE E MI RIDATE I SOLDI, MA GUARDA TU...
Sono sotto shock...













