La prima prova dell'esame di Stato di quest'anno (reperibile qui) si caratterizza per la levità/banalità delle tracce proposte, oltre che per una scarsa attinenza con l'attualità, cosa anomala per un esame di Stato.
A questa banalità si sottrae il testo letterario proposto per l'analisi, tratto da una "prefazione" ma non per questo meno sconvolgente. Si tratta della prefazione a La ricerca delle radici, un'antologia di brani letterari curata da Primo Levi. La sola idea di un'antologia curata da intellettuali dalla sensibilità così spiccata e così popolare mi eccita, e a quanto pare eccitava anche Italo Calvino.
Il testo integrale della prefazione si può trovare qui, ma ciò che farò io in tempi speriamo brevi sarà comprare tutto il libro (già messo in wishlist su aNobii).
Ho trovato molto suggestiva la seconda parte del testo, dove Levi racconta brevemente un esperienza che non molti hanno potuto provare (non io, sicuramente): vivere in una famiglia di avidi lettori, e nella prima metà del secolo scorso, prima della guerra.
Ma soprattutto la traccia d'esame chiedeva agli studenti di compilare una loro antologia personale. Ora... io non avrei mai e poi mai scelto l'analisi del testo... ma farmi compilare un'antologia personale per me era un invito a nozze!
Fralaltro avevo già tentato, miseramente, di compilare una mia antologia (non commentata, grave errore), sul mio vecchio sito dilaniato dai virus (recuperabile qui, ma... usate qualche protezione). Era un progetto in fieri: non mi sono messo a recuperare vecchie letture, ma mi riproponevo di aggiungere brani man mano che affrontavo nuove letture. Per un po' l'ho fatto, e spero di poter riprendere l'abitudine.
Io non aspiro a diventare chissà chi, ma l'idea di un'antologia compilata passo passo, da quando si è giovani, è una bella idea. Perché non approfittare? Si potrebbe anche costruire un sito, un social network, per ospitare i brani preferiti di ognuno, ma ovviamente ci sarebbero mille problemi di copyright...
Fralaltro il mio amore per le antologie è dimostrato dall'aver conservato i nove volumi dell'antologia usata al liceo, e dall'ossessione a sbirciare ogni tanto le antologie delle mie sorelle che vanno/quando andavano ancora a scuola.
Infine, questa è un'altra antologia che ho goduriosamente acquistato ma non ancora letto: Antologia della letteratura fantastica di Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo.
Tornando alla maturità, e ai saggi brevi. Sono perplesso dalle tracce... per l'ambito artistico-letterario viene proposto "Piacere e piaceri"... non riesco a immaginarmi cosa poter scrivere, a parte qualche commento sui documenti allegati (che pure non mi offrono molti spunti, a parte l'elenco, condivisibile, di Brecht, e le due righe di tale Andrea Emo, che sto ancora cercando di capire).
"La ricerca della felicità" (ambito socio-economico?) ha dei bei documenti allegati, ma si presta solo a banali considerazioni sulla felicità, soprattutto a chiederli a degli under 20.
"Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader." (ambito storico-politico) presenta una criptica orazione mussoliniana la cui attinenza all'argomento proposto ancora mi sfugge... che si stia dando la colpa alla "migliore gioventù italiana" di allora?
Bello lo slancio idealistico di Togliatti, ma idealistico, appunto. Fosse vero diventerei comunista. Ugualmente retorico anche il discorso di Aldo Moro. Interessante invece l'interpretazione di Papa Giovanni Paolo II sulla "contestazione". A fare questa traccia un giovane potrebbe togliersi molti sassolini dalle scarpe... se non fosse che vengono attratti dalla traccia successiva...
"SIAMO SOLI?" (ambito tecnico-scientifico). Di scientifico al riguardo si può dire poco, se non che "è possibile" che non siamo soli. Per il resto, e i documenti allegati lo dimosrano, la questione è più filosofica e etica, e in questo senso è sempre stata molto interessante.
Il tema storico viene dedicato alle foibe, per la prima volta nella storia della repubblica. Un contentino per i naziskin a cui saranno girate le palle a tremila per il sarcastico inserimento del discorso di Mussolini? Certo bisogna aver studiato per parlarne. Io nella mia somma ignoranza (ma non indifferenza) non avrei saputo dire una mazza al riguardo.
Il tema sulla musica è molto ruffiano, ma non è una cattiva idea spingere i ggiovani "a parlare" di ciò che gli piace, non semplicemente a farlo. Fralaltro il piacere della musica tornerà pure sulla seconda prova dei licei linguistici. Ma ne riparliamo in un prossimo post.
giovedì 24 giugno 2010
Maturità 2010: prima prova
Un poema epico di
Francesco F.
composto verso le
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Il ritorno al paesello
Ho appena avuto la grama conferma che alcuni dei miei film preferiti lo sono perché sono praticamente *la stessa storia*: giovane in carriera in una grande città torna dopo tanti anni al paesello d'origine che schifava, e ci torna solo perché è appena morto un suo familiare che un tempo schifava, per problemi irrisolti che ora (magie della nostalgia) risolverà. Scena finale: adesso è dura lasciare il paesello per tornare alla carriera.
Topos irrinunciabile: Susan Sarandon nel ruolo della madre, quando non è morta.
Altro topos irrinunciabile: colonna sonora rock/country.
Eccone quattro (se ne conoscete altri, per favore segnalate!):
La mia vita a Garden State (Garden State, 2004)
di e con Zach Braff, con Ian Holm, Peter Sarsgaard e Natalie Portman (e pure un cameo di Jim Parsons/Sheldon di The Big Bang Theory :D)
- Colonna sonora

Scoperto grazie a Bramo (che lo segnalava come film sul rapporto padre-figlio, ma in realtà non è la parte principale della storia, e per questo non lo includerò nella seconda serie di Padri davvero, coming soon :P, così come non vi includerò nessuno dei film citati in questo post).
Una canzone per Bobby Long (A Love Song for Bobby Long, 2004)
di Shainee Gabel, con John Travolta e Scarlett Johansson
- Colonna sonora

Qui il ragazzo in carriera è in realtà una ragazza, la magnifica Scarlett Johansson, e non è nemmeno in carriera perché fatica a laurearsi. La aiuterà il magnifico John Travolta, che oltre a essere un poeta e uno spirito libero, è pure un professore di inglese.
Elizabethtown (2005)
di Cameron Crowe, con Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon e Alec Baldwin
- Colonna sonora

Il punto forte qui è proprio la colonna sonora (sia le canzoni, di cui sono usciti due album, sia la score strumentale originale di Nancy Wilson, moglie di Crowe). Non per niente Cameron Crowe era un critico musicale per Rolling Stone prima di buttarsi nel cinema (con film non proprio sconosciuti: Jerry Maguire, Almost Famous, Vanilla Sky, e Elizabethtown che presentò a Venezia).
Leaves of Grass (2009)
di e con Tim Blake Nelson, con Edward Norton, Susan Sarandon e Keri Russell
- Colonna sonora

Rivelazione dell'ultimo festival di Toronto e ancora non uscito in larga distribuzione (non chiedetemi come ho fatto a vederlo), il film c'entra poco col grandioso poema di Walt Whitman (se non per qualche citazione en passant) e c'entra un po' di più con l'erba che si fuma nell'ameno paesello d'origine di Edward Norton. Norton interpreta due gemelli, quello che insegna inglese al college e quello che spaccia droga e che si finge morto per far tornare a casa il fratello.
Molti lo danno come miglior film dell'anno, ma a me non sembra meglio dei tre film sopracitati, ovvero un bel film, divertente a tratti vagamente commovente.
Un'interessante variazione sul tema potrebbe essere Nuovo Cinema Paradiso, di Tornatore. Ma il protagonista non è ggiovane, e la storia raccontata è in flashback. E comunque il protagonista non schifava il suo paesello. Schifare il paesello è condizione necessaria.
Topos irrinunciabile: Susan Sarandon nel ruolo della madre, quando non è morta.
Altro topos irrinunciabile: colonna sonora rock/country.
Eccone quattro (se ne conoscete altri, per favore segnalate!):
La mia vita a Garden State (Garden State, 2004)
di e con Zach Braff, con Ian Holm, Peter Sarsgaard e Natalie Portman (e pure un cameo di Jim Parsons/Sheldon di The Big Bang Theory :D)
- Colonna sonora

Scoperto grazie a Bramo (che lo segnalava come film sul rapporto padre-figlio, ma in realtà non è la parte principale della storia, e per questo non lo includerò nella seconda serie di Padri davvero, coming soon :P, così come non vi includerò nessuno dei film citati in questo post).
Una canzone per Bobby Long (A Love Song for Bobby Long, 2004)
di Shainee Gabel, con John Travolta e Scarlett Johansson
- Colonna sonora

Qui il ragazzo in carriera è in realtà una ragazza, la magnifica Scarlett Johansson, e non è nemmeno in carriera perché fatica a laurearsi. La aiuterà il magnifico John Travolta, che oltre a essere un poeta e uno spirito libero, è pure un professore di inglese.
Elizabethtown (2005)
di Cameron Crowe, con Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon e Alec Baldwin
- Colonna sonora

Il punto forte qui è proprio la colonna sonora (sia le canzoni, di cui sono usciti due album, sia la score strumentale originale di Nancy Wilson, moglie di Crowe). Non per niente Cameron Crowe era un critico musicale per Rolling Stone prima di buttarsi nel cinema (con film non proprio sconosciuti: Jerry Maguire, Almost Famous, Vanilla Sky, e Elizabethtown che presentò a Venezia).
Leaves of Grass (2009)
di e con Tim Blake Nelson, con Edward Norton, Susan Sarandon e Keri Russell
- Colonna sonora

Rivelazione dell'ultimo festival di Toronto e ancora non uscito in larga distribuzione (non chiedetemi come ho fatto a vederlo), il film c'entra poco col grandioso poema di Walt Whitman (se non per qualche citazione en passant) e c'entra un po' di più con l'erba che si fuma nell'ameno paesello d'origine di Edward Norton. Norton interpreta due gemelli, quello che insegna inglese al college e quello che spaccia droga e che si finge morto per far tornare a casa il fratello.
Molti lo danno come miglior film dell'anno, ma a me non sembra meglio dei tre film sopracitati, ovvero un bel film, divertente a tratti vagamente commovente.
Un'interessante variazione sul tema potrebbe essere Nuovo Cinema Paradiso, di Tornatore. Ma il protagonista non è ggiovane, e la storia raccontata è in flashback. E comunque il protagonista non schifava il suo paesello. Schifare il paesello è condizione necessaria.
Un poema epico di
Francesco F.
composto verso le
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martedì 22 giugno 2010
Maturità!!!
Ehi, quest'anno mi ha colto alla sprovvista!
Oggi è il giorno della prima prova.
"Scuola Zoo", un sito davvero molto bello [Sarcasmometer: Out of Range Exception], ha pubblicato 7 pagine di testo "ufficiale". Ovviamente erano fasulle. Io stesso anni fa provai a replicare il (bello) stile delle tracce ufficiali del ministero, quando mi allenavo a usare gli stili con Word. Ma potrebbe anche essere una traccia davvero del ministero e poi abbandonata. O potrebbe essere un collage di vecchie prove d'esame.
Le vere tracce hanno cominciato a circolare, ovviamente, poco dopo l'inizio dell'Esame. Io aspetterò che il sito del ministero pubblichi online il pdf ufficiale.
EDIT: Ecco la prima prova online sul sito del Ministero.
EDIT: Ecco la prima prova online sul sito del Ministero.
Per le prime indiscrezioni rimando al tradizionale Speciale Maturità di Repubblica.
Un poema epico di
Francesco F.
composto verso le
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lunedì 31 maggio 2010
Ottanta voglia di Clint [...]
Oggi Clint compie 80 anni. Gli farei un postone lungo così, ma l'hanno già fatto magnificamente quelli di Mubi.
Il mio omaggio, qui, si limiterà a un po' di locandine:




Il mio omaggio, qui, si limiterà a un po' di locandine:




Un poema epico di
Francesco F.
composto verso le
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mercoledì 26 maggio 2010
"Muoiono tutti... i misteri": Il Finale di Lost
Tanti blogger in giro per il mondo (alcuni più o meno notevoli anche in Italia), hanno passato gli ultimi sei anni ad analizzare e commentare gli episodi di Lost appena trasmessi. Era un modo di vivere questo telefilm usando la Rete, per confrontare i propri commenti con quelli degli altri, per cercare e contemporaneamente offrire chiavi di lettura diverse a una storia che di livelli di lettura ne ha diversi. Nessuno può pretendere di capire Lost guardandolo da solo. Da soli ci si può solo formare la propria Teoria del Tutto. Ci si può affezionare a questo o quel personaggio e provare insofferenza verso altri personaggi.
Ho cercato di capire se questa caratteristica dello show sia un merito dei suoi autori, o una conseguenza inaspettata, magari anche banale, o addirittura un difetto (troppe chiavi di lettura = nessuna chiave di lettura valida?).
Sicuramente gli autori hanno giocato su questa ambiguità. Quanto allo scopo dei loro giochi, quello non ci è dato saperlo. L'ambiguità era un mezzo per portare gli spettatori a nuovi livelli di consapevolezza, o un trucco per mantenere viva l'attenzione (e alti gli ascolti)? Come dice la Madre, ogni domanda porta altre domande, quindi a un certo punto bisogna fermarsi. Ognuno sceglie il suo certo punto, e il mio è questo. A me sono state aperte porte verso nuovi livelli di consapevolezza, e tanto mi basta per considerare Lost un telefilm "d'autore" e non "d'intrattenimento", nonostante gli autori di Lost siano dei tizi che hanno fatto la loro fortuna sull'intrattenimento. Sapete, ogni tanto capita che dei buffoni siano particolarmente ispirati e tirino fuori un capolavoro. Non si può sapere cos'è che li ispira... forse erano destinati a partorire quell'unico capolavoro, per poi tornare a lavori più modesti. Forse è un punto d'arrivo, o forse è un punto d'inizio. In entrambi i casi il sottoscritto è soddisfatto.
Tornando al discorso dei blogger: io in questi anni (solo tre, ché ho iniziato tardi) ho scelto di ascoltare e non di proporre. Se avessi commentato Lost a ogni episodio non ne sarei uscito più esperto di quanto non sia ora. E mi accorgo adesso che non commentare un'opera d'arte significa riconoscerne la grandezza. Che potrei mai aggiungere io a un episodio di Lost? Qualche battuta ironica, magari. Ma sia che debba celebrarlo, sia che debba criticarlo, faccio meglio a tacere.
Ma mi contraddico: in realtà molto spesso ho commentato, informalmente, chiacchierando. E adesso, dopo il Finale, scelgo persino di commentare formalmente, con questo post più lungo e articolato del solito.
Alla fine qualcosa bisogna dirla, anche per mettere in ordine le idee (processo molto difficile quando riguardano un'opera che per fruirla tutta sono necessarie più di ottanta ore, e sicuramente non consecutive). Bisogna dire qualcosa perché di Lost non se ne parli male, poiché questo è il destino che lo attende, stando a quanto riportano sommariamente i giornali in questi giorni.
Lost delude/illude per alcuni aspetti. Lost emoziona e appaga per alcuni altri aspetti. Alla fine chiunque l'ha seguito si ritroverà deluso oppure appagato. E i delusi non sono più furbi o stupidi degli appagati, e gli appagati non più furbi o stupidi dei delusi, nonostante entrambe le fazioni si dichiarano furbe, e accusano l'altra di esser stupida.
I giornali raccontano che gli spettatori ora rinnegano i sei anni di vita dedicati a Lost. Questo non dimostra che Lost è una sòla. Dimostra che la grande maggioranza dei suoi spettatori è una sòla, non sanno a cosa sono realmente andati dietro negli ultimi sei anni. Il che è utile a filtrare anche gli ultimi indegni di un prodotto che seppur incompleto, almeno, è complesso.
La delusione: i misteri irrisolti.
Fra i degni qualche deluso comunque rimane. Perché Lost ha fatto degli intricati e assurdi misteri uno dei suoi tratti distintivi. E, alla fine dei giochi, i misteri sono rimasti irrisolti. Lost è quindi un'opera incompiuta. Quanta gente nel corso dei secoli ha pianto e si è disperata per le opere incompiute... Quanta gente ha invocato gli dei della giustizia perché i capolavori incompiuti avessero una compiutezza... Eppure gli dei della giustizia non han prestato loro orecchio. Non lo hanno fatto nemmeno per Lost.
Come gestire questa pesante mancanza di risposte è un problema che si riproporrà quando si rivedrà Lost dall'inizio e saranno evidenti i misteri che non hanno avuto una soluzione. Ognuno di quei misteri riaprirà una ferita.
Ma riaprirla vuol dire che qualcosa, quelle ferite, le deve aver prima rimarginate.
L'emozione: le piccole grandi vite.
[è incredibile come fino a questo punto sia riuscito a scrivere così tanto senza raccontare niente dell'episodio finale... ma ora rimedio...]
Sin dal primo episodio di Lost una cosa era chiara: si parla di redenzione dei personaggi. Qualcuno sintetizzava con la parola "purgatorio", e subito si innalzava il grido di protesta dei fan. Gli autori all'epoca negavano, ciononostante continuavano a sottolineare quanto lo show raccontasse di redenzione, di seconde possibilità, di destino, di bontà, di fiducia, di amore. Gli indizi c'erano per capire che l'ipotesi "purgatorio" non era così lontana dalla realtà. C'erano però anche orsi polari, colonne di fumo senziente e omicida, navi galere ottocentesche in mezzo alla giungla, apparizioni indecifrabili, indigeni ostili che frequentano club del libro, viaggi nel tempo, geroglifici incisi un po' ovunque... non è da rimproverare chi si era illuso che queste stranezze fossero l'essenza dell'Isola misteriosa. Queste stranezze invece si sono rivelate solo strumenti per uno scopo tutt'altro che assurdo e inspiegabile, anzi ingenuo, naturale: avere cura del prossimo, vivere, amare.
Jack lo disse sin dal primo giorno: "si vive insieme, si muore da soli". Lui poi è morto da solo, ma al momento giusto: dopo aver salvato tutti. Quella che era una regola di sopravvivenza, si è dimostrata essere il senso stesso della vita. Quella che era l'appiglio a cui tenersi nell'attesa di lasciare quella maledetta Isola e tornare a casa, è diventata la ragione schiacciante per rimanere sull'Isola e proteggerla dalla minaccia. Quale minaccia? Questo non s'è capito. Ma se Jack è diventato l'essenza del Bene, nulla impedisce di considerare quella minaccia come l'essenza del Male, e quindi assistere all'epica battaglia fra i due senza sbadigliare, senza chiedersi perché Jack vuol fare il Bene e perché il Fumo Nero vuol fare il Male.
Jack si è sacrificato perché gli altri andassero a vivere le loro vite: Hurley a prendersi cura delle persone come nuovo Guardiano del Bene (e forse un giorno si sacrificherà anche lui come Jack), Kate ad aiutare Claire a crescere Aaron (magari a prendersi cura anche di Ji Yeon, orfana dei poveri Sun e Jin?), Sawyer da sua figlia Clementine, Desmond dalla sua amata Penny e il loro figlio Charlie (nome dedicato a un'altro martire del Bene), Alpert a "rinascere" da essere mortale e amare la vita. E' per tutta questa vitalità che sono morti quelli che sono morti. E di tutti (sia i vivi, sia i morti) abbiamo conosciuto le loro vite passate, le debolezze e gli errori da cui si sono redenti contribuendo alla causa del "vivere insieme" sull'Isola, la parte più importante della loro vita.
Dopodiché c'è la celebrazione del Bene. "E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar". La realtà alternativa presentataci in questa sesta stagione si è rivelata essere il Roxy Bar dove i nostri eroi si ritrovano (ma prima si cercano, ognuno coi suoi tempi) alla fine del viaggio.
Un purgatorio, prima di entrare in paradiso, prima di "move on", "let go", "andare avanti", il motto seminato in ogni episodio di questa stagione, in situazioni più o meno metaforiche, a indicare la fine delle tribolazioni e l'inizio del meritato riposo. Ognuno nelle braccia della propria costante.
[A onor del vero: io tutto questo non l'ho capito fino a quando non ho letto queste due analisi e rivisto una seconda volta il Finale]
Che altro pretendere da una storia? Un'inizio, uno svolgimento, e un'assaggio di un futuro ormai certamente a lieto fine. Tutto questo non solo per un personaggio, ma per almeno una trentina di personaggi radicalmente diversi l'uno dall'altro.
Sei anni passati a conoscere queste trenta persone "speciali"... come si fa a rinnegarli? Si può, ma lo si sarebbe potuto e dovuto fare già da molto, non serviva aspettare il Finale.
Lost è una magnifica incompiuta, che dopo un Finale tanto emozionante nessuno può azzardarsi a compiere definitivamente. Sarebbe un crimine che perdonerei solo a qualche genio del calibro di Neil Gaiman, Alan Moore e Stephen King. Dubito che ne abbiano il tempo e la voglia.
E ora credo che lascerò passare qualche anno prima di rivedere da capo Lost... cosa che negli ultimi anni ho già fatto molte volte. Speriamo che nel frattempo non sia uscito un nuovo supporto video a sostituire il blu-ray. Sarebbe seccante.
Ho cercato di capire se questa caratteristica dello show sia un merito dei suoi autori, o una conseguenza inaspettata, magari anche banale, o addirittura un difetto (troppe chiavi di lettura = nessuna chiave di lettura valida?).
Sicuramente gli autori hanno giocato su questa ambiguità. Quanto allo scopo dei loro giochi, quello non ci è dato saperlo. L'ambiguità era un mezzo per portare gli spettatori a nuovi livelli di consapevolezza, o un trucco per mantenere viva l'attenzione (e alti gli ascolti)? Come dice la Madre, ogni domanda porta altre domande, quindi a un certo punto bisogna fermarsi. Ognuno sceglie il suo certo punto, e il mio è questo. A me sono state aperte porte verso nuovi livelli di consapevolezza, e tanto mi basta per considerare Lost un telefilm "d'autore" e non "d'intrattenimento", nonostante gli autori di Lost siano dei tizi che hanno fatto la loro fortuna sull'intrattenimento. Sapete, ogni tanto capita che dei buffoni siano particolarmente ispirati e tirino fuori un capolavoro. Non si può sapere cos'è che li ispira... forse erano destinati a partorire quell'unico capolavoro, per poi tornare a lavori più modesti. Forse è un punto d'arrivo, o forse è un punto d'inizio. In entrambi i casi il sottoscritto è soddisfatto.
Tornando al discorso dei blogger: io in questi anni (solo tre, ché ho iniziato tardi) ho scelto di ascoltare e non di proporre. Se avessi commentato Lost a ogni episodio non ne sarei uscito più esperto di quanto non sia ora. E mi accorgo adesso che non commentare un'opera d'arte significa riconoscerne la grandezza. Che potrei mai aggiungere io a un episodio di Lost? Qualche battuta ironica, magari. Ma sia che debba celebrarlo, sia che debba criticarlo, faccio meglio a tacere.
Ma mi contraddico: in realtà molto spesso ho commentato, informalmente, chiacchierando. E adesso, dopo il Finale, scelgo persino di commentare formalmente, con questo post più lungo e articolato del solito.
Alla fine qualcosa bisogna dirla, anche per mettere in ordine le idee (processo molto difficile quando riguardano un'opera che per fruirla tutta sono necessarie più di ottanta ore, e sicuramente non consecutive). Bisogna dire qualcosa perché di Lost non se ne parli male, poiché questo è il destino che lo attende, stando a quanto riportano sommariamente i giornali in questi giorni.
Lost delude/illude per alcuni aspetti. Lost emoziona e appaga per alcuni altri aspetti. Alla fine chiunque l'ha seguito si ritroverà deluso oppure appagato. E i delusi non sono più furbi o stupidi degli appagati, e gli appagati non più furbi o stupidi dei delusi, nonostante entrambe le fazioni si dichiarano furbe, e accusano l'altra di esser stupida.
I giornali raccontano che gli spettatori ora rinnegano i sei anni di vita dedicati a Lost. Questo non dimostra che Lost è una sòla. Dimostra che la grande maggioranza dei suoi spettatori è una sòla, non sanno a cosa sono realmente andati dietro negli ultimi sei anni. Il che è utile a filtrare anche gli ultimi indegni di un prodotto che seppur incompleto, almeno, è complesso.
La delusione: i misteri irrisolti.
Fra i degni qualche deluso comunque rimane. Perché Lost ha fatto degli intricati e assurdi misteri uno dei suoi tratti distintivi. E, alla fine dei giochi, i misteri sono rimasti irrisolti. Lost è quindi un'opera incompiuta. Quanta gente nel corso dei secoli ha pianto e si è disperata per le opere incompiute... Quanta gente ha invocato gli dei della giustizia perché i capolavori incompiuti avessero una compiutezza... Eppure gli dei della giustizia non han prestato loro orecchio. Non lo hanno fatto nemmeno per Lost.
Come gestire questa pesante mancanza di risposte è un problema che si riproporrà quando si rivedrà Lost dall'inizio e saranno evidenti i misteri che non hanno avuto una soluzione. Ognuno di quei misteri riaprirà una ferita.
Ma riaprirla vuol dire che qualcosa, quelle ferite, le deve aver prima rimarginate.
L'emozione: le piccole grandi vite.
[è incredibile come fino a questo punto sia riuscito a scrivere così tanto senza raccontare niente dell'episodio finale... ma ora rimedio...]
Sin dal primo episodio di Lost una cosa era chiara: si parla di redenzione dei personaggi. Qualcuno sintetizzava con la parola "purgatorio", e subito si innalzava il grido di protesta dei fan. Gli autori all'epoca negavano, ciononostante continuavano a sottolineare quanto lo show raccontasse di redenzione, di seconde possibilità, di destino, di bontà, di fiducia, di amore. Gli indizi c'erano per capire che l'ipotesi "purgatorio" non era così lontana dalla realtà. C'erano però anche orsi polari, colonne di fumo senziente e omicida, navi galere ottocentesche in mezzo alla giungla, apparizioni indecifrabili, indigeni ostili che frequentano club del libro, viaggi nel tempo, geroglifici incisi un po' ovunque... non è da rimproverare chi si era illuso che queste stranezze fossero l'essenza dell'Isola misteriosa. Queste stranezze invece si sono rivelate solo strumenti per uno scopo tutt'altro che assurdo e inspiegabile, anzi ingenuo, naturale: avere cura del prossimo, vivere, amare.
Jack lo disse sin dal primo giorno: "si vive insieme, si muore da soli". Lui poi è morto da solo, ma al momento giusto: dopo aver salvato tutti. Quella che era una regola di sopravvivenza, si è dimostrata essere il senso stesso della vita. Quella che era l'appiglio a cui tenersi nell'attesa di lasciare quella maledetta Isola e tornare a casa, è diventata la ragione schiacciante per rimanere sull'Isola e proteggerla dalla minaccia. Quale minaccia? Questo non s'è capito. Ma se Jack è diventato l'essenza del Bene, nulla impedisce di considerare quella minaccia come l'essenza del Male, e quindi assistere all'epica battaglia fra i due senza sbadigliare, senza chiedersi perché Jack vuol fare il Bene e perché il Fumo Nero vuol fare il Male.
Jack si è sacrificato perché gli altri andassero a vivere le loro vite: Hurley a prendersi cura delle persone come nuovo Guardiano del Bene (e forse un giorno si sacrificherà anche lui come Jack), Kate ad aiutare Claire a crescere Aaron (magari a prendersi cura anche di Ji Yeon, orfana dei poveri Sun e Jin?), Sawyer da sua figlia Clementine, Desmond dalla sua amata Penny e il loro figlio Charlie (nome dedicato a un'altro martire del Bene), Alpert a "rinascere" da essere mortale e amare la vita. E' per tutta questa vitalità che sono morti quelli che sono morti. E di tutti (sia i vivi, sia i morti) abbiamo conosciuto le loro vite passate, le debolezze e gli errori da cui si sono redenti contribuendo alla causa del "vivere insieme" sull'Isola, la parte più importante della loro vita.
Dopodiché c'è la celebrazione del Bene. "E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar". La realtà alternativa presentataci in questa sesta stagione si è rivelata essere il Roxy Bar dove i nostri eroi si ritrovano (ma prima si cercano, ognuno coi suoi tempi) alla fine del viaggio.
Un purgatorio, prima di entrare in paradiso, prima di "move on", "let go", "andare avanti", il motto seminato in ogni episodio di questa stagione, in situazioni più o meno metaforiche, a indicare la fine delle tribolazioni e l'inizio del meritato riposo. Ognuno nelle braccia della propria costante.
[A onor del vero: io tutto questo non l'ho capito fino a quando non ho letto queste due analisi e rivisto una seconda volta il Finale]
Che altro pretendere da una storia? Un'inizio, uno svolgimento, e un'assaggio di un futuro ormai certamente a lieto fine. Tutto questo non solo per un personaggio, ma per almeno una trentina di personaggi radicalmente diversi l'uno dall'altro.
Sei anni passati a conoscere queste trenta persone "speciali"... come si fa a rinnegarli? Si può, ma lo si sarebbe potuto e dovuto fare già da molto, non serviva aspettare il Finale.
Lost è una magnifica incompiuta, che dopo un Finale tanto emozionante nessuno può azzardarsi a compiere definitivamente. Sarebbe un crimine che perdonerei solo a qualche genio del calibro di Neil Gaiman, Alan Moore e Stephen King. Dubito che ne abbiano il tempo e la voglia.
E ora credo che lascerò passare qualche anno prima di rivedere da capo Lost... cosa che negli ultimi anni ho già fatto molte volte. Speriamo che nel frattempo non sia uscito un nuovo supporto video a sostituire il blu-ray. Sarebbe seccante.
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Francesco F.
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