domenica 6 maggio 2012

Bollywood a Hollywood

Nella mia vita credo di aver visto un solo film indiano (due anni fa a Giffoni, bellissimo: Udaan), era un film spiccatamente musicale, ma (che io ricordi) non aveva il classico numero di danza bollywoodiano. Ultimamente invece di balletti bollywoodiani ne ho visti spesso nelle produzioni americane. Molti si sono mostrati insofferenti verso certi innesti etnici. A me invece non sono affatto dispiaciuti tutti gli esempi in cui mi sono imbattuto.
Sto cercando di informarmi meglio sulla "tradizione" dei balletti bollywoodiani. Sono qualcosa di molto radicato nella cultura indiana, che il cinema indiano (notoriamente il più produttivo del mondo) di regola omaggia con queste messe in scena sontuose (sarà un riflesso dell'elevata densità di popolazione). Quel che è certo è che scene di danza di questa portata sono da manuale di regia, montaggio, recitazione, scenografia, costumi, coreografia. Inscenarle fuori contesto per i registi americani (e anche per gli attori!) è una sfida con se stessi, anche autoironica, ma che dimostra la loro passione per il mestiere. Le potenzialità del linguaggio e degli strumenti cinematografici vanno oltre gli schemi inattaccabili di Hollywood, anche se non abbiamo mai la possibilità di verificarlo.
Quasi mai. Ecco quattro, belli e diversi, esempi

The Millionaire (regia di Danny Boyle)
L'origine di tutti i mali, la scena più odiata del film più odiato dopo Shakespeare in Love.


"The Thespian Catalyst" (The Big Bang Theory, stagione 4, episodio 14, regia di Mark Cendrowski)
Qui scopriamo che, balletto a parte, Raj non è gay.


Biancaneve (regia di Tarsem)
La degna conclusione di una favola ironica e spensierata (la canzone però non è originale: versione originale)


"Publicity" (Smash, stagione 1, episodio 12, regia di Michael Mayer)
In Smash le scene musicali ovviamente non mancano, ma questa botta di Bollywood (inserita anche un po' forzatamente nella trama) è di sicuro la più ricca e la più riuscita.

mercoledì 2 maggio 2012

Hunger Games, e della confusione che in me ingenerò.

Di Hunger Games, kolossal cinematografico appena giunto nelle nostre sale, vi diranno molte cose che se uno ci pensa su bene sono completamente false e fuorvianti. Vi diranno che è un film d'avventura per ragazzi, che è una critica ai reality show, che è divertente. O almeno così hanno detto a me, e all'uscita dal cinema avevo il cervello in pappa per lo shock.

Lo shock deriva dal sovraccarico di pensieri che ogni aspetto del film mi ha indotto. Alcuni pensieri mi portavano a condannare il film per eccessiva ambizione e arroganza. Altri pensieri riguardavano la potenza metanarrativa/metacinematografica di quello che vedevo, cioè a dire un film che mi fa pensare al cinema, uno spettacolo che mi fa pensare allo spettacolo che sto guardando e allo spettacolo in generale. Altri pensieri si limitavano a ripescare dalla memoria la quantità smodata di opere e autori a cui questo film, volente o nolente, si ispira o a cui deve qualcosa.
Cercherò ora di dispiegare detti pensieri, vari e confusi.

La trama del film riguarda 24 ragazzi più o meno cresciuti che devono scannarsi a vicenda per il pubblico ludibrio se vogliono sopravvivere. Quindi, senza timor di rovinare sorprese, posso rivelare che in questo film muoiono dei bambini. Mi permetto di aggiungere che non ci vengono risparmiati i dettagli di tali assassinii. Ora è evidente che un film del genere non è né per ragazzi né divertente. E più che d'avventura è di orrore. Lo dico senza i miei soliti pregiudizi per l'horror. Anzi, dell'horror Hunger Games prende il meglio, ma ne parlerò dopo. Ora focalizziamoci sull'ambizione.
Un altro romanzo fondamentale parla di bambini che ammazzano bambini. Si intitola Il signore delle mosche, l'ha scritto sessant'anni fa il premio Nobel William Golding, e non ha bisogno di presentazioni. Golding parlava della natura umana in condizioni primitive. Suzanne Collins (l'autrice dei romanzi di Hunger Games) parla della natura umana in condizioni postapocalittiche. Dei due, quello più autorizzato a parlarci di come e perché un bambino ammazza un altro bambino mi sembra il primo. Pier Paolo Pasolini ci parlò di giovani innocenti in periodo postbellico (Salò o le 120 giornate di Sodoma) ma ebbe la grazia di coinvolgere esclusivamente gli adulti nella Colpa.
Ho immaginato questo film in mano a Tim Burton (per via del grottesco distacco dell'élite adulta verso il Gioco bestiale), o a Quentin Tarantino (un modo per rendere divertenti tutte quelle morti precoci l'avrebbe trovato).
E non ho potuto non pensare al capostipite di ogni critica ai reality show: The Truman Show, di Peter Weir. I punti in comune, non solo tematicamente, sono molti (la cupola, il regista/stratega, gli sponsor, la ribellione).
Insomma, quel che voglio dire è che una tale degenerazione dell'animo umano non è tema da film commerciale. Avrei gradito qualche sapientone in più fra gli autori, al livello di quelli succitati, se proprio dovevano sconvolgermi a tal punto. Perché un sapientone non avrebbe trattato temi sì alti mescolandoli a storie d'amore banalmente abbozzate e momenti strappalacrime automatici. Un sapientone non si sarebbe dovuto preoccupare di rendere la sua storia "il film evento dell'anno".

Eppure.

Eppure qualche sapientone, seppur non dietro la storia, c'era. C'era per esempio Tom Stern alla direzione della fotografia. E se dico che Tom Stern è il direttore della fotografia degli ultimi dieci film di Clint Eastwood spero di rendere bene l'idea di quanto viscerale sia la mia stima per lui. Al montaggio c'era Stephen Mirrione, il montatore di Steven Soderbergh, Alejandro Iñárritu e George Clooney, insomma uno che ha ridefinito l'estetica del thriller d'autore dell'ultima decade. E c'era la colonna sonora di James Newton Howard, un raffinato orchestratore di musica d'azione, che nobilita anche i peggiori film (e purtroppo gliene affidano a iosa).
Qualche bella sorpresa è venuta fuori anche dal cast di personaggi secondari. Woody Harrelson e Stanley Tucci danno un'ottima performance per dei personaggi sostanzialmente inutili ma che puntellano la storia costantemente, come un coro di commento alla tragedia in atto.

Avevo lasciato in sospeso la questione "horror".
Gli "Hunger Games" nel film sono un evento annuale atteso con terrore da tutti gli abitanti dei dodici distretti periferici. Ogni distretto perde due giovani ogni anno in questi brutali scontri organizzati dai ricchi abitanti della Capitale come intrattenimento televisivo. Dei ventiquattro partecipanti se ne salva solo uno, sicché è quasi certo che ogni giovane selezionato è destinato a morire. Nel film i giochi veri e propri iniziano solo nel secondo tempo. Il primo tempo è un'estenuante attesa. E quando finalmente i giochi iniziano, l'estenuante attesa è quella della morte di ogni giocatore.
Gli autori fanno propria la lezione di Hitchcock sulla suspense. La tensione non cala, e ogni nuova violenza (col suo momentaneo sollievo luttuoso) non scalfisce l'ansia, mai, fino alla fine. Lo svolgimento dei giochi è narrato nel dettaglio, col passare dei giorni e delle notti, senza glissare. Nuovi pericoli, nuove distrazioni, a getto continuo.
Questo è un culto per la narrazione che nei film commerciali, per tacer dei film per ragazzi, non ci è dato di vedere spesso.

C'è un ultimo aspetto che ha contribuito al mio shock. La critica ai reality show. La questione non è così semplice.
I reality show ci imbarbarirebbero, nella nostra morbosità di spiare le vite, e le sofferenze, altrui? I produttori senza scrupoli, non paghi degli scherzi del destino, organizzano scherzi anche a tavolino pur di vendere? E la gente che li critica, i parenti stessi degli spiati, ma poi sono anche loro incollati alla TV?
Domande retoriche, a una prima lettura. Ne abbiamo fatto esperienza tutti in questi dieci anni e rotti di reality show. Ne hanno parlato tutti. Ne parla anche questo film. Eppure non è questo, secondo me, il senso di Hunger Games. Non vorrei sopravvalutare l'autrice, visto che non l'ho trattata bene finora (senza neanche aver letto i suoi libri), ma a mio parere sui reality show e lo spettacolo in generale Suzanne Collins tocca un tasto che quasi nessuno aveva mai osato toccare.
Non è la sete di spettacolo, di sensazionalismo, che ci imbarbarisce e ci fa dimenticare le elementari e autoevidenti ragioni della dignità umana. Noi spettatori del film Hunger Games non siamo diversi dai riccastri spettatori degli "Hunger Games" solo perché per noi quella violenza è finzione e mentre per loro è realtà. Noi godiamo dell'avventura, anche della violenza, e ci commuoviamo per le ingiustizie. Lo facciamo davanti ai film, ma anche davanti ai telegiornali o agli incidenti stradali. E i telegiornali rincorrono il sensazionalismo per rifornirci di tante emozioni, più che di notizie.
Invece è lo spettacolo che ci salva da questa morbosità congenita. Questo è il senso della frase "the show must go on", ormai diventata erroneamente sinonimo di cinismo. Quando il mondo va a rotoli è lo spettacolo che ci insegna come andare avanti. Lo spettacolo dà il senso, quando questo viene a mancare nella vita.
Nel film è la storia d'amore a salvare i due fidanzatini, altrimenti condannati a uccidersi l'un l'altro. Solo che la storia d'amore è finta. La inventa il personaggio di Woody Harrelson (il mentore svogliato dei ragazzi) e la propone uno degli strateghi del gioco. Senza questo "colpo di scena" i ragazzi avrebbero perso la voglia di vivere, trasformandosi in robot spietati. Senza questo colpo di scena Woody Harrelson non avrebbe ritrovato la voglia di fare il mentore, non si sarebbe affezionato ai suoi due attori. Lo spettacolo insegna loro a scrivere il loro destino. Meglio dei tanti grilli parlanti di tanta letteratura per ragazzi. Meglio anche del paradiso infernale del Truman Show.
Quando vedrete il film non storcete il naso davanti a queste finzioni, davanti alla messinscena del darsi la manina, del rivelare l'amore timido, dell'elemosinare l'unguento per le ustioni. Non è quello il cinismo da criticare.

Quindi: Hunger Games mi ha confuso. Per certe importanti ragioni è un film sbagliato. Per altre importanti ragioni è un film necessario. Per certe ragioni è un film brutto. Per altre ragioni è un film bello.
È un film intenso e profondo. Chi se lo aspettava?*


* La domanda non è retorica.

martedì 1 maggio 2012

Chew, BLEGHORRFFF!!!

I cuoricini non sono destinati all'emettitore del vomito.

Chew è una serie a fumetti iniziata ormai tre anni fa, che io ho scoperto due anni fa, ma ho finalmente letto soltanto oggi. Gli autori sono John Layman (sceneggiatore) e Rob Guillory (disegnatore), e sono dannatamete bravi.
L'idea è quella di un agente di polizia che riesce a risalire alla storia di una persona, di solito vittima di un omicidio, mangiandola. O assaggiandone il sangue. O le feci. Tony Chu, questo agente di polizia, non è cattivo. E questo strambo superpotere, chiamato cibopatia, non gli piace affatto.
La storia va poi ben oltre quest'idea iniziale. Basti citare che hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama i polli, i vampiri, e gli alieni.

Come si può capire dall'immaginone qua sopra, la serie brilla principalmente per ironia. O, per dirla in parole spicciole, fa piegare dal ridere. Gli amanti dello splatter possono trovare pane per i loro denti, sì, ma alla lunga si annoierebbero. Perché alla lunga la storia è bella. C'è il poliziesco, c'è il viaggio (Artico, Sud America), c'è persino una trama romantica. Ci sono i nemici piccoli, i nemici grandi, gli amici, i parenti, i polli.
Certo, c'è da superare il disgusto, ma non è difficile con dei personaggi di questo calibro: divertenti e sempre più complessi.

La serie ha avuto un successo clamoroso e ha vinto premi su premi. Prevede di durare sessanta numeri, e siamo circa a metà. Non penso che rischi di chiudere all'improvviso. Inoltre è già stato opzionato per realizzarne una serie TV (dai produttori di The Walking Dead, per il canale pay Showtime, che ha già prodotto un pilot, scritto dagli autori di Supernatural e Eureka), e questo è ciò che tutti i fan di questo fumetto si auguravano, io per primo.

A che punto siamo.
Ad oggi sono usciti 26 numeri della serie, raccolti in cicli da cinque numeri ciascuno, ultimo dei quali conclusosi questo mese. Il che vuol dire che c'è un numero spurio. Ihih. Una delle figate che più mi hanno esaltato di questa serie è che l'anno scorso è uscito un numero strano. Veniva dal futuuuuro. Dopo il numero #18 è stato pubblicato il numero #27! Che, cronologicamente, va collocato subito dopo il numero in uscita questo mese!
Ciò rende il mio ritardo qualcosa di molto stupido.

In Italia la serie non viene pubblicata mensilmente ma soltanto all'uscita delle raccolte. L'editore è il nostro cagnolino milanese preferito. Sono usciti tre volumi e la settimana prossima esce il quarto (13€ cadauno). Mentre questa settimana in America esce il quinto volume.

venerdì 20 aprile 2012

L'uomo che mise fine alla Storia, di Ken Liu

Ieri sera mi arriva una proposta indecente. A farla sono dei loschi figuri. Il loro gruppo si chiama 40K e fanno libri. Libri lunghi quarantamila lettere, circa (romanzi brevi, li chiamano). Libri strani, eversivi, dalle copertine che sembrano manifesti dei centri sociali. Parlano di fantascienza, ma di fantascienza che parla di noi. Libri che non esistono, digitali. Non c'è da fidarsi.

Avevo già letto roba loro. Fantascienza politica, claustrofobica, distopica. Ora mi propongono di leggere e commentare questo libro, con un sol levante su campo nero, nero come l'oblio della Storia. E infatti la storia parla della Storia che scompare. E scompare proprio quando l'umanità scopre i viaggi nel tempo. Vedi che sfiga.

La cosa è più complessa di come sembra. Quando l'unico modo per sbirciare nel passato consiste in operazioni quantistiche, anche un bambino dell'asilo sa che la sola osservazione basta a porre fine all'evento. E così, scoperto un modo quantistico di osservare il passato, questo scompare alla prima occhiata. E se il passato che si va a osservare è minacciato dai negazionisti, come ad esempio le barbarie commesse dall'Unità 731 dell'esercito imperiale giapponese sui contadini cinesi invasi? Chi crederà a una testimonianza oculare non riproducibile? Chi crederà a quella che scientificamente e filosoficamente non si può che definire un'illusione (l'osservazione di echi del passato)?

È una storia che abbiamo già sentito. Una scoperta eclatante, non suffragata dalle garanzie del metodo scientifico, ma che può aiutare l'umanità, come una bacchetta magica. Gente che vuole credere contro Gente che vuole garanzie. Cure miracolose del cancro, previsione oraria dei terremoti, motori di ricerca italiani migliori di Google.
Eppure ciò che il dottor Evan Wei (cinese) e sua moglie la dottoressa Akemi Kirino (giapponese) hanno scoperto è qualcosa che non è nocivo. Vogliono soltanto che si onori la memoria delle vittime delle atrocità. Che si condannino le atrocità. Ma i governi del mondo (quello giapponese, colpevole, ma anche quelli occidentali che oggi lo sostengono) non possono ammettere colpe che li porterebbero a rinunciare a quanto ottenuto in seguito a quelle atrocità. La centralità dell'Occidente per il futuro dell'Umanità è messa a rischio dall'ammissione delle colpe. Tabula rasa, ripartire da zero, tutti alle stesse condizioni, non garantirebbe il predominio delle culture occidentali che c'è oggi.

Chiedere scusa porta conseguenze. Cambia la Storia passata e soprattutto futura.

Una lezione non di poco conto per un racconto di fantascienza.
In realtà di fantascienza in questo libro c'è poco. Come ci svela in epilogo l'autore Ken Liu (cinese impiantato in America)  molta parte di questa storia, molta parte di queste parole, sono reali. Non per niente il sottotitolo originale del libro è A Documentary. Non solo perché il racconto è esposto in forma di raccolta di testimonianze (quella che nel cinema chiamiamo "mockumentary"), ma perché quelle testimonianze, al netto della drammatizzazione, sono vere. Sono le testimonianze vere degli eredi dei superstiti del campo di concentramento di Ping Fang e dei loro brutali carcerieri, e i commenti veri dei negazionisti su internet e dei governi.
Il lavoro di Ken Liu in questo senso è davvero ammirevole. Al di là della suggestiva scienza quantistica dei viaggi nel tempo, ha creato dei lunghi monologhi messi in bocca a personaggi/personalità diverse. Un lavoro di scrittura e di ricostruzione che in contesto fantascientifico non manca mai di sorprendermi, ma in compenso mi aiuta a distinguere gli autori migliori da quelli che semplicemente si abbandonano a voli pindarici della fantasia.

Beh, i loschi figuri di 40K mi chiedevano di consigliare o sconsigliare la lettura di questo libro. Direi che, se mi avete seguito fino alla fine di questo post, non è necessario che mi spenda in una chiusa riepilogativa. Anche perché è ora di pranzo e ci ho il pancino che brontola.

edit intervista dell'editore all'autore: http://40k.it/?p=824

mercoledì 4 aprile 2012

The Journey [repost]

C'è questo giochino per Playstation 3. Si chiama Journey. Quando ci giochi, normalmente piangi. Il perchè e il percome non sto a dirli. Oppure sì, li dirò, ma in un post a parte, dopo averci rigiocato, che ne ho bisogno.

C'è questo webcomic, non molto prolifico, che si è occupato di Journey. Si chiama The GaMERCaT. Quando lo leggi, normalmente ridi, ma stavolta piangi anche. Il perché e il percome è presto detto: